Il Sud protesta, l’informazione tace: il silenzio che uccide il giornalismo

Speciale per Senza Bavaglio
Francesca Canino
19 ottobre 2026

Proteste, blocchi, presìdi. Il Sud è in rivolta da diverse settimane, ma la mobilitazione di lavoratori, agricoltori e autotrasportatori continua a ricevere un’attenzione insufficiente da parte dei politici e dei media.

Ancora una volta, quanto accade nel Mezzogiorno sembra meritare meno spazio rispetto alle proteste che si sviluppano altrove. I cortei dei trattori e dei camion restano ai margini dell’informazione, mentre nelle piazze si denuncia il caro vita, l’aumento dei carburanti e le difficoltà delle famiglie oggi sempre più in affanno.

La protesta investe direttamente le politiche del governo Meloni, accusato dai manifestanti di totale disinteresse dinanzi alle difficoltà economiche del Paese. E a fronte di una mobilitazione in crescita, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha convocato un tavolo per il 27 ottobre prossimo, ha, cioè, rinviato il confronto a una data troppo lontana rispetto all’urgenza delle richieste avanzate dai manifestanti.

Intanto, la tensione aumenta. Ma a colpire non è solo la lentezza delle risposte istituzionali, è soprattutto il silenzio di buona parte dell’informazione che ha rinunciato a raccontare quel che accade nelle piazze italiane. Perché? Perché si rimane in silenzio dinanzi a fatti gravissimi? Perché si teme di mettere in cattiva luce il governo e tutta la schiera dei politici italiani sempre più distanti dai bisogni dei cittadini che li hanno votati?

C’è, tuttavia, una realtà di fondo: le proteste non sono scaturite per gioco, bensì dalle grosse difficoltà economiche causate agli italiani dalle politiche poco oculate degli attuali governanti. Gli italiani sono vessati dalle tasse e dall’aumento sconsiderato dei costi del carburante che incide sul prezzo delle altre merci. I salari e le pensioni non sono più sufficienti a coprire le spese mensili.

Ecco perché camionisti, agricoltori e cittadini sono scesi in piazza, hanno creato blocchi cercando la dovuta attenzione che non è mai giunta né dai politici né dai media. I manifestanti sono rimasti invisibili nel Paese, l’informazione che conta si è guardata bene dal divulgare quanto stava accadendo al Sud.

Il giornalismo è morto, sepolto dai comunicati ufficiali e dalle notizie preconfezionate che riempiono miseri spazi. Ma l’informazione non può ridursi alla riproduzione di veline, né può nascondersi dietro una neutralità di facciata che finisce per abbandonare i cittadini.

Il dovere di chi fa informazione è raccontare i fatti – anche quando risultano scomodi per chi governa – documentare le ragioni di una qualsivoglia mobilitazione, verificare le responsabilità, riferire le risposte delle istituzioni e consentire ai lettori di comprendere ciò che sta accadendo.

Un lavoro nobile che se viene meno indebolisce il diritto dei cittadini a essere informati. D’altronde, un giornalista che non informa che giornalista è?

Per questo motivo, la responsabilità professionale dei giornalisti e il ruolo degli organismi di categoria meritano una discussione seria, partendo dal rapporto tra informazione e potere.

Se una parte della stampa appare troppo vicina agli interessi dei governanti, il confine tra informazione e propaganda diventa sempre più sottile. Così si impoverisce la democrazia e il prezzo più alto lo pagano i cittadini e quei giornalisti che continuano a esercitare la professione con indipendenza, assumendosi i rischi che ne conseguono.

Non vogliamo un giornalismo imbavagliato perché il silenzio non risolve i problemi, li aumenta e annienta un’intera categoria. Il momento è cruciale e il ruolo dei giornalisti diventa sempre più centrale. Via i bavagli e facciamo lavorare le penne, il giornalismo non deve compiacere il potere, ma metterlo di fronte alle sue responsabilità.

Francesca Canino
francescacanino7@gmail.com
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