Il Giornale cancella le postazioni fisse: Cdr replica al pezzo di Senza Bavaglio

Senza Bavaglio
27 gennaio 2021

Forse non tutti sanno quello che è appena successo al Giornale: il quotidiano della famiglia Berlusconi, fondato da Indro Montanelli nel 1974, è il primo giornale di livello nazionale ad aver soppresso le postazioni fisse dei suoi giornalisti. Con l’assenso di cdr e Alg.

Negli ultimi mesi del 2019 l’azienda ha deciso una drastica riduzione degli spazi. E poco prima di Natale l’intera redazione del quotidiano, composta da 60 giornalisti e i 15 tra poligrafici e segreteria, ha lasciato lo storico terzo piano – proprio quello della stanza che Montanelli ha occupato fino al ’94 e che è poi stata di Feltri, Cervi, Belpietro, Giordano e Sallusti – oltre ad altri tre piani del palazzo al numero 4 di Via Negri, per essere trasferita in blocco in un’ala interna del piano primo, tutti in open space. È il taglio dei costi: il resto del palazzo verrà affittato. Ma anche una decisione senza precedenti per i quotidiani nazionali: ai 60 giornalisti sono state riservate solo 30 mini-scrivanie.
Sono state dunque soppresse le postazioni di lavoro fisso, oltre che le separazioni tra le diverse redazioni (Interni, Esteri, Attualità, Economia, Cultura, Spettacoli, Sport, Cronaca di Milano). Nelle isole, da quattro posti, le scrivanie sono state dotate di un monitor al quale, a rotazione, i presenti possono attaccare il pc portatile ricevuto in dotazione. Ogni altro elemento di “arredamento” da ufficio è ridotto al minimo e non è di uso personale. Nella nuova redazione del Giornale non c’è altro, a parte le stanze di direttore e due vice, una saletta per le riunioni, occupata però dalla scorta armata di Alessandro Sallusti, che ora non sa dove stazionare. Tra l’altro, appena la redazione è stata trasferita, un caso di covid nell’open space ha costretto a chiudere il Giornale per 15 giorni, dal 1 gennaio in poi.
L’operazione è stata partorita dal consigliere delegato Andrea Favari e dal direttore generale Luca Zuccoli in piena pandemia, cogliendo al volo l’occasione dello smart working e senza incontrare alcuna opposizione da parte del CdR, composto da Vincenzo Pricoli, Matteo Sacchi e Angelo Allegri. La proposta aziendale è stata infatti quella di legare un accordo sullo smart working al rinnovo dell’integrativo in scadenza (sostanzialmente la macchina aziendale: per un’auto media come una Golf 2.0 TDi 85 kW il redattore paga “solo” 260 euro al mese, 3.120 euro l’anno).
L’intesa prevede che chi opti per il 100 per cento di lavoro a distanza trasformi il proprio art. 1 in un part time temporaneo, per 2 anni, ma con una riduzione del 14 per cento dello stipendio. Gli altri potranno optare per lo smart-working al 30-50 per cento, da concordare con la direzione. Il 100 per cento è stato successivamente accettato da una decina di redattori. Ma essendo la redazione sottoposta già da un anno a una pesantissima solidarietà (20 per cento in meno di stipendio, pari a 4 giorni al mese di assenza) il calcolo dell’azienda è stato che, tra solidarietà, smart working, ferie e corte, le 30 postazioni fossero più che sufficienti.
Il CdR ha fatto passare l’accordo in tempi ristretti alla fine del luglio scorso, con un’assemblea della serie “prendere o lasciare”. Senza trattativa: questa è stata fatta dal cdr, insieme con la Lombarda, in precedenza. Ma nell’intesa raggiunta in fretta e furia non è stato specificato quante postazioni sarebbero state messe a disposizione di giornalisti e poligrafici. Quando, in ottobre-novembre, hanno cominciato a girare i progetti del trasloco, CdR e Associazione Lombarda dei Giornalisti non hanno comunque avuto nulla da eccepire.
Nessun dibattito su un tema che altri quotidiani hanno duramente respinto: dal Corriere, dove le dock station sono su base volontaria e senza soppressione della scrivania, alla Repubblica, che non le ha accettate. Il CdR si è limitato a convocare una sola assemblea ai primi di dicembre, dove sono emerse tutte le proteste ormai tardive del caso, ma a cose già fatte e nel silenzio più assoluto della categoria.
Nell’assemblea, tra l’altro, il direttore Sallusti ha risposto ai più preoccupati che quella delle dock station e dello smart working è una innovazione straordinaria verso un “nuovo e moderno modo di fare i giornalisti”. Senza però riuscire a convincere bene chi ha osservato come fosse bizzarro parlare di giornalismo del futuro senza la ben che minima integrazione con l’on line. Il Giornale resta infatti l’unica grande testata nazionale a non aver pensato ad alcun tipo di integrazione con il sito internet, ilgiornale.it. Il direttore è lo stesso, ma le due redazioni sono separate, da un muro per l’appunto, hanno un editore che risponde a un azionariato differente, con un diverso consiglio di amministrazione. E ogni tentativo da parte dei giornalisti del Giornale di proporre integrazioni editoriali o progetti in comune è sempre andato a sbattere contro il no delle due aziende e il sostanziale disinteresse della direzione.
L’operazione andata in porto al Giornale preoccupa la redazione perché oggi riflette un mix di pandemia e solidarietà, ma domani? C’è ancora un domani nei programmi del Giornale? Dove si siederanno i giornalisti e i poligrafici da qui a un annetto, alla fine di pandemia e solidarietà (finisce a settembre)? Esiste ancora una dinamica professionale: promozioni, nomine, spostamenti di incarichi? O è tutto finito per sempre?
Il tema del taglio dei costi è peraltro pienamente condiviso dalla redazione, e lo dimostra il fatto che sia il cambio delle sede, traslocando fuori dal centro, sia lo smart working (specialmente per evitare di chiudere Roma) erano stati proposti dalla redazione già da anni, sempre e regolarmente sbeffeggiata da Favari e Zuccoli. C’è voluto il covid a fargli cambiare idea, a conferma della totale mancanza di progetti sul “futuro del giornalismo”: solo opportunismo, vale a dire l’occasione di trasferire sulla redazione i costi crescenti di una linea editoriale fuori mercato, che però porta all’editore un cospicuo e costante dividendo politico.
Pagato con la solidarietà, lo smartworking, la soppressione del posto di lavoro. Di fronte a questo il CdR, con la sua linea di esclusione della redazione dal dibattito e dalle trattative e la rinuncia a ogni strumento di protesta (firme, sfiducia, scioperi), ha rinunciato a porre davanti a tutto la propria azione e responsabilità sindacale.
Ammesso che passi l’aziendalismo del CdR del Giornale, ma è possibile che alla Lombarda non sia suonato un campanello d’allarme? È il verificarsi di situazioni nuove come questa del Giornale, passate sotto silenzio, che crea situazioni di fatto che riflettono un rapporto aziende-giornalisti (e poligrafici) sempre più appiattito sulle strategie di manager sempre più spregiudicati e direzioni compiacenti. E quello che sta avvenendo al Sole 24 Ore, proprio in questi giorni, con il rifiuto a riconoscere il sindacato come parte in causa nella cassa a zero ore per i redattori di IL, non è altro che l’anticipazione di quello che ci aspetta.
Senza Bavaglio
twitter @sbavaglio
www.senzabavaglio.info

Ricevamo e volentieri pubblichiamo la replica del CdR de Il Giornale:

A “SENZA BAVAGLIO” FORSE HANNO PERSO QUALCHE PUNTATA

Al Cdr del Giornale tocca replicare all’intervento pubblicato ieri sul sito della componente sindacale “Senza bavaglio”.

Innanzitutto stupisce un po’ che un sito gestito da giornalisti pubblichi un articolo nel quale vengono rivolte gravi accuse a persone citate con nomi e cognomi (sebbene non tutti corretti) alle quali però non è stata offerta l’occasione di dare la loro versione dei fatti. Persone, che essendo colleghi e non essendo latitanti, l’autore avrebbe potuto contattare senza il benché minimo problema.

Comunque, l’autore riassume le ultime vicende che hanno interessato la nostra testata. E lo fa con un articolo all’apparenza  aggiornato e informato, non mancano i dettagli, costruito per accreditare una narrazione a chiave con piccole verità e tante omissioni. Si tratta di una ricostruzione tesa a convincere il lettore che il Cdr e l’Associazione lombarda dei giornalisti siano stati “complici“ dei vertici aziendali nella decisione di traslocare la redazione nella sede attuale (al primo piano del palazzo di via Gaetano Negri 4 a Milano) per ridurre i costi fissi cogliendo l’occasione costituita dall’introduzione del cosiddetto smartworking, negoziato con il Cdr in concomitanza con il rinnovo del contratto integrativo aziendale scaduto in vigenza dello stato di emergenza sanitaria.

1)     Prima interessante omissione la redazione del quotidiano è in solidarietà dal 2019 a causa delle pessime condizioni economiche aziendali. Il cambio di sede per abbattere i costi d’affitto è stato, sin da subito, identificato da tutta la redazione come un modo per limitare danno e durata della solidarietà di cui a breve potrebbe essere in discussione il terzo anno. Decisione dolorosa ma in tempi di crisi della stampa, dove corazzate di carta mettono in cassa integrazione a zero ore i colleghi, necessaria.

2)     Seconda interessante omissione molte delle sedi ventilate, e che l’azienda era in grado di permettersi, avrebbero costretto la redazione a una delocalizzazione che avrebbe potuto rivelarsi penalizzante per molti colleghi.

3)     Altra interessante omissione il contratto di negoziazione accordo,  che prevede la possibilità di lavorare in scrivanie non dedicate, è stato sottoposto a votazione del corpo redazionale, dopo due assemblee, con il seguente esito: 46 votanti, 45 favorevoli, 1 contrario, restanti astenuti. Del resto il testo dell’accordo è stato ritoccato almeno una decina di volte durante le trattative tutte documentate anche dai verbali aziendali. E qui dove il collega scrive in proposito “senza trattativa” si passa allegramente dall’omissione al falso.

4)     Quanto al contratto di accordo aziendale, stranamente l’autore non elenca gli edr che, grazie ad esso, permangono nelle buste paga dei redattori che in caso di mancata stipula sarebbero andati a pesare sui tagli della solidarietà (parliamo di centinaia di euro al mese). Forse è una cortesia da gentleman ma, se fosse, è l’unica del pezzo.

5)     Ancora omissione, il Cdr è affiancato sin dalla decisione aziendale di spostare la redazione da un gruppo di lavoro allargato che, a norma di contratto, consente di avere negli incontri con l’azienda un portavoce per ogni redazione. Il Cdr ha anche chiesto al direttore di incontrare direttamente tutta la redazione per esprimergli tutte le perplessità sul trasferimento e le dotazioni della nuova sede. Quindi quando il collega scrive “nessun dibattito sul tema” siamo di nuovo a cosa che non corrisponde a verità che segue una omissione.

6)     Ennesima stravagante omissione: ci sono svariati comunicati del Cdr in cui il Cdr diffida l’azienda da scelte unilaterali sulla nuova redazione. Però secondo Senza Bavaglio il Cdr non ha avuto nulla da eccepire. Questo è uno dei comunicati di cui l’autore ignora l’esistenza: “Il Cdr affiancato dai rappresentanti delle redazioni ha incontrato la direzione Mercoledì per discutere della nuova collocazione del giornale. Il Cdr allargato ha chiesto che vengano presentate per i nuovi spazi (più piccoli) adeguate misure anti covid che rispettino tutti i dettami di legge e le buone prassi che devono essere certificate dal responsabile aziendale per la sicurezza che ne risponde agli organi preposti, Asl e Ats. Questo per quanto riguarda il periodo emergenziale. Per il contesto generale dell’impiego dei nuovi spazi il Cdr allargato ha ribadito che è necessario ci sia una attenta pianificazione degli spazi e che deve essere garantita ad ogni redazione la possibilità di avere un certo numero di armadi e cassettiere. I mezzi tecnologici di dotazione devono essere dotati di mouse ed è stato ribadito che l’attrezzatura per lo Smart working deve essere corredata di schermi adeguati. Il Cdr allargato è in attesa che l’azienda faccia le adeguate verifiche e prenda i provvedimenti richiesti necessari a garantire uno spazio adeguato alla produzione ma anche alla salute e al benessere di chi ci lavora. Il Cdr”.

7)     Si scopre anche che il Cdr avrebbe rinunciato alla sfiducia e agli scioperi. Durante la trattativa per la solidarietà e dopo la chiusura della sede di Roma, altra questione dolorosa e complessa che grazie allo smartworking viene parzialmente mitigata (non certo sanata), di scioperi ne sono stati fatti ben 2 . Argutamente Senza Bavaglio poi nota a fine articolo quanto sfiducia e scioperi siano stati utili nel caso del Sole24Ore e dei redattori di IL finiti a zero ore. Al giornale nessun giornalista è a zero ore.

E l’elenco potrebbe continuare ancora…

Il Cdr del “Giornale”, è umano e quindi sbaglia. Ma fino a prova del contrario ha sempre operato per tutelare la redazione con il supporto della Alg e della Fnsi, e con i voti della redazione medesima come è normale in un processo sindacale. Ogni redazione poi, ovviamente, lotta con i mezzi che ha per le priorità che ha. E a volte deve anche prendere decisioni difficili a maggioranza. In questo caso una maggioranza di 45 a 1. Il Cdr e la redazione continuano la loro battaglia per migliorare i nuovi spazi aziendali e difendere l’organico redazionale, compito non facile in tempo di crisi e di Covid-19 (per la gestione del quale gli spazi sono stati certificati nel modo di utilizzo ma altro omissis nell’articolo). Il Cdr ringrazia sentitamente il collega per il grande aiuto datoci nel compito e l’attenzione che riserva alle nostre vertenze. Lo terremo aggiornato (meglio aggiornato).

Il Cdr de “Il Giornale”

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