Nuovo protocollo per i “giornalisti, cameraman e personale tecnico” incaricati di  seguire, i lavori parlamentari per l’approvazione della controversa riforma e le relative proteste nella zona attorno al Congresso

Speciale per Senza Bavaglio
Francesca Capelli
Buenos Aires, 22 febbraio 2026

È una sera come tante a Buenos Aires. L’edizione latinoamericana de Il Globo è già chiusa: sto aspettando che nella redazione di Melbourne arrivi il direttore centrale, per passargli le consegne.

Nel frattempo rileggo bene la home page, per eliminare quel refuso che scappa sempre, sistemare un titolo che non mi convince, togliere una ripetizione da un sommario.

Ogni tanto lancio un’occhiata al gruppo Whatsapp dei corrispondenti esteri. Molti di noi sono usciti a seguire una manifestazione di protesta contro la legge di riforma del lavoro: in occasioni come queste, abbiamo preso l’abitudine di fare sapere ai colleghi dove ci troviamo, segnalare i luoghi sicuri in cui rifugiarci, comunicare se siamo dovuti correre al pronto soccorso per aver inalato gas lacrimogeni o essere stati colpiti da proiettili di gomma.

Può apparire come un eccesso di prudenza o una forma di solidarietà tra colleghi dettata dal buon senso. In realtà, nell’Argentina di oggi, per noi giornalisti è una necessità inderogabile. I giubbotti con la scritta “Prensa” (stampa) bene in vista sulla schiena e sul petto, le credenziali delle nostre testate non sono più sufficienti a proteggerci dalla violenza della repressione in caso di scontri.

Un esempio per tutti, quello di Pablo Grillo, un giovane fotografo che, il 12 marzo 2025, mentre documentava una carica contro un corteo di pensionati, è stato colpito alla testa da un candelotto di gas lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo da un gendarme (attualmente sotto processo).

Dopo aver passato molti giorni in coma ed essere stato sottoposto a vari interventi chirurgici, Pablo sta attraversando una lunga riabilitazione, ha ancora bisogno del sondino naso-gastrico per supportare la nutrizione e sta lentamente riacquistando il controllo del suo corpo.

In questi giorni, poi, con le forti tensioni legate alla riforma del lavoro, il ministero alla Sicurezza ha stabilito un nuovo protocollo per i “giornalisti, cameraman e personale tecnico” incaricati di  seguire, tra il 18 e il 20 febbraio, i lavori parlamentari per l’approvazione della controversa riforma e le relative proteste nella zona attorno al Congresso.

Attraverso un comunicato intitolato “Misure di sicurezza per la stampa – Operazione Congresso”, il ministero ci ha informato che ci è stata assegnata una “zona esclusiva per il parcheggio dei mezzi giornalistici il marciapiede di Hipólito Yrigoyen al 1700 (lato pari)”, con l’obiettivo di “preservare l’integrità fisica” di chi svolge attività di copertura.

Nel testo viene consigliato di “evitare di posizionarsi tra eventuali focolai violenti e il personale delle Forze di Sicurezza impiegato nell’operativo” (che è il luogo dove di solito i fotografi scattano le loro immagini migliori e documentano i fatti di cronaca). Il ministero sottolinea il fatto che, in caso di episodi di violenza, “le nostre Forze interverranno”.

Non solo: nel comunicato si afferma che collocarsi fuori dallo spazio indicato “potrebbe comportare un’esposizione diretta a situazioni di violenza, configurando un’autoesposizione al pericolo che la presente misura intende prevenire”.

In altre parole: fare bene il proprio lavoro è, per il ministero, “un’autoesposizione al pericolo”.

La risposta non si è fatta attendere e arriva attraverso una presa di posizione ufficiale dell’Associazione dei corrispondenti esteri della Repubblica Argentina (Acera), ente con oltre 40 anni di attività e che riunisce più di 90 giornalisti di media internazionali (tra cui chi scrive).

Acera ha espresso la propria “profonda preoccupazione” per il contenuto e la portata del comunicato ufficiale.

In una nota diffusa subito dopo il comunicato del ministero, Acera ha sostenuto che le disposizioni “intendono sollevare lo Stato dal suo ruolo costituzionale di garante della sicurezza dei giornalisti che coprono notizie nello spazio pubblico” e ha avvertito che qualsiasi restrizione che limiti il lavoro durante le manifestazioni “non solo ostacola l’esercizio del diritto di cercare e diffondere informazioni, ma viola anche il diritto della società a ricevere informazioni veritiere e tempestive”.

L’associazione ha inoltre richiamato gli standard per la libertà di espressione fissati dalla Commissione Interamericana dei Diritti Umani (Cidh), organismo dell’Oea (Organizzazione Stati Americani). A questi si aggiungono le indicazioni delle Nazioni Unite sulla libertà di opinione ed espressione, che stabiliscono che in contesti di conflittualità sociale spetta agli Stati garantire il massimo livello di protezione per la stampa.

In questo senso, Acera ha respinto i termini utilizzati dal ministero, primo tra tutti il concetto di “autoesposizione”, ritenendo che “generino un effetto intimidatorio” e che trasferiscano ai lavoratori stessi la responsabilità per la propria integrità fisica, invece di rafforzare le garanzie istituzionali. Infine, ha esortato le autorità a rivedere le direttive e ad adeguarle agli standard costituzionali e internazionali vigenti.

Francesca Capelli
Responsabile della redazione latinoamericana del giornale Il Globo
www.ilglobo.com

Le iconografie pubblicate sul sito di Senza Bavaglio sono di Valerio Boni

Condividi questo articolo

more recommended stories