Disinformazione, AI, panico digitale e fake news dopo le proteste studentesche

Agnese Castiglioni*
Varese, 23 ottobre 2026

Una ragnatela di messaggi allarmistici, notizie false e informazioni decontestualizzate ha travolto le comunità scolastiche ed universitarie subito dopo le mobilitazioni che il 16 e il 17 ottobre hanno visto scendere in piazza centinaia di ragazzi a Milano e nelle province di Varese, Monza e Lodi. Una vera e propria psicosi collettiva che, nata sulle piattaforme social e nelle chat private, ha finito per condizionare pesantemente la vita quotidiana di famiglie e studenti.

Dalle chat di classe a TikTok:
l’escalation del panico online

La sera del 19 ottobre ha segnato il punto di svolta. In centinaia di gruppi WhatsApp di classe e canali universitari hanno iniziato a circolare messaggi frenetici che segnalavano pericoli imminenti. Le comunicazioni descrivevano presunte ronde di gruppi organizzati intenti a presidiare gli ingressi degli istituti, imminenti incendi negli atenei, saccheggi e persino minacce di aggressioni sessuali.

Tra le voci più dettagliate, ma rivelatesi del tutto infondate, è comparsa quella dell’accoltellamento di una ragazza all’Università Cattolica di Milano. L’effetto catena è stato amplificato dalla natura cross-platform della disinformazione: se le conversazioni private su WhatsApp hanno sfruttato la rete di fiducia tra compagni per dare credibilità al messaggio, i contenuti virali su TikTok ne hanno moltiplicato la portata, spingendo molti ragazzi a non presentarsi a lezione o a prepararsi a ipotetici scontri.

Il peso della disinformazione
nella vita reale

L’aspetto più significativo della vicenda risiede proprio nella capacità del panico digitale di produrre conseguenze concrete anche in assenza di pericoli accertati. È infatti sufficiente la semplice possibilità che una minaccia sia reale per spingere le persone a modificare i propri comportamenti.

A restituire la misura di questo clima di incertezza è la testimonianza diretta di una madre, che alla vigilia della giornata del 20 ottobre ha confidato: “Sicuramente è un allarmismo infondato, ma domani in ogni caso non le faccio prendere il pullman, penso che la accompagnerò io, sia all’andata che al ritorno”.

Le sue parole mostrano la trappola della disinformazione, dove non serve essere convinti della veridicità di una notizia per sentirsi costretti ad agire di conseguenza, cambiando i programmi familiari e rinunciando alla frequenza scolastica.

Intelligenza Artificiale,
bot e la denuncia dei collettivi

A sostenere questa escalation di tensione sono state diverse strategie di manipolazione digitale. Oltre alla creazione di fotomontaggi e schermate falsificate tramite intelligenza artificiale, sono stati diffusi filmati datati o girati all’estero per simulare disordini in atto nelle città lombarde.

In alcuni gruppi sono persino circolate presunte liste con i nomi di giovani ragazze indicate come potenziali vittime di violenze di massa. In una nota congiunta diffusa sui canali social, le sigle studentesche Rete degli Studenti Medi, UDU Milano e Organizzazione studentesca Lodi hanno denunciato come i primi messaggi abbiano mirato a colpire persone razzializzate, additate come responsabili del “degrado” legato alle manifestazioni.

Secondo l’analisi delle organizzazioni e diverse ricostruzioni, la regia di questa diffusione sarebbe riconducibile all’azione coordinata di bot e account troll, orientata a seminare il panico e a disperdere la spinta del movimento studentesco.

Le smentite, i 500 militari in città
e l’analisi di Mattarella

Nonostante l’allarme mediatico, sindaci, forze dell’ordine e rappresentanti degli studenti hanno confermato che ad ora non risulta accertato alcun caso reale tra quelli annunciati in rete. Tuttavia, il clima politico e di ordine pubblico hanno subito un drastico inasprimento.

Sulle contromisure, l’esecutivo ha accelerato l’invio a Milano di un contingente straordinario di 500 militari dell’esercito a supporto del controllo territoriale, mentre si discute di provvedimenti d’urgenza, tra cui l’ipotesi del reato di associazione a delinquere per i manifestanti violenti e il potenziamento dei fermi.

Una situazione complessa che ha spinto lo stesso presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a intervenire pubblicamente. Il Capo dello Stato ha definito inaccettabili le violenze e ha chiesto “un’analisi intelligente e approfondita” di fronte a disordini che sembrano “esplodere in modo inatteso da soggetti inediti”, perlopiù giovanissimi, spesso figli di migranti di seconda generazione e incensurati, fattore che “pone interrogativi su cui riflettere sotto diversi profili”.

Se da un lato gli episodi di vandalismo e le devastazioni alle vetrine del centro urbano sollevano un’unanime condanna e stringono la morsa securitaria, dall’altro gli studenti invitano a non perdere il focus: l’attenzione mediatica sulle misure repressive e sui danni materiali non deve oscurare l’importanza delle rivendicazioni di fondo, dai diritti alla scuola pubblica alle reali urgenze sociali di un’intera generazione.

Il confine invisibile
tra minaccia virtuale e realtà

La vicenda dimostra in definitiva quanto l’ecosistema digitale possa trasformare una sequenza di voci non verificate in un evento dall’impatto sociale tangibile. Quando la paura si diffonde più velocemente delle verifiche, la distinzione tra un pericolo reale e uno fabbricato cessa di avere importanza: le aule scolastiche rimangono vuote, le famiglie modificano i propri ritmi e la percezione dell’insicurezza finisce per orientare il dibattito pubblico.

Resta tuttavia fondamentale la necessità di scindere il giudizio sulla violenza dalla tutela del diritto di dissentire, affinché la paura, sia essa reale o digitale, non soffochi le istanze sociali ed educative portate in piazza.

Agnese Castiglioni
agnesecastiglioni@gmail.com
*appena laureata alla triennale in Scienze della Comunicazione presso l’Università degli Studi dell’Insubria.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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