La querela temeraria a “Il Fatto Quotidiano” è un attacco a tutto il giornalismo

Senza Bavaglio
Leonardo Coen
Milano, 13 giugno 2026

L’arma del diavolo, oggi per noi giornalisti, si chiama “querela temeraria”. Quando il potere in tutte le sue diramazioni, sfaccettature e periferie vuol sbarazzarsi di chi lo sta mettendo in croce, allora, con la complicità di un sistema giudiziario sempre più coercitivo nei confronti dei media “non allineati” (s’intende, al potere), contrattacca con un’azione legale sproporzionata, la cosiddetta “richiesta di risarcimento danni”.

Spara cifre esagerate, o stratosferiche come nel caso più recente della controversia giudiziaria che oppone l’imprenditore Giuseppe Cipriani e la sua compagna Nicole Minetti, ex consigliera regionale lombarda (amica di Silvio Berlusconi, condannata per favoreggiamento della prostituzione nel processo Ruby, nonché peculato e truffa relative allo scandalo “Rimborsopoli” al Pirellone, accuse queste ultime per le quali ha patteggiato una riduzione della pena) ad alcune testate giornalistiche.

Testate, soprattutto Il Fatto Quotidiano, che avevano indagato sui retroscena della grazia presidenziale concessa alla Minetti, e su certe presunte vicende (in Uruguay) che mettevano in dubbio la buona fede della donna, ma anche i mancati accertamenti della Procura milanese che, secondo Marco Travaglio, il direttore del Fatto, non avrebbe approfondito la necessaria inchiesta sul posto, evitando di interrogare i testimoni che invece il suo giornale aveva sentito.

Peccato, per Travaglio, che la testimone principale abbia ritrattato l’intervista (peraltro concessa pure al Corriere della Sera…), smentendo con atto notarile di aver visto feste con escort, e smontando – agli occhi della Procura – l’inchiesta del Fatto.

Questo per sommi capi. Il senso della questione è un altro. Il vero giornalismo, come ha detto giustamente qualcuno, serve per raccontare i fatti, denunciare i soprusi e spiegare le dinamiche della società, del mondo dell’economia, della finanza, della geopolitica. Non per offrire il caffè ai potenti.

Serve a smascherare i giochi opportunistici della politica e dei suoi rapporti con il mondo padronale, senza aver paura di raccontare. Non c’è bisogno d’essere eroi, ma di essere gente che crede ancora a questo mestiere, alla sua funzione civica e civile (vi invito a leggere il libro di Lucio Luca, “Quattro centesimi a riga”, sottotitolo “morire di giornalismo”), a respingere ricatti, minacce, precarietà, sfruttamento, a combattere lo stato di abbandono e iniquità dell’informazione in Italia.

Perché di altro non si tratta, quando per mettere il bavaglio ai giornalisti, si ricorre non solo a quotidiane intimidazioni, a indecenti pressioni psicologiche, a ricatti finanziari (colpendo pubblicità, distribuzione, tipografie…), ma appunto alla querela temeraria. La forma più subdola ed infame di sopraffazione.

Appellandosi alla “giustizia” e alla tutela dei propri diritti, si ricorre al terrore. Ad una plateale manovra di condizionamento, di persuasione dell’opinione pubblica. Cipriani, appena uscita la notizia che la Procura Generale di Milano aveva confermato il parere positivo all’operazione “grazia della Minetti”, tramite una sua società americana, ha chiesto infatti 250 milioni di Euro, somma che secondo le sue intenzioni dovrebbe non solo riparare alla diffamazione causata dagli articoli del Fatto, ma addirittura chiudere il giornale.

Cosa che non è mai successa ad un media italiano. Lo scopo è di ottenere in questo virulento modo la cancellazione di tutti gli articoli e dei fondi editoriali scritti sulla opaca vicenda uruguagia (cosa che riguarda pure Report di Rai, Cartabianca e Domani: curioso che si tratti delle sole voci di un’informazione indipendente e sgradita a chi governa…).

Tuttavia, Travaglio ha detto che non intende piegarsi a questo ricatto. In un suo recente editoriale in cui ringrazia i lettori (aumentati di un quinto, rispetto al 2025) per la loro solidarietà, scrive che non può accontentare chi gli dice di “stare attenti” e di non “metterci contro anche il Quirinale e i Pg di Milano”, perché lui e i suoi giornalisti sono “nati per dire le cose vere che gli altri non dicono, non per stare attenti”.

Ed aggiunge: “Altri propongono sottoscrizioni per le spese legali: chi vuole aiutarci faccia o regali un abbonamento; alle sottoscrizioni penseremmo se qualcosa andasse storto. Ma confidiamo di dimostrare ai giudici di aver pubblicato solo notizie e testimonianze autentiche e verificate, correggendo eventuali inesattezze appena le scoprivamo  e senza che nessuno ce lo chiedesse. Così le spese ce le pagherà chi ci ha denunciati (e magari sarà denunciato per lite temeraria). Abbiamo sempre offerto diritto di replica a tutti: Cipriani e Minetti hanno preferito trascinarci in tribunale per farci chiudere. Proposito largamente condiviso da politici, potenti e ‘giornalisti’ al seguito. Faremo di tutto per deludervi un’altra volta”.

Già, i “giornalisti” al seguito. L’intendenza al seguito dell’esercito che sta occupando le nostre libertà, i nostri diritti, la democrazia. La “temerarietà” era un aggettivo assai in voga nel Ventennio. Anzi, il regime esaltava l’azione estrema, il termine venne forgiato dagli Arditi della prima guerra mondiale – l’eroismo, il disprezzo del pericolo verranno messi al servizio del Duce, per esaltarlo, la propaganda si nutrì di Arditi e Temerari. Per abbindolare le masse e mascherare la privatizzazione dello Stato, il suo asservimento ai poteri forti, allora gli agrari e gli industriali, oggi gli gnomi della finanza, delle banche e dell’energia.

Il tutto sotto il comodo cappello della finta “democrazia d’opinione”, il nirvana partecipativo per gli italioti, la palude demagogica per chi ne diffida, e a ragione. Con l’aiuto delle nuove tecnologie, degli algoritmi e dell’Intelligenza Artificiale, da una parte si fa baluginare simmetricamente il miraggio della democrazia diretta, diventando ciascun cittadino, o chiunque ne sia convinto, di essere compartecipe di ogni decisione; in realtà, con la complicità di media compiacenti, si viene manipolati radicalmente, per indirizzare e gestire il corso e il contenuto dei dibattiti politici.

Quel che gli esperti indipendenti di comunicazione chiamano “effetto perverso” del legame tra i cittadini di un Paese e chi li dirige. Alla faccia della trasparenza (per quelli come me, necessaria quanto pericolosa per chi la osteggia).

Tutto questo – lo dimostra l’esistenza della querela temeraria – produce un disfunzionamento mediatico-giudiziario. Se la giustizia ha per missione di svelare la realtà degli errori degli altri, non dovrebbe rifiutare che lo stesso succeda nei suoi confronti.

Nel caso Minetti, la controversia è anche su questo insidioso fronte: Travaglio ha posto il problema. La trasparenza, quindi, rimane la sola medicina contro la diffidenza, chiamiamola così, di chi non crede a certe decisioni (o scelte) che dissimulano o fanno dimenticare la realtà, cioè i fatti, le testimonianze, i confronti, le prove.

In fondo, il ruolo del giornalismo (sano, onesto, libero) è quello di conoscere, di vedere, che ci siano luce o ombra, e poi di considerare ciò che si è visto, sentito, accertato, come un oggetto di studio, di analisi, di riflessione, ossia un elemento indelebile della nostra cultura, o, meglio, di quello che dovrebbe essere la nostra cultura.

Peraltro, è comunque un esercizio che non si arresta mai, che si mette sempre in discussione: nel giornalismo, come nella Storia, la verità assoluta e definitiva non esiste, ma ad essa ci si avvicina, quanto più si è determinati a trovarla. Il lavoro del giornalista è legittimo, se rispetta i criteri professionali.

Quando Travaglio dice che sia Minetti che Cipriani si sono rifiutati di farsi intervistare, o, comunque, di replicare agli accertamenti dell’inchiesta in Uruguay e in Italia (la coppia, a proposito di un figlio adottivo che poteva essere curato solo a Boston, quando invece il Fatto ha scoperto che in Italia erano numerosi gli ospedali in grado di fare la stessa operazione), non si aggrappa ad un alibi, anzi, conferma che ha seguito i “fondamentali” di ogni inchiesta.

Da qui, la sua verve polemica, e l’indignazione per l’atteggiamento di chi gioisce per la querela temeraria, spostando l’attenzione sul suo ruolo punitivo e non sui contenuti della vicenda. Ciò che sconcerta, è il proditorio attacco congiunto (Cipriani, Minetti, media filogovernativi, destre, televisioni meloniane) all’unico quotidiano che non sfrutta gli aiuti governativi.

Una fanfara inquietante. Che rivela superbamente come si forma una società illiberale, demonizzando chi cerca di resistere all’omologazione, alla censura, alle complicità, alle mafie, ai sovranismi, alla progressiva riduzione dei diritti civili, libertà di stampa (l’Italia è scesa al 56esimo posto nel mondo) e libertà d’opinione in barba agli articoli della Costituzione che tutelano entrambe.

Nelle 34 pagine con cui gli avvocati del gruppo Cipriani fanno causa negli Stati Uniti  a giornali e tv italiani si accusa il Fatto di aver citato Graciela Torres in errato e aver estrapolato le sue dichiarazioni dal contesto, mentre Travaglio replica che metterà a disposizioni tutte le conversazioni avute con la Torres. La disputa non giustifica l’enorme cifra pretesa, l’entità di tale richiesta dovrebbe sollecitare un dibattito sulle querele temerarie, istituto giuridico che in passato è stato oggetto di aspre critiche da parte della stampa e delle associazioni dei giornalisti (le cui voci sono sempre meno temute, purtroppo, ma questo è un altro discorso che merita di essere approfondito).

E’ evidente come le querele temerarie vengano utilizzate per intimidire i giornalisti, soprattutto quelli indipendenti, per limitare la libertà di stampa e il diritto di cronaca. Alla trasmissione diMartedì, lo scorso 9 giugno, Travaglio ha osservato che “tutti festeggiano” l’iniziativa di Cipriani-Minetti, per liquidare lui e il Fatto. Del resto, è ineccepibile che le SLAPP – (Strategic Lawsuits Against Public Participation) le cause temerarie usate come clava contro la stampa scomoda e per questo pericolosa – siano un problema vero, l’Italia è il Paese che ne ha prodotte più di ogni altro Paese, peggio, il 7 maggio scorso ha mancato il termine per recepire la direttiva europea contro questo tipo di querela, optando, come ha sottolineato Stefano Giordano, “la versione più asfittica possibile”.

Insomma, la SLAPP è uno dei cardini su cui ruota il portone del nuovo autoritarismo che non sopporta confronti, dibattiti e rivelazioni imbarazzanti. Quel che dovrebbe fare ogni giornalista. Ma da noi, gran parte dei giornalisti ha venduto l’anima. E ucciso l’informazione.

PS: Ho subìto anni fa una querela temeraria dall’oligarca russo Roman Abramovic che mi chiese un milione di sterline per un articolo che avevo scritto su Repubblica a proposito di una partita a poker in cui avrebbe perso uno yacht superlussuoso e che la moglie si era arrabbiata con lui. La notizia fu pubblicata anche dal Giornale, ma lui querelò solo me. Abramovic era ed è molto amico di Putin. Io avevo appena pubblicato un saggio sul presidente russo, “Putingrad”…alla fine, gli avvocati di Repubblica decisero, contro il mio parere, di scendere a patti, e il giornale pubblicò la nota di Abramovic che negava d’aver perso quella barca giocando a poker.
Leonardo Coen
leonardovalentinocoen@gmail.com

Le iconografie pubblicate sul sito di Senza Bavaglio sono di Valerio Boni

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