Fiorina Capozzi
Roma, 30 aprile 2026
Il Primo maggio arriva nel momento più delicato degli ultimi decenni. Il lavoro sta cambiando a una velocità mai vista, spinto dall’intelligenza artificiale e dalla nuova rivoluzione industriale. Eppure gran parte della politica — e soprattutto del sindacato — continua a parlare come se fossimo ancora nel Novecento.
Si discute di bonus, salari, vecchie ricette e battaglie rituali. Tutto importante. Ma il problema ormai è un altro: interi lavori stanno cambiando sotto i nostri occhi e milioni di persone rischiano di trovarsi con competenze vecchie in un mercato completamente nuovo.

La verità è semplice: il mondo costruito finora non reggerà più. Lo Stato ha meno soldi, il debito cresce, la popolazione invecchia e mantenere lo stesso welfare pubblico sarà sempre più difficile. Pensare che pensioni, sanità e protezione sociale possano funzionare domani come ieri significa non voler vedere la realtà.
Ed è qui che emerge il vero ritardo del sindacato italiano.
Per anni gran parte della rappresentanza sindacale si è concentrata soprattutto sulla difesa dell’esistente: contratti, garanzie, equilibri consolidati. Ma oggi difendere soltanto il passato rischia di diventare inutile. Perché l’intelligenza artificiale non aspetta i tempi delle assemblee o dei congressi.
Il punto centrale ormai è uno solo: formazione. Chi non aggiorna continuamente competenze e professionalità rischia semplicemente di essere espulso dal mercato del lavoro.
E gli strumenti già esistono. I fondi interprofessionali, finanziati con una quota dei contributi delle imprese, muovono quasi un miliardo di euro all’anno per la formazione dei lavoratori. Sono uno dei pochi meccanismi che funzionano davvero senza pesare ulteriormente sui conti pubblici.
Questi fondi sono gestiti insieme da imprese e sindacati attraverso consigli di amministrazione paritetici. Ed è proprio lì che il ruolo del sindacato dovrebbe diventare decisivo: non solo difendere diritti, ma indirizzare concretamente le risorse verso le competenze che serviranno davvero nei prossimi anni, aiutando lavoratori e aziende ad affrontare la transizione tecnologica invece di subirla.
Ma qui si apre il nodo vero: il sindacato è davvero pronto a gestire questa trasformazione?
Perché amministrare fondi, formazione, welfare e previdenza complementare richiede ormai competenze manageriali, capacità strategica e visione industriale. Non bastano più slogan o mobilitazioni simboliche.
Il caso del sindacato dei giornalisti è emblematico. Da anni si proclamano scioperi per il rinnovo del contratto, mentre per troppo tempo si è chiuso un occhio davanti alla precarizzazione crescente della professione: collaboratori sottopagati, freelance senza tutele, compensi crollati. Il risultato è stato devastante anche sul piano previdenziale: la crisi dell’INPGI ha reso necessario il salvataggio pubblico dentro l’INPS.
Ma soprattutto è mancata una visione strategica. Mentre le grandi piattaforme digitali drenavano pubblicità e ricavi dal lavoro giornalistico, non si è costruita fino in fondo una battaglia comune con gli editori per ottenere contributi strutturali dai colossi del web verso chi produce contenuti e informazione. Né si è insistito abbastanza per creare fondi pubblici dedicati direttamente ai giornalisti, soprattutto quelli che fanno inchiesta, lavoro sul territorio e attività di interesse pubblico, invece di limitarsi ai sostegni agli editori.
Ed è esattamente questo il punto: il sindacato del futuro non può limitarsi a negoziare stipendi o proclamare scioperi. Deve capire come cambia il mercato, dove si sposta il valore economico e come redistribuirlo prima che intere professioni vengano travolte.
Anche perché il peso dei fondi sanitari integrativi e dei fondi pensione crescerà inevitabilmente. Non per scelta ideologica, ma perché lo Stato avrà sempre meno margini finanziari. E quindi una parte crescente della sicurezza sociale passerà attraverso organismi gestiti proprio da imprese e sindacati.
La domanda allora diventa inevitabile: la classe dirigente sindacale è all’altezza della nuova fase storica oppure continua a combattere le battaglie del passato mentre il mercato del lavoro cambia radicalmente?
Perché il rischio non è solo perdere iscritti o consenso. Il rischio è molto più grande: lasciare milioni di lavoratori senza strumenti per affrontare il futuro.
Il Primo maggio del 2026 segna esattamente questo spartiacque. Non basta più difendere il lavoro che c’era. Bisogna capire come salvare il lavoro che verrà.
Fiorina Capozzi
fi.capozzi@gmail.com
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