CONGRESSO FNSI/Il vecchietto dove lo metto? In lista

Il congresso di Bergamo della Fnsi è stata un’esperienza frustrante, per chi ritiene che non debbano essere solo i rapporti di forza a regolare il confronto fra persone, proposte, idee. Ne racconto due momenti. Il vecchietto dove lo metto? In lista.

Giovedì 13 viene presentata al congresso, e fatta approvare, una mozione iper-tecnica e apparentemente irrilevante: in caso di parità nell’attribuzione dei “resti”, afferma, vale l’anzianità d’iscrizione al sindacato dei candidati. Il giorno dopo la delegazione romana va a eleggere i consiglieri nazionali di sua spettanza. Si scopre che

 

1. La corrente di maggioranza, Autonomia, ha presentato due liste diverse
2. Nella prima delle due liste è inserito un glorioso vegliardo del giornalismo italiano, Massimo Rendina; nell’altra, un coetaneo altrettanto illustre, Renato Venditti
3. Anche la corrente di destra, Alternativa, ha in lista un suo patriarca, Marcello Zeri

I delegati delle due correnti distribuiscono i loro voti in modo che le tre vecchie glorie – da tempo intente a godersi un meritatissimo riposo – risultino primi dei non eletti. Risultato: al momento di assegnare i seggi derivati dai “resti”, le tre liste (due di maggioranza, una dell’opposizione di destra, ricordo) si aggiudicano grazie al meccanismo dell’anzianità i tre seggi disponibili, a scapito di Puntoeacapo (altra lista di opposizione) e del suo candidato Stefano Trincia, un fanciullo di appena 58 anni. Inutile dire che cinque minuti dopo i tre venerabili mandano un fax di dimissioni. Ma intanto le due correnti hanno messo le mani su quei tre seggi, perché il subentro avviene all’interno della stessa lista.

Ognuno può trarne il giudizio morale che preferisce. Ma è davvero singolare che Autonomia, con la sua maggioranza straripante, senta il bisogno di far fare una figura così meschina a colleghi la cui lunga militanza meriterebbe ben altra considerazione.

La notte è piccola, per noi delle minoranze L’ultima notte del congresso, da sempre, ognuno dà il peggio di sé. Si arriva a quel momento stanchissimi, implacabilmente in ritardo con il calendario dei lavori. Maggioranza e minoranze sono alle prese con il mercato delle vacche. La prima deve trovare il modo di accontentare un mucchio di gente, senza turbare gli equilibri incrociati su cui si regge: fra le sue cinque sotto-correnti, fra le associazioni regionali, fra l’Usigrai e il resto del mondo, eccetera. Le minoranze si trovano a stringere accordi talvolta improbabili pur di assicurarsi un minimo di rappresentanza negli organismi dirigenti.

Nel frattempo, in sala, si votano mozioni, ordini del giorno e altri documenti con un metodo assurdo, barocco: ogni delegazione regionale conta i voti al suo interno, poi riferisce alla presidenza. E’ un omaggio bizantino alla supposta natura federale del sindacato; che la pretesa razionalizzazione dello statuto si è ben guardata dal modificare. Il sistema allunga i tempi in una misura che sarebbe sufficiente a snervare un geco.

I delegati resistono bene nelle prime ore, durante le quali vengono messi ai voti documenti di varia rilevanza, attestati di solidarietà con questo e quello, ma anche una vibrata protesta per la debolezza del segnale radiotelevisivo in Emilia-Romagna. Molti documenti sono approvati per acclamazione, le opposizioni non praticano alcuna forma di ostruzionismo. Sarà un caso, ma è proprio nelle ore piccole, quando i delegati sono ormai abbrutiti dalla fatica, che la presidenza mette in discussione le mozioni delle minoranze.

Documenti che ignorano colpevolmente il segnale radiotelevisivo in Emilia-Romagna, per concentrarsi su bazzecole: l’uso degli strumenti fiscali per la stabilizzazione del lavoro precario, il recepimento della direttiva europea sui pagamenti a 30 giorni, gli organismi di rappresentanza dei giornalisti non contrattualizzati, l’eguaglianza retributiva fra colleghi che svolgono le stesse mansioni, i paletti agli stati di crisi facili, il voto elettronico nelle elezioni sindacali e altre quisquilie.

Molte di queste proposte erano state approvate al congresso dell’Associazione Stampa Romana all’unanimità, dunque con l’apporto decisivo della maggioranza. A Bergamo non solo vengono bocciate senza un minimo di riflessione, ma sottoposte a un trattamento teppistico da parte dei soverchianti delegati della maggioranza: urla, insulti, interruzioni, in alcuni casi il rifiuto di metterle in discussione “perché in contrasto con la mozione politica già approvata dal congresso”. Soltanto una dirigente della maggioranza, Marina Cosi, dopo essersi scatenata al microfono recupera educazione e correttezza, viene a scusarsi con la sparuta pattuglia delle minoranze. Tutti gli altri mantengono un comportamento da plebe infuriata, a cui si può riconoscere solo l’attenuante della spossatezza.

Il nostro sindacato ha scritto un’altra brutta pagina. Speriamo che almeno riesca a migliorare il segnale radiotelevisivo in Emilia-Romagna.

Michele Concina

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