Speciale per Senza Bavaglio
Maxia Zandonai
Milano, 27 agosto 2026

Hanno detto per anni: “Cantieri bloccati per colpa dell’inchiesta sull’urbanistica”. Anche se intanto molto si continuava a fare: la svendita del “Compendio immobiliare San Siro” (mica solo lo stadio, tutto quello che ci spunterà intorno, compreso il più grande centro commerciale di Milano), la cementificazione dell’Ippodromo del trotto, Katar-city in zona Porta Nuova, il villaggio sovietico con annessa arena privata di Santa Giulia, il bunker di Paperone/consolato americano al posto del Tiro a segno, la devastazione del Lido, il gigantesco cono fallico di A2A, palazzoni e torri assortite ovunque, ancora persino con una semplice Scia (Segnalazione Certificata di Inizio Attività, dichiarazione presentata al Comune che permette di iniziare subito determinati lavori edili senza attendere un’autorizzazione preventiva, ndr).

Ma la geremiade del “è tutto fermo”, magistrati kattivi, leggi vetuste, salviamo Milano, usando come scudi umani le cosiddette “famiglie sospese”(e tutelate da fidejussione) è continuata. Nel frattempo nelle casse del Comune, che ha iniziato a mettere in pratica quanto i magistrati (e le sentenze) affermavano, sono entrati molti soldi in più: monetizzazioni finalmente aggiornate e raddoppiate dopo 20 anni, oneri dovuti per nuove costruzioni non più fatte passare come ristrutturazioni.

Ma le prefiche non si sono zittite: “Servono nuove leggi altrimenti i miliardi dei fondi immobiliari scappano, perché la cuccagna è finita”. E ora una sentenza del Tar mostra che il re è nudo: “Colpevole inerzia del Comune che non dà risposte ai progetti”.

Non si può rinviare sine die un’istruttoria, con un immobilismo illegittimo. Si deve dire sì o no. Se prima bastava una Scia (cioè una sorta di autocertificazione) per tirare su un grattacielo ora – se si applica la legge – serve un piano attuativo, una verifica del carico urbanistico, degli oneri e dei servizi necessari, verde compreso. E, magari, il rispetto delle leggi, così non siamo costretti, a posteriori, a ordinare l’abbattimento di un palazzo in un cortile, dopo tutti i disagi subiti da chi ci abita intorno, come è successo in via Fauchè dopo la sentenza del Consiglio di Stato.

È chiaro che ci vuole più tempo, che non basta uno scontrino per procedere con la torre. Ma la mancanza di risposte non è una risposta. Quella che agli imprenditori onesti è stata negata.

Il Tar ha dato 60 giorni di tempo al Comune per rispondere a un costruttore che si era stufato di aspettare. Altrimenti nominerà un commissario ad acta. Basta che non si chiami Basettoni, perché, allora, dovremmo preoccuparci.

Maxia Zandonai
zandomaxia@yahoo.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Le iconografie pubblicate sul sito di Senza Bavaglio sono di Valerio Boni

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