Il controllo dei media: dal fascismo alle Big Tech

Fake news e sorveglianza: il potere politico o economico mira sempre a governare l’informazione. Come si costruisce e si orienta l’opinione pubblica

Speciale Per Senza Bavaglio
Eugenio Gallavotti
Milano, 8 aprile 2026
Chi ha inventato le fake news? Il fascismo ha fatto scuola. E chi ne ha raccolto l’eredità? Gli algoritmi creati da imperanti compagnie private che ogni giorno decidono cosa possiamo sapere (o non sapere).
Se ne parla nella nuova edizione ampliata del mio libro La scuola fascista di giornalismo. Origini del controllo mediatico nel Ventennio e riflessi contemporanei (Luni Editrice).
Il punto di partenza: cent’anni fa, in Italia e per imitazione in buona parte d’Europa, del Sudamerica, in Giappone, diventare giornalisti significava soprattutto imparare a obbedire.
Non a verificare i fatti o a fare domande scomode, ma a disegnare una realtà coerente con il potere.
Nel volume ripercorro la nascita, nel 1930, di una scuola voluta dal regime con l’obiettivo di formare una nuova classe di sorveglianti dell’informazione.
Ma il focus non è solo sulla ricostruzione storica. Nella nuova edizione ho cercato di rileggere quell’esperienza alla luce del presente. Se nel Ventennio il controllo era esplicito e centralizzato, oggi si presenta in forme più indirette: processi automatizzati, piattaforme online, meccanismi di visibilità.
Cambiano gli strumenti, ma non la logica: orientare l’attenzione, amplificare alcune voci e ridurne o silenziarne altre.
Esempio per tutti, il referendum sulla Brexit del 2016 con l’uso massiccio di Facebook come strumento di targeting, basato su una raccolta impropria di dati personali e smascherato dalla giornalista dell’Observer Carole Cadwalladr: lì si è capito distintamente come sia possibile orientare scelte fondamentali non attraverso argomentazioni pubbliche, ma tramite messaggi mirati, emotivi, falsi, inviati a cittadini isolati gli uni dagli altri.
Non più propaganda di massa, ma individuale. Una forma di manipolazione altrettanto efficace perché capillare. E allora, di nuovo, come uscirne?
Il libro suggerisce alcune risposte. Una riguarda il ruolo delle istituzioni: l’oligopolio delle grandi piattaforme va contrastato con nuovi strumenti per riequilibrare il rapporto tra chi produce informazione verificata e chi semplicemente ne estrae e ne sfrutta il valore.
Un’altra riguarda il riconoscimento del giornalismo come essenziale per il buon funzionamento di una democrazia, ovvero considerare l’informazione professionale come bene pubblico, al pari di altri servizi fondamentali: senza un sistema informativo affidabile, non imprigionato nelle “bolle” digitali, risulta difficile essere/diventare cittadini consapevoli.
Così il libro si sofferma sul rischio di una progressiva riduzione dello spazio pubblico e del pensiero critico. Perché, ieri come oggi, in gioco non c’è solo la professione giornalistica, ma la vulnerabilità della democrazia, l’affacciarsi di nuovi sistemi autoritari.
Eugenio Gallavotti
eugenio.gallavotti@iulm.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Il libro si può acquistare nelle migliori librerie e a prezzo scontato di lancio qui:

Le iconografie pubblicate sul sito di Senza Bavaglio sono di Valerio Boni

Vuoi contattare Senza Bavaglio? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo.
Senza Bavaglio viene diffuso in tempo reale sulla piattaforma Telegram al canale
https://t.me/senzabavaglio
e sulla piattaforma WhatsApp:
https://whatsapp.com/channel/0029Vag6h6r9mrGbzOXhJs3Q
ai quali ci si può abbonare gratuitamente.

 

Condividi questo articolo