Speciale Per Senza Bavaglio
Rosaria Federico
1° giugno 2026
Non bastava la crisi dell’editoria e del giornalismo italiano, perso nel mare magnum di notizie “copia e incolla”, social acchiappa-click, pubblicità occulte mascherate da news e paginate di interviste spesso finalizzate a interessi dubbi. Smarriti in mondo che gira a velocità supersonica, impreparati a recepire milioni di dati e informazioni, con AI e Chaptgpt che incombono su questo mestiere, riprendere il senso o l’origine della parola “notizia” o “news” per dirla con un termine più globale, è sempre più complicato.
Ma ancor più complicato è individuare quel tratto invisibile tra notizia e fake (falso) news o meglio tra notizia e cheapfake o deepfake.

Due termini, questi ultimi, terrorizzanti per un mestiere vecchio e desueto come il nostro giornalismo, che travalicano i confini tra “vero” e “falso” ordinariamente conoscibile e normalizzano il concetto del “sembra”.
Fino a qualche anno fa, prima dell’avvento dell’intelligenza artificiale e di strumenti avanzati di editing, una notizia falsa sul web era riconoscibile e semmai anche divertente come un’imitazione di Maurizio Crozza. Insomma, la scoprivi in pochi passaggi anche se non era paradossale.
Oggi invece una fake news lascia smarriti e prima ancora di avere una minima certezza sulla sua natura e veridicità compi il processo mentale più pericoloso che possa esserci in questo mestiere quello del “sembra una fake news”.
In quel dubbio c’è tutto lo smarrimento di chi per anni ha controllato le fonti in modo che oggi potrebbe essere definito artigianale, ma efficace, e che oggi si trova invece nella ragnatela della manipolazione tecnologica.
Nel macrocosmo del web arrivare alla fonte se sei “digitalmente ignorante” o quasi, è impossibile. Impossibile se nel vocabolario del giornalismo insieme con le parole “chi, che cosa, quando, dove, perché (Who, What, When, Where, Why)” non ci sono anche nuovi paradigmi, concetti, termini, obbligatoriamente inglesi, come “cheapfake” che portano nella via Lattea di internet in cui, attraverso strumenti di editing, puoi “creare” ad arte video, foto, manipolare personaggi reali, disastri, eventi mai avvenuti. Per la serie se li conosci li eviti, ma in questo caso non li conosci. Purtroppo.

Nel macrocosmo del web ci sono fatti o personaggi talmente “veramente falsi”, come episodi di una serie horror di The Truman show, in grado di distruggere la vita, la reputazione di una persona, da mettere in discussione ogni certezza.
La richiesta di arresto per lo YouTuber e ex giornalista coreano Kim Se-Ui, balzata alle cronache mondiali nei giorni scorsi, è l’emblema di questa serie horror. Una notizia emblematica e allo stesso tempo storica per due motivi. Emblematica perché la vicenda che lo vede protagonista è un caso di cheapfake, cioè la costruzione manipolata di una notizia attraverso strumenti avanzati di editing, fatta in modo da sembrare vera e certa in cui oltre a costituire il cosiddetto fatto si è costruito l’origine, la fonte. Diffuso poi su un canale YouTube con oltre un milione di iscritti ha avuto un effetto dirompente.
Kim Se Ui è accusato, infatti, di aver realizzato false informazioni sulla relazione tra Kim Soo Hyun, notissimo attore di K-drama e l’attrice Kim Sae Ron, morta suicida a febbraio dello scorso anno, inclusa la circostanza che i due avrebbero avuto una relazione quando Kim Sae Ron era minorenne.
Una circostanza, quest’ultima, che nello Star System e nella cultura coreana, è praticamente inaccettabile. Tant’è che la notizia ha stroncato di netto la carriera dell’attore Kim Soo Hyun, con implicazioni devastanti sulla sua vita privata, e ha aperto un dibattito pubblico e social sulla colpevolezza dell’attore.
Mesi di inferno fino a quando la polizia ha accertato che Kim Se Ui ha utilizzato l’intelligenza artificiale generativa per manipolare e falsificare registrazioni vocali e screenshot di conversazioni dell’attrice coinvolgendo Kim Soo Hyun. Da qui la richiesta di arresto dell’ex giornalista. Un fatto storico.
Nella storia del mondo digitale è la seconda volta che si arriva all’arresto di uno YouTuber per diffamazione.
Prima era accaduto solo nel 2021 a Taiwan quando è stato arrestato Chu Yu Chen accusato e condannato per la vendita e la diffusione di video pornografici deepfake di oltre cento tra politiche e influencer. Un caso simile a quello scoppiato nei mesi scorsi in Italia con la piattaforma “Phica” e la chat “Mia moglie” con foto rubate dal web e utilizzate per creare contenuti hard.
Il caso coreano ha la particolarità che al centro del raggiro diffuso quasi a livello globale c’è una notizia completamente falsa, costruita ad arte. E per scoprirlo c’è voluto quasi un anno.
Sembra un caso lontano di un altro continente, ma se c’è una cosa indubitabile con internet è, per ribaltare un vecchio proverbio, “ogni Paese diventa mondo” e l’Italia non è indenne né dalle fake news, né dalle cheapfake o deep fake.
Circa un mese fa con Senza Bavaglio ci siamo interrogati su una notizia social ed è emerso il “sembra una fake news”.
Al centro di un post apparso su una pagina Facebook, collegato a un link, un personaggio politico pubblico: l’ex deputato Alessandro Di Battista.
“Alle cinque del mattino, nel cuore della Capitale, Alessandro Di Battista ha aperto le porte del ‘Sanctuary medical center’, una gigantesca struttura sanitaria completamente gratuita dedicata ai senzatetto e alle persone più fragili”. Questo l’incipit.
Sembra tutto vero, se non fosse per quell’orario improbabile e per la foto di Diba davanti alla struttura sanitaria con tanto di statua sul piedistallo dove campeggia il suo nome.
Sembra talmente vero ai più che sotto il post comparso sulla pagina Facebook Global Living news ci sono stati oltre 400 commenti del tipo “Bravo. Che Dio te ne renda merito. Se è tutto vero è una grande iniziativa”.
In quella stessa pagina numerosi altri post apparentemente costruiti su notizie reali, destinatari di altre migliaia di commenti.
Ma ovviamente i contenuti di quella sono risultati delle fake news, con notizie generate con l’uso di AI e clickbait (cioè indirizzano gli utenti verso link sospetti e pieni di pubblicità).
Nella giungla di internet la pagina di Facebook che ha come protagonista il politico Alessandro Di Battista è solo un puntino invisibile a occhio nudo.
Dopo l’ennesimo post con una notizia farlocca, la pagina in questione è stata segnalata e sembra essere stata bannata da Meta.
È sparita come se non fosse mai esistita. Ma deve aver assolto al suo obiettivo visto che per mesi ha indirizzato “clienti” sul mercato globale della pubblicità e su altri siti sospetti creando con un click quell’effetto domino del danaro che crea danaro. E in questo caso del falso che crea danaro.
Chiusa una pagina ne saranno state aperte altre centinaia, funziona così nel macrocosmo del web.
Al di là della polemica sulle verifiche dei profili e delle generalità nell’apertura di canali o profili sui social che sono facilmente aggirabili da esperti e hacker, la preoccupazione in questo tipo di episodi è sempre la stessa.
Al centro dell’inganno c’è una notizia. O quella che sembra tale. O meglio ancora, c’è sempre il paradosso che “sembra una fake news”.
E allora viene da chiedersi quale rivoluzione abbiamo costruito in circa 80 anni, a partire dagli anni ’40 del secolo scorso quando fu creato il primo modello matematico di neurone artificiale; passando per la metà degli anni ‘50 quando fu coniato ufficialmente il termine “Artificial Intelligence”, attraversando la “meraviglia” del primo sistema automatico di riconoscimento facciale dello scienziato Takeo Kanade (1970), del supercomputer che batte un campione del mondo di scacchi (Garry Kasparov, 1997), per arrivare all’era del Deep Learning, cioè l’introduzione di reti artificiali profonde capaci di imitare il funzionamento del cervello umano (2010) e a Chapt Gpt (2022)?
Ma è anche utile chiedersi è possibile che in questo lasso temporale siamo passati dalla preistoria della conoscenza informatica alla rete del ragno della ipertecnologia horror, in questo caso legata al giornalismo, in cui tutto è vero e allo stesso tempo falso?
Sembra.
Rosaria Federico
rosariafederico2016@gmail.com
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Le iconografie pubblicate sul sito di Senza Bavaglio sono di Valerio Boni
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