FNSI/GIORNALISMO ANNIENTATO. REAGIRE E RISOLLEVARSI

XXVII CONGRESSO FNSI

GIORNALISMO ANNIENTATO

REAGIRE E RISOLLEVARSI


Il 2014 sarà
ricordato come l’anno in cui il giornalismo italiano è stato messo in ginocchio. La perdita delle tutele e delle garanzie ha reso i giornalisti sempre più dipendenti dagli editori e dalle loro esigenze ; la perdita dell’indipendenza economica ha messo sul lastrico diverse famiglie. I colleghi non contrattualizzati hanno visto i loro redditi decurtati ancora più di prima.

 

Il tanto sbandierato “patto generazionale”, con cui allo scorso congresso l’attuale dirigenza si era fatta riconfermare negli incarichi, si è dimostrato un vuoto slogan. Ai massicci prepensionamenti non sono seguite le promesse assunzioni. Così, senza lavoro sono rimasti centinaia di colleghi che un posto l’avevano e centinaia di colleghi che a quei posti aspiravano.

La situazione è diventata insostenibile e, se si prosegue su questa china, si rischia la distruzione completa del giornalismo. I dirigenti sindacali sono ridotti a una casta che sperpera il nostro denaro. E’ una ruota che gira a vuoto senza reali obiettivi sindacali e senza una strategia politica.“La situazione è grave, la situazione è critica”, sostengono, ma per la prima volta nella storia del nostro sindacato i membri della Giunta esecutiva ricevono un gettone di presenza.

 

Veniamo da una crisi strutturale e profonda, è vero. Ma non vi è alcun dubbio che molti editori l’abbiano cavalcata, approfittandone per ottenere un taglio del costo del lavoro senza precedenti: riducendo gli organici oltre il lecito e il necessario, moltiplicando il carico di lavoro per i superstiti, minando l’autonomia e l’indipendenza delle redazioni con la minaccia dei licenziamenti. Una strategia perseguita con la complicità dell’attuale dirigenza della Fnsi, che non ha opposto alcuna resistenza. E così facendo, non solo non ha difeso l’occupazione, ma ha messo a rischio la stabilità dei nostri istituti contrattuali.

 

I prepensionamenti stanno gravando sulle casse dell’ INPGI anche perché gli editori non si sono serviti dei finanziamenti stanziati dallo Stato, che per loro avrebbero significato un esborso del 30 per cento del denaro necessario a prepensionare, ma hanno preferito incentivare dimissioni con scivoli che costavano molto meno di quel 30 per cento. La pensione prima del tempo, a quel punto è stata pagata dall’INPGI e non dallo Stato, nel più completo e complice silenzio del sindacato.

 

La gestione del referendum sul contratto ha sancito la separazione totale dei dirigenti di questo sindacato dai colleghi che lavorano fuori e dentro le redazioni. Solo la Romana ha avuto il coraggio di organizzare un referendum con regole serie. Senza Bavaglio se lo ricorderà in sede congressuale.

 

La dirigenza del sindacato, al di là di vuoti slogan e di parole utilizzate al solo scopo di fare impressione, non ha dato risposte di nessun tipo. Non ha neppure chiaro come si è modificato il mondo dell’editoria. Si è perfino scordata, oltre che dei diritti dei colleghi, dei doveri del giornalismo. Che deve essere considerato parte integrante della democrazia di questo Paese.

E’ quindi venuto il momento di voltare pagina, ribaltare le strategie, cambiare la dirigenza. Occorrono facce nuove, gente in grado di guardare avanti per evitare che il futuro diventi ancora più incerto e nebuloso. Bisogna rivolgersi ai giovani, quelli che non hanno lavoro, a quanti l’hanno perso, e a chi il lavoro ce l’ha ma rischia in ogni momento di perderlo.

Noi non vogliamo che questi restino vuoti slogan, queste parole devono essere riempite di contenuti concreti. Occorre quindi il contributo di tutti i colleghi, anche di chi non è iscritto a questo sindacato. Ecco il documento programmatico di Senza Bavaglio che prevede anche lo smantellamento di questa casta che ci ha spogliato dei nostri diritti e perfino dei nostri doveri. E’ un documento suscettibile di modifiche e integrazioni. Sono bene accetti, anzi sollecitati, i contributi di tutti.

Senza Bavaglio

www.SenzaBavaglio.info

twitter @sbavaglio

 

DOCUMENTO PROGRAMMATICO
DI SENZA BAVAGLIO


IL JOBS ACT MINACCIA L’INDIPENDENZA DEI GIORNALISTI

Il jobs act cambia radicalmente le regole contrattuali anche per i giornalisti: il sistema previsto dall’art.18 dello statuto dei lavoratori non esiste più. Al suo posto, il cosiddetto contratto a tutele crescenti; ma, come ormai appare chiaro, a crescere, per i nuovi assunti, è solo la possibilità di essere licenziati.

Serve un sindacato capace di sorvegliare le situazioni e sostenere, anche dal punto di vista legale, i lavoratori in difficoltà: quanta forza si può avere per resistere alle pressioni su – ma anche di – editori e direttori per orientare il lavoro del giornalista, se c’è il rischio del licenziamento in agguato? E quale giornale, con i tempi che corrono, non avrà la possibilità di invocare il licenziamento – magari dei giornalisti scomodi – per motivi economici, quindi senza giusta causa né reintegro?

 

DARE UN FUTURO DIVERSO A DISOCCUPATI E PREPENSIONATI

Un altro grande problema per l’intera categoria emerso in questi ultimi anni di stati di crisi diffusi è quello del “cosa fare” da disoccupato o prepensionato. Pensando soprattutto ai casi di aziende editoriali di piccole e medie dimensioni dove a volte il sindacato è tenuto a debita distanza dal proprietario o dove è difficile definire seri piani di crisi e cassa integrazione.

 

Per questo, mutuando il concetto dalle grandi multinazionali, si potrebbero studiare formule di “scivoli” non solo economici. Affiancando quindi alla liquidazione in denaro anche altre opzioni, a partire da corsi di formazione e, soprattutto, riqualificazione professionale per dare la possibilità ai colleghi di non ritrovarsi da soli sul mercato. Insomma, una sorta di liquidazione “assistita”, che possa durare anche mesi e che preveda magari colloqui in aziende, ovviamente non puramente editoriali.

 

Questo perché, ed è un dato di fatto, il nostro lavoro oggi può essere pensato, senza svilire assolutamente la professione, in maniera differente. Un esempio: il trend che arriva dagli Stati Uniti e dal mondo anglosassone in generale, è quello del corporate journalism, ossia la possibilità di elaborare testi, articoli, approfondimenti e inchieste, cartacee e online, che partano dall’azienda o dal prodotto (il corporate appunto) e che allarghino l’orizzonte al settore di pertinenza, al mercato e così via. Ci sono società in Italia che iniziano a sviluppare progetti per attività di editoria aziendale e di content marketing.

 

DEV’ESSERE COMUNQUE CHIARA UNA COSA: NO A PENSIONATI CHE RIENTRANO NELLE REDAZIONI E CHE GRAVANO SULLA CASSE DELL’INPGI COSTANDO DI MENO AGLI EDITORI.


La Fnsi su questo punto
non solo è stata debole ma alcuni suoi dirigenti hanno avallato scelte scellerate del genere in alcune aziende editoriali

 

GIORNALISTI NON CONTRATTUALIZZATI
Finora il sindacato non ha mai preso in considerazione seriamente le istanze dei colleghi che non hanno un contratto, figure professionali che sembrano tutte uguali, ma non è così. Freelance, precari, atipici, cococo, partite Iva e ci saremo sicuramente scordati qualcuno. Ognuno di loro ha una specificità particolare.

 

Si deve smettere di affrontare il problema dei non contrattualizzati in modo generico e confuso. Alcuni anni fa sono state approvate al congresso della FNSI le mozioni che impegnavano la dirigenza dalla FNSI a varare l’Organismo di Base dei Freelance. Le mozioni sono state imprudentemente disattese. Lo statuto della FNSI prevede esplicitamente che si possano fondare organismi di base per giornalisti che hanno in comune stesse specificità.

 

Perciò, sulla falsariga dei colleghi della RAI che hanno l’Usigrai, i non contrattualizzati si devono costituire in Organismo di Base dei Senza Contratto. Negare questa possibilità è irresponsabile. Sostenere che così si spacca il sindacato è sbagliato. L’Usigrai non ha spaccato la Fnsi. Il sistema delle commissioni è stato un fallimento totale e si può vedere dai risultati. Il contratto non tutela i non contrattualizzati i cui problemi sono stati affrontati sempre con il controllo vigile dei contrattualizzati. La gestione delle trattative che li riguardano con gli editori deve essere affidata direttamente a loro. Organismo di Base dei Senza Contratto che al suo interno deve strutturarsi con gruppi di lavoro che si occupano delle varie specificità.

 

FREELANCE, UN FUTURO CHE DEVE CAMBIARE

Il lavoro autonomo rappresenta oggi più del 60 per cento della forza lavoro nei media italiani. Per crescere, ottenere vere tutele e veri diritti, mantenere un’alta professionalità a salvaguardia del cittadino utente non si possono più accettare compensi irrisori che non consentono nemmeno la verifica delle fonti né clausole capestro come l’esclusiva, a meno che non sia equamente retribuita.


Chi lavora fuori dalle redazioni
DEVE “costare” agli editori più di un contrattualizzato. Solo con compensi certi e professionali si potrà ancora parlare di giornalismo freelance ( art.36 della Costituzione).


Per ottenere diritti
e tutele serie non basta una rappresentanza più ampia in Giunta e in Consiglio Nazionale. Ci vuole una rappresentanza VERA e DIRETTA di chi esercita la libera professione che sia in grado di aprire un tavolo delle trattative con le aziende, così come è accaduto in altri Paesi europei. I freelance non vogliono un contratto, ma il diritto di lavorare a pieno titolo con compensi certi e in tempi brevi e contributi versati correttamente. Oggi i freelance devono in gran parte sostenere anche i contributi che per legge sono a carico dei committenti.


Il sindacato si deve strutturare in modo da dare supporti pratici per aiutare i freelance nella burocrazia e nelle procedure che occorrono per accedere ai finanziamenti per le start-up previste dall’Unione Europea e dal decreto Lotti. Il sindacato deve organizzarsi per dare assistenza e tutele legali e fiscali gratuite.

Ribadiamo che i freelance hanno anche loro dei diritti e dei doveri. Eccoli.


Diritti

Retribuzione Il compenso deve far riferimento all’applicazione dell’articolo 36 della Costituzione, proporzionato alla quantità e qualità del lavoro svolto, regolato da un tariffario minimo.

Pagamenti Il decreto legislativo n. 231/2002 impone il pagamento a 30 giorni dalla prestazione, cioè dalla consegna del lavoro prodotto, indipendentemente dalla sua pubblicazione/messa in onda/rete.

Copertura legale Le aziende committenti devono farsi carico delle spese legali per danni

da responsabilità civile derivanti dall’oggetto della prestazione.

Copertura assicurativa Le aziende committenti devono assicurare per gli infortuni sul lavoro, in rispetto dell’articolo 38 della Costituzione.

Tutela delle proposte Divieto di utilizzare le proposte di un collaboratore senza il suo consenso. Qualsiasi proposta deve essere approvata o rifiutata in tempi brevi per non ostacolare il libero mercato e permettere al giornalista di proporla ad altri.

Tutela del lavoro prodotto La normativa in tema di diritto di autore tutela l’opera dell’ingegno e quindi il lavoro giornalistico. Qualsiasi modifica deve essere concordata con il giornalista che può anche decidere di togliere la firma.

 

Doveri

Rispettare le regole etiche e deontologiche della professione

Attenersi alla verità sostanziale della notizia.

Verificare le fonti per un’informazione corretta.

Proteggere i fruitori contro la pubblicità occulta e scorretta. Tenere ben distinto il messaggio

pubblicitario da quello giornalistico. La qualità dell’informazione è garanzia e tutela del cittadino/utente.

Non farsi condizionare da elementi esterni; nessuna concessione alla propria credibilità e dignità professionale.

Essere puntuali nelle consegne e rispettare i termini della commissione.

Promuovere lo spirito di collaborazione tra i colleghi.

 

PRECARI A VITA? NO, GRAZIE. ABOLIRE I COCOCO

Altra cosa sono i precari che un sindacato forte deve saper aiutare ad entrare a pieno titolo nel mercato del lavoro subordinato. Eliminando come primo passo i CoCoCo e le false partite IVA che di fatto mascherano un lavoro ex articolo 1. Queste figure professionali, ribadiamo con forza, vanno cancellate dal contratto e chi è inquadrato con questi contratti deve essere assunto come articolo 1 o 2 o 36 a tempo indeterminato.

 

Per farlo, prima di tutto, deve avere il coraggio di riconoscere la proliferazione nelle redazione degli abusivi: colleghi che hanno gli stessi doveri, senza alcun diritto. La colpa è certo anche della proliferazione delle scuole di giornalismo che a costi inaccessibili producono eserciti di precari, ma il sindacato non può restare miope davanti a colleghi che in condizione di estrema precarietà “fanno” ogni giorno i giornali.

 

In anni i cui i cronisti hanno lasciato spazio ai commentatori – loro sì, collaboratori strapagati – gli abusivi sono merce a prezzo di saldo da chiudere in redazione a cercare foto, passare “brevi” e disegnare pagine. Per i siti impastano agenzie e lavorano al desk. E mentre i vari cdr si interrogano su come comportarsi, il sindacato resta muto sia perché contrattualmente questa figure non esistono sia perché questi colleghi non possono permettersi il pagamento della tessera: l’articolo 1 è l’obiettivo da perseguire, ma nel frattempo è urgente mettere una fine agli abusi, smettere di trattare precari e abusivi come paria.


Anche immaginando soluzioni moderne, che non passano per le tutele crescenti, ma piuttosto attraverso un fondo di solidarietà che deve essere aperto a chi oggi non ne ha diritto: un fondo che potrebbe essere alimentato attraverso prelievi più consistenti sugli alti redditi in una sorta di alleanza che metta fine al conflitto inasprito negli ultimi anni dal susseguirsi di stati di crisi che hanno messo alla porta decine di colleghi senza aprire la strada a nessuno.

 

Adesso il sindacato ha l’obbligo morale e politico di riconoscerne l’esistenza di queste situazioni precarie; di garantire a tutti le stesse tutele mediche e previdenziali che spettano ai disoccupati: oggi per accedere ai sussidi servono almeno sei mesi di contratto, più che un miraggio sono un’utopia. E senza assistenza sanitaria, senza contributi, senza VERO equo compenso, non ci sono liberi giornalisti, ma solo giornalisti con il Bavaglio.

 

REGOLAMENTARE IL LAVORO NEI SITI WEB

I siti web, compresi quelli delle maggiori testate, rischiano di sancire la morte definitiva del giornalismo. A chi lavora al desk online si chiede soltanto di mettere in rete le agenzie il più velocemente possibile e senza alcun controllo. La conseguenza è che il giornalista non serve: non occorre per fare il copia-e-incolla, la verifica delle notizie che arrivano con le agenzie è ritenuta superflua. Articoli, servizi fotografici e video realizzati secondo le consuete regole del giornalismo esistono, ma si tratta di una percentuale minima rispetto a tutto ciò che ogni giorno viene pubblicato.

 

Il nostro sindacato è così vecchio che non si è nemmeno accorto delle centinaia di “minatori del web” che negli ultimi anni hanno riempito la categoria. Giovani (e meno giovani) incatenati a turni massacranti senza nessuna visibilità. Occorre dunque disciplinare il giornalismo online ricalcando le regole presenti e future del Cnlg, in modo che chi lavora in una testata web abbia lo stesso trattamento economico e giuridico dei colleghi della carta stampata.

 

In particolare:

– gli addetti al desk devono avere il contratto ex art. 1 e devono poter realizzare articoli, servizi fotografici e video all’esterno della redazione almeno 2 (due) volte alla settimana;

– gli addetti al desk che si trovano nelle condizioni di cui all’art. 11, lettera d) del Cnlg devono avere la qualifica di caposervizio;

– per gli addetti al desk l’orario di lavoro deve essere di 6 (sei) ore al giorno, trattandosi di lavoro usurante;

– chi realizza articoli, servizi fotografici e video lavorando fuori dalle redazioni deve avere compensi certi e professionali, diritti e tutele come indicato nel capitolo del presente documento sul lavoro autonomo;

– la Fnsi deve vigilare con la massima severità sulla commistione informazione-pubblicità e sulle intromissioni del marketing nelle testate online.

 

BASTA VIOLAZIONI NEGLI UFFICI STAMPA PUBBLICI

Gli uffici stampa pubblici devono diventare un esempio di come si rispettano le regole della professione giornalistica.

La Fnsi deve rivendicare la puntale applicazione della legge 150/2000 che definisce le attività di comunicazione e informazione nella PA e affida “alla contrattazione collettiva nell’ambito di una speciale area di contrattazione” l’individuazione e la regolamentazione dei profili professionali “con l’intervento delle organizzazioni rappresentative della categoria dei giornalisti”.

La Fnsi deve altresì:
– rivendicare con il massimo vigore l’applicazione del contratto di lavoro giornalistico ovunque non sia applicato;
– vigilare, affinché nella pubblica amministrazione non ci siano commistioni di ruoli o indebite intromissioni nell’attività degli uffici stampa da parte di personale non giornalistico;
– adire l’autorità giudiziaria, soprattutto in caso d’inerzia da parte dell’Ordine dei giornalisti, in tutti quei casi segnalati di presunto esercizio abusivo della professione giornalistica.


NEL CASO GLI ENTI NON RISPETTINO REGOLE E LEGGI LA FNSI DEVE PROMUOVERE CAUSE INDIVIDUALI E/O COLLETTIVE

 

PIU’ ISCRITTI SIGNIFICA MAGGIOR PLURALISMO DI VOCI E IDEE

Uno dei problemi della FNSI e delle varie associazioni regionali è il costante e continuo calo del numero di iscritti testimoniato dalle cifre ufficiali. Siamo scesi, come numero di iscritti totali, dai 25.171 giornalisti del 2009 ai 21.923 del 2013, il 13% in meno in quattro anni, un quinto esatto dei 110 mila giornalisti iscritti all’Ordine. Il dato relativo al 2013 è il più basso degli ultimi quindici anni. Un segnale evidente di alcuni fattori: la crisi che ha colpito il mercato giornalistico italiano che ha portato a un maggior incremento dei colleghi precari, con tutto ciò che ne consegue, e forse ancora di più la disaffezione dei colleghi al sindacato stesso.

 

Come si può ipotizzare il riavvicinamento dei colleghi al sindacato? Sicuramente rivedendo il costo d’iscrizione che forse, soprattutto per i precari, è troppo alto. Ma non basta solo il lato economico. Occorre offrire servizi, veri e concreti. Oltre all’assistenza, al sostegno sindacale tout court, occorre mettere a dosposizione gratuitamente un servizio di avvocati. Si devono inoltre immaginare altre formule per garantire e far apprezzare la vicinanza del sindacato ai colleghi.


Ai colleghi precari, freelance, collaboratori, si potrebbero offrire soluzioni “a punti”. Come fosse un vero e proprio abbonamento. Nel dettaglio. Si può stabilire una cifra minima base per l’iscrizione alla Fnsi (30 euro) alla quale poi agganciare servizi a pagamento a scalare. Per esempio da uno spazio di lavoro condiviso all’interno delle sedi locali del sindacato a spazi in strutture attive nel business del co-working, trovando accordi ad hoc con queste società. Si può offrire loro un servizio di connessione wi-fi, postazioni pc, fisse o mobili, da installare in stanze predisposte all’interno delle sedi del sindacato (o negli spazi esterni di co-working). Inoltre, si possono trovare accordi con le agenzie stampa nazionali e locali per offrire ai colleghi un servizio di aggiornamento in tempo reale suddiviso per settori di pertinenza (cronaca, sport, economia, politica, interni, spettacoli, cultura, ecc.). A una maggiore offerta di servizi si applicheranno maggiori costi di iscrizione al sindacato.


25 gennaio 2015

 

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