Attacco all’informazione: leggi liberticide travestite da garantiste

La legge sulla presunzione d’innocenza conferisce al Procuratore della Repubblica il potere di stabilire cosa sia notizia d’interesse pubblico. Ora si vuole introdurre il carcere per diffusione di notizie false

Speciale per Senza Bavaglio
Marinella Rossi
Milano, 15 aprile 2024

Guerra alle fake news, o guerra alle news, alle notizie, all’informazione tutta? Il tintinnar di manette è un’eco sgradevole, anche solo a scriverne, la volontà intimidatoria innegabile. Nessun allarmismo, non è da noi, quello lo lasciamo a certi politici e retori di governo. Sia pure con qualche difficoltà, cerchiamo di distinguere tra gli attacchi alla libertà d’informazione, attiva e passiva, e gli attacchi all’intelligenza. Alcuni sono subdoli e reiterati intralci al diritto di cronaca, al dovere di dare notizie complete e approfondite, al diritto del cittadino ad averle. Altri, è farla fuori dal vaso.

Ma qui non si vuole sottovalutare nulla: né il dolo di chi spara provvedimenti di legge a raffica travestendoli da traguardi garantisti, utili a garantire solo i già garantiti, né quel vago senso di ridicolo che ulteriori norme, tautologiche oltre che retoriche, imporrebbero di farci una risata su.

In realtà c’è poco da ridere. Perché dopo la legge sulla presunzione d’innocenza che trasforma un Procuratore della Repubblica in caporedattore, direttore, giornalista, e gli conferisce il ruolo di stabilire cosa sia notizia d’interesse pubblico; dopo il divieto di pubblicare anche per estratto una misura cautelare; dopo il diniego a scrivere di intercettazioni contenute in un procedimento giudiziario finché non arrivino al dibattimento o entrino nelle motivazioni di una sentenza, l’ultima trovata legislativa tradisce inequivocabilmente la metà oscura della maggioranza di governo che vede nel giornalista  – e nella stampa – o un animaletto da addomesticare (e spesso riesce), o un oppositore da mettere in catene. Ecco, il tintinnar di manette, basta il suo suono a produrre gli effetti desiderati?

L’ultima trovata passa sotto la formula di un emendamento, proposto dal senatore Gianni Berrino, Fratelli d’Italia, al disegno di legge sulla diffamazione del presidente della commissione Affari Costituzionali Alberto Balboni, compagno (se legge, non si offenda, si dice così) di partito.

In due parole per chi non avesse già approfondito. L’appena coniato 13 bis alla legge sulla stampa prevede carcere fino a 3 anni e multe fino a 120 mila euro e interdizione dalla professione da tre mesi a tre anni per diffusione di notizie false con il mezzo della stampa. “Chiunque con condotte reiterate e coordinate, preordinate ad arrecare un grave pregiudizio all’altrui reputazione, attribuisce a taluno con il mezzo della stampa o degli altri prodotti editoriali fatti che sa essere anche in parte falsi, è punito con la reclusione da uno a tre anni e con la multa da euro 50.000 a 120.000″. E “quando le condotte consistono nell’attribuzione, a taluno che si sa innocente, di fatti costituenti reato, la pena è aumentata da un terzo alla metà”. Quattro anni e mezzo, conto finale.

È difficile anche solo immaginare che il senatore Berrino abbia una casistica tale da produrre e giustificare un emendamento così univocamente diretto alla platea dei giornalisti: se abbia cioè da produrre fatti, “reiterati e diffusi”, in cui un giornalista ha “deliberatamente e ripetutamente” infangato l’onorabilità di una persona. O se le sue sono mere ipotesi di scuola.

Come giornalisti, e con la nostra memoria storica, non possiamo escludere casi deprecabili e sanzionabili, ma che rientrano in campagne di diffamazione organizzata e calunniatoria, da parte non di giornalisti, che semmai hanno la colpa di non annusare la trappola e se ne fanno megafono, ma di forze deviate che stanno nei gangli del potere. Ce ne sono state, negli anni della strategia della tensione, e non solo. E se si deve pensare a un’emblematica campagna calunniatoria, quale più emblematica di quella messa in essere contro Pietro Valpreda? Improbabile che il senatore Berrino pensasse proprio a quella.

Il portato del nuovo emendamento colpisce per l’evidente persino offensiva insulsaggine. Chi e come si dimostrerà che quel giornalista incappato in una fake news ai danni di un cittadino lo abbia fatto “volontariamente”? In quale processo e in quanti gradi di giudizio lo si accerterà? Non sfugge che l’emendamento ha un grezzo portato minatorio, diretto a inibire chi fa informazione. Perché non si può certo non concordare che diffondere notizie false contro un individuo, sapendo che sono false, sia qualcosa di aberrante e disgustoso. Aberrante e disgustoso diffondere notizie false, semplicemente.

Vale per i giornalisti, vale per tutti. Vale per i politici, vale per i ministri. Se un ministro della Repubblica fa una ricostruzione di parte dell’aggressione delle forze di polizia a Pisa contro studenti inermi, fa disinformazione, e fa disinformazione di Stato. Non colpisce un solo individuo, ma tutta la collettività.  Se, come nel caso della Ong Mediterranea, il titolare dell’Interno afferma alle Camere che il 4 aprile scorso la Mare Jonio sia intervenuta in un momento successivo, avvicinandosi alla motovedetta libica quando questa aveva già assolto all’obbligo di salvataggio dei migranti in mare – e questo non risulta vero e viene smentito da un video della Ong, in cui si vede il salvataggio dei migranti ben prima dell’arrivo dei libici, quel ministro ha diffuso notizie false e ha fatto pericolosa disinformazione – e da un podio particolarmente esposto che imporrebbe rispetto della verità prima che del proprio interesse di parte.

La disinformazione più che da parte di un singolo giornalista è in genere un preciso strumento di pressione sull’opinione pubblica i cui emissari si trovano in Stati che hanno perso o vanno perdendo il loro DNA democratico. E il carcere per i giornalisti richiama quegli Stati, in cui la prepotenza del potere non punta contro chi scrive palesemente il falso, sapendolo, ma punta a che non si scriva, e si sappia, la verità.

Marinella Rossi
marinella.rossi1956@gmail.com

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Le iconografie di Senza Bavaglio sono di Valerio Boni

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