Gli editori incassano dagli Over The Top, i giornalisti restano senza tutele

Dalla Nostra Reporter Investigativa
Fiorina Capozzi

Roma, 13 maggio 2026

La sentenza della Corte di giustizia europea sull’equo compenso agli editori sembra segnare una vittoria storica per il mondo dell’informazione. Le grandi piattaforme digitali – Meta, Google e gli altri “over the top” – dovranno riconoscere un corrispettivo economico agli editori per l’utilizzo online dei contenuti giornalistici.

La Corte ha confermato che gli editori hanno diritto a una remunerazione equa e che Agcom può intervenire per stabilire criteri, obblighi informativi e persino sanzioni nei confronti delle piattaforme che non collaborano. Sulla carta sembra una tutela del giornalismo. Nella realtà, però, la domanda che si pone però è questa: questi soldi serviranno davvero a rafforzare il lavoro giornalistico?

Grandi assenti nella discussione: i giornalisti

Le risorse riconosciute agli editori non hanno infatti alcun vincolo reale rispetto al miglioramento delle condizioni del lavoro redazionale. Nessuna garanzia su stipendi, assunzioni, stabilizzazioni o investimenti nella qualità dell’informazione. Il rischio è che l’equo compenso diventi semplicemente un nuovo flusso di ricavi per aziende editoriali già abituate a comprimere il costo del lavoro.

La contraddizione evidente nel sistema mediatico

Da un lato ci sono editori che rivendicano indipendenza assoluta dai fondi pubblici. Marco Travaglio, ad esempio, ha celebrato la rinuncia del Il Fatto Quotidiano ai contributi statali, definendo il sostegno dei lettori come il vero “finanziamento pubblico” del giornale. Dall’altro lato, però, lo stesso giornale di Travaglio è tra le realtà editoriali che hanno fatto ampio ricorso a forme di lavoro giornalistico e parasubordinato molto flessibili, risparmiando su contributi, assicurazione sanitaria e straordinari dei colleghi, in un contesto in cui il contenimento del costo del lavoro resta centrale per molti editori digitali e tradizionali.

Casi clamorosi: Fanpage.it e Citywire

I due editori sono finiti sotto i riflettori per contestazioni milionarie legate proprio all’organizzazione del lavoro e ai rapporti contrattuali. La multa da circa 8 milioni di euro contestata dagli enti ispettivi racconta un problema strutturale: l’informazione digitale italiana cresce spesso scaricando il peso economico sui lavoratori più fragili.

In questo scenario diventa difficile prendere sul serio l’idea di “informazione di qualità” evocata dagli editori e dalla FIEG. Non basta ottenere soldi dalle piattaforme se poi il sistema continua a ridurre redazioni, precarizzare collaboratori e comprimere il valore del lavoro giornalistico.

La campagna dell'Unione europea
La campagna dell’Unione europea

Il punto verò è che l’informazione non si salva solo finanziando gli editori. Si salva investendo nell’intelligenza umana: competenze, verifiche, inchieste, presenza sui territori, tempo per studiare e capire la realtà.

E invece rischiamo di arrivare all’era dell’intelligenza artificiale nel modo peggiore possibile: senza aver costruito un modello sostenibile per il giornalismo umano. Le piattaforme pagheranno gli editori. Gli editori forse miglioreranno i bilanci.

Ma senza una strategia seria sul lavoro giornalistico, sull’autonomia professionale e sulla dignità economica delle redazioni, il rischio è evidente: avere più tecnologia e meno giornalismo. E allora il problema non sarà l’intelligenza artificiale. Sarà l’assenza di intelligenza politica, industriale e culturale nel prevedere il futuro e organizzarlo in modo razionale per salvare davvero il ruolo dei giornalisti e dell’informazione.

Fiorina Capozzi
fi.capozzi@gmail.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Le iconografie pubblicate sul sito di Senza Bavaglio sono di Valerio Boni

 

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