Quando una causa dura una vita: dodici anni di battaglia con Mondadori

Il contenziono ruota attorno a un patto scritto: una lettera di garanzia firmata nel 2001, quando nacque Aci-Mondadori, società consociata creata con l’Automobile Club d’Italia

Speciale per Senza Bavaglio
Arturo Rufus
Milano, 14 febbraio 2026

Se ne parla oggi perché, al Tribunale del Lavoro di Milano, si è tenuta un’udienza che rappresenta l’ennesimo capitolo di una vicenda che per il collega Valerio Boni, oggi sessantasettenne, è iniziata quasi dodici anni fa e che ruota attorno a un patto scritto: una lettera di garanzia firmata nel 2001, quando nacque Aci-Mondadori, società consociata creata con l’Automobile Club d’Italia.

Quelle lettere — consegnate a un gruppo ristretto di giornalisti trasferiti nella nuova realtà — prevedevano il rientro in Mondadori in caso di scioglimento o fallimento della consociata. Quando, anni dopo, Aci uscì e la società imboccò la strada della liquidazione, le promesse però non produssero un risultato uguale per tutti. Due giornalisti non sarebbero nemmeno stati licenziati e avrebbero ottenuto condizioni di favore; due sarebbero stati reintegrati alle stesse condizioni del momento del licenziamento; il quinto, Valerio appunto, si è trovato intrappolato in un contenzioso lungo e doloroso.

In aula è ben emerso un punto decisivo: secondo una tesi sostenuta nel procedimento, la lettera di garanzia avrebbe potuto avere valore pieno solo se collegata a un articolo di un contratto integrativo aziendale. Un articolo che — dice chi lo cercava — esiste, ma è diventato un fantasma: richiesto più volte, promesso con email, mai prodotto dall’azienda, comparso in giudizio solo quando il giudice aveva ormai imbastito la sentenza, che parlava di risarcimento, ma non di reintegro.

E prima ancora di cominciare con le domande, il protagonista mette sul tavolo un’immagine che è già un riassunto emotivo. Dal 2014, racconta, gli sembra di vivere su un set dove si mischiano Rocky e Rambo — “mandato in missione e poi scomodo”, costretto a combattere contro un avversario enorme e spregiudicato, ma non sempre lucido — con qualche improvvisa sequenza manzoniana, di quelle in cui la giustizia sembra un percorso pieno di nebbia, rinvii e molto altro.

Partiamo dall’udienza di questi giorni. Uno penserebbe che, dopo anni, ci si abitui. Invece tu racconti che ogni volta è come tornare dentro un incubo. Che cosa succede, davvero, quando entri in tribunale?

Ormai dovrei essere vaccinato, e invece no. Ogni udienza mi rimette addosso l’ansia, per tutto quello che ho visto e vissuto prima. Anche questa volta, pur sapendo che si parlava “solo” di quantificare un ulteriore risarcimento — perché la Cassazione aveva respinto tutti gli otto quesiti della controparte — l’ansia è arrivata lo stesso, prima e durante. È una cosa fisica: la mente sa, il corpo non ci crede. E nemmeno la mente è poi così certa.

Tu dici che questa storia è partita male e in salita. Non perché il caso fosse debole, ma perché all’inizio ti sei fidato. Di chi?

Mi ha fregato la fiducia in Mondadori, perché improvvisamente, senza che me ne accorgessi, non era più quella che avevo conosciuto nel 1979, quando sono entrai per la prima volta da collaboratore. Nel 2014 non avevo esperienza di cause di lavoro: avevo l’idea — ingenua, oggi lo dico senza vergogna — che una grande azienda si comporti in modo corretto e leale, e che se c’è un impegno scritto, lo rispetti. È stato un errore madornale. Quando ho capito che non restava che andare in giudizio, mi convinsero ad aspettare (con una cortesia che solo qualche tempo dopo mi sono reso conto di quanto fosse ipocrita) che si chiudesse prima la causa dei due colleghi con la mia stessa lettera di garanzia. Loro, nel giugno 2015, vennero reintegrati alle medesime condizioni. Io aspettai. E quella scelta, col senno di poi, mi si è rivoltata contro.

E infatti, alla tua prima udienza, arriva quello che chiami il primo tranello: una domanda apparentemente innocente — “perché si è mosso tardi?” — che diventa l’inizio di un film diverso. Che effetto ti ha fatto?

È stato come capire, all’improvviso, che non stavo entrando in un confronto leale. L’avvocato chiese al giudice perché mi fossi deciso così tardi: sembra una formalità, ma ti sposta subito in una posizione difensiva, ti fa passare per uno che si sveglia tardi, quasi opportunista. Da lì è iniziato un crescendo di comportamenti che mai avrei pensato potessero mettere in atto.

È un’affermazione forte. Se dovessi scegliere due scene che, da sole, spiegano perché la usi senza esitazione, quali sarebbero?

La prima: quando si chiuse il primo grado, secondo i loro conteggi avrei dovuto essere io a dare soldi a loro. Parliamo di una distorsione totale della realtà che avevo davanti. La seconda è in appello: un episodio sconcertante che, se non fosse stato drammatico, e non l’avessi visto con i miei occhi (e quelli di un testimone) sarebbe da commedia di Totò.

Nel frattempo, sullo sfondo, c’è un giallo che tu definisci mai chiarito: quanti erano davvero i lavoratori coinvolti, quante le lettere, quanti i licenziati. Perché è importante? Non è solo contabilità, lì dentro c’è una regia.

Esatto. In tre documenti ufficiali che ho consultato — relazione del liquidatore, memoria difensiva dell’avvocato Mondadori nella mia causa, certificato della Camera di Commercio — i numeri non tornano: da una parte si parla di tre dipendenti, altrove di sei, su altre carte ancora di sette. Non è un dettaglio, se i numeri cambiano, cambia la lettura delle scelte e delle responsabilità. E poi ci sono manovre molto concrete: un vicedirettore rientrato “dalla porta di servizio” con un contratto di collaborazione molto favorevole; un giornalista e un dipendente editoriale con requisiti per prepensionamento fatti rientrare retrodatando la data di trasferimento, per sfruttare lo stato di crisi e i margini di prepensionamento. Un’operazione che, detta così, meriterebbe già da sola un approfondimento. In passato ho provato a chiedere chiarimenti a uno dei liquidatori, e il silenzio che è seguito ha contribuito ad alimentare il sospetto.

A un certo punto tu dici una frase che pesa: “Si sono accaniti contro di me”. E racconti parole dette in udienza: “avremmo potuto assumerlo e licenziarlo il giorno dopo”. Qui non siamo più nel diritto, siamo nella dimostrazione di forza.

Sì, è la sensazione che pesa più di qualunque altra. La conferma di quello che mi disse uno degli artefici della fallimentare (ma altamente redditizia per qualcuno) avventura di Aci-Mondadori: “Davvero vuoi metterti contro di loro? Sei un coglione, ti schiacceranno come una merda”. Ma il paradosso è che, se avessero ragionato, avrebbero perfino potuto ottenere lo stesso risultato con strumenti legali, con costi molto più bassi e con eleganza. C’era una deroga Inpgi che all’epoca consentiva ai giornalisti inseriti in una redazione di essere pensionati a 57 anni: io, nel 2016, avrei potuto essere “liberato” anche senza prepensionamenti. Sarebbe bastato informarsi, non prendere la cosa come una questione di principio. Invece hanno scelto lo scontro, e hanno bruciato soldi in risarcimenti, spese di giudizio e soprattutto spese legali.

Il punto che, in un’intervista, fa davvero male è questo: tu racconti che non è stata una “vacanza a spese loro”, come ti venne detto, ma un terremoto personale. Puoi spiegare cosa significa essere l’unico escluso di un gruppo che aveva lo stesso documento in tasca?

Significa sentirsi marchiato, discriminato, senza sapere il perché. Sapere di essere l’unico escluso, mentre gli altri in un modo o nell’altro rientrano, ti distrugge. Nel mio caso c’è anche un fattore che amplifica tutto: uno spettro autistico che rende questi eventi più penetranti, più persistenti. Non è bastato uno psicologo: ho dovuto chiedere aiuto a uno psichiatra e ricorrere a cure farmacologiche. E dopo un po’ è arrivata anche la fine del mio matrimonio. Poi, quando ho iniziato a riprendermi, grazie anche al supporto della mia nuova compagna, ho fatto l’opposto della “vacanza”: ho iniziato a lavorare gratis in una redazione, per rientrare nel giro. E da lì sono ripartito, non senza difficoltà economiche. Anche perché fino al giorno del licenziamento, oltre allo stipendio avevo un reddito garantito dalle collaborazioni con altre testate. I direttori mi avevano infatti rilasciato lettere di autorizzazione in deroga al contratto. Dal primo aprile 2014 tutto questo è finito. Improvvisamente si sono chiuse le collaborazioni con il Gruppo, e curiosamente anche quelle esterne. Mentre Mondadori ha completato l’opera togliendo dal catalogo i libri che avevo scritto per loro. E nei conteggi dei tribunali, oltre a una retribuzione inferiore per il mancato riconoscimento della qualifica, quanto percepito con le collaborazioni è stato sottratto anziché sommato.

In mezzo a tutto questo c’è un’altra cosa scomoda, perché riguarda una solitudine doppia: da una parte l’azienda, dall’altra chi avrebbe dovuto difenderti come categoria. Tu sul sindacato e sul Cdr dici: “lasciamo perdere”. È una resa o è un’accusa?

È amarezza. Il Cdr non è mai stato collaborativo nei miei confronti. Si sono difesi dicendo che ero sparito, ma il mio numero di telefono non è mai cambiato, è rimasto quello che era sull’agenda di tutti i dipendenti, quellodel numero aziendale trasformato in personale. Il legale del sindacato contribuì al reintegro dei due colleghi, ma ha tenuto tutti i dettagli per sé, facendomi sospettare che potesse nascondere qualcosa. Senza dimenticare che il contratto nazionale prevede che, quando chiude una redazione, la Fnsi fissi un incontro con l’editore per cercare soluzioni: quella riunione non c’è mai stata. Io ho chiesto più volte il verbale in associazione e non mi hanno mai nemmeno risposto. Poi ho capito anche il perché: un membro del Cdr Mondadori mi riferì una frase dell’allora presidente dell’Associazione lombarda: “Perché vi occupate di Aci-Mondadori? Sono un’entità esterna, lasciateli perdere”. Ecco, per me questa è stata una delle cose più disgustose dell’intera vicenda.

Arriviamo al nodo tecnico che, però, in questa storia è come un oggetto narrativo: il contratto fantasma. Tu racconti che in tribunale la lettera di garanzia viene trattata come valida solo se collegata a un articolo di quel contratto, e quel contratto non viene mai prodotto da loro. Lo trovi tu dopo anni di ricerche. Quando ti rendi conto che stai combattendo da solo contro tutti?

Me ne rendo conto quando capisco che quella mancanza diventa un’arma. La lettera del 2001, da sola, viene attaccata perché non contiene mansioni, qualifica e retribuzione: elementi che nel 2001 non potevano essere cristallizzati per un evento futuro, imprevedibile nei tempi. La sola speranza di renderla valida è trovare il contenuto di un articolo del contratto integrativo del 1988, del quale si fa riferimento nella lettera. Ma quel contratto di 26 anni prima, guarda caso, sparisce. Io per anni lo cerco. L’azienda, nonostante richieste ripetute, e false promesse, non lo produce. E capisci che non sei in un vuoto casuale: sei in un vuoto costruito.

Poi c’è la scena da cinema, quella che da sola spiegherebbe la tua metafora manzoniana, alla vigilia dell’ultima udienza d’appello, dopo anni di ricerche, trovi le copie dei contratti. Entri in aula e, racconti, vedi il panico dall’altra parte. Che cosa succede?

Succede che l’espressione e il colorito dell’avvocato cambiano all’improvviso. Il mio legale dice al giudice che c’è un elemento nuovo e spiega di cosa si tratta: lì vedi proprio la reazione fisica, il balbettio, le frasi senza senso, il tremore. Il giudice gli offre tempo per leggere e valutare. Io, a voce alta, mi lascio scappare: “tanto lo conosce benissimo il contenuto”. Il giudice mi espelle dall’aula. E il punto tragico è che, nonostante quei documenti, il giudice considera solo una parte: usa l’articolo che escludeva la possibilità di riassorbire i superminimi, non quello che mi avrebbe assicurato la riassunzione. C’è però una cosa che probabilmente avrebbe avuto un effetto ancora più devastante: non molti lo sanno, ma quella copia del contratto è uscita proprio dall’ufficio del personale che doveva custodirlo gelosamente. Naturalmente non ha seguito una via ufficiale, è arrivato da un dipendente che si è reso conto, purtroppo tardivamente, delle proporzioni della trappola che mi avevano teso.

A proposito di superminimi: tu racconti un passaggio quasi da manuale di strategia aggressiva nel corso della perizia del tribunale per quantificare il secondo risarcimento. Mondadori prima ottiene di parametrare i conteggi sulla qualifica di redattore ordinario invece che di capo servizio, poi esigono di stornare disoccupazione e mancato preavviso, poi vogliono anche il riassorbimento dei superminimi. E qui scatta una tua intuizione: “Questa insistenza mi ha insospettito”.

Sì. È la logica del “voglio tutto”, di chi non si accontenta ti vuole annientare, vuole strafare. Chiesero di tutto per tagliare il risarcimento: trattamento da redattore ordinario e non da caposervizio; storno delle indennità di disoccupazione e di mancato preavviso; e poi, ancora, il riassorbimento dei superminimi, che era proprio contenuto in un articolo di quei contratti fantasma. Io ho pensato: “se insistono così, vuol dire che stanno giocando su qualcosa che credono io non possa controbattere”. E lì ho intensificato le ricerche. Per fortuna con successo, dimostrando nuovamente che dietro a tutto c’era, una volta di più, l’inganno.

C’è anche un capitolo che sembra lontano, ma in realtà parla dello stesso clima: tu accenni a una operazione dell’azienda, una grande avventura all’estero, e la colleghi indirettamente a quello che sarebbe successo dopo nelle redazioni. Che cosa intendi?

Intendo che certe scelte di vertice hanno avuto conseguenze a cascata. Parlo del progetto di conquista editoriale della Francia: l’acquisizione di Emap France, un investimento enorme — 551 milioni nell’agosto 2006 — con l’idea dichiarata di “insegnare ai francesi come si fa questo lavoro”. Pochi anni dopo, il 31 luglio 2019, quella che diventò Mondadori France venne ceduta per una cifra enormemente più bassa, 70 milioni di euro, più un earn-out di 5 milioni. E chi guidò quella disfatta non venne cacciato: restò fino a completare la distruzione delle redazioni, portandosi a casa una buonuscita da 1,8 milioni. Questo fa capire che non è solo una storia personale, è un modo di concepire persone e redazioni come materiale sacrificabile. Che a lungo si sono trasformate in Bancomat, visto che gli esuberi sai trasformavano per magia in risorse economiche.

È vero che recentemente hai anche tentato di scoprire se il trattamento che ti è stato riservato è una politica aziendale, o un’iniziativa autonoma di un un gruppo di persone?

Sì, è vero. Nell’epoca della digitalizzazione ho giocato la carta più analogica che esista: ho scritto una lettera a Marina Berlusconi. Non una email, non un testo uscito da una stampante, ma una lettera vergata a mano. L’obiettivo dichiarato non era quello di chiedere la grazia, solo capire se il presidente è al corrente dei metodi utilizzati, che sinceramente sono in contrasto con quelli che ti aspetteresti da un cavaliere del lavoro. Ho inviato il tutto un un plico “riservato personale” e il tutto è finito lì. Purtroppo non so se la lettera sia arrivata sul tavolo della presidenza, o sia stata filtrata e giudicata non degna di attenzione. Quello che so è che nell’ultima udienza l’atteggiamento non è cambiato: ho proposto di chiudere in appello anche quelle che inevitabilmente saranno le mie richieste in tema di danno contributivo e pensionistico. Un’offerta “due al prezzo di uno” che è stata declinata. Quindi al momento devo dedurre che questa è la linea aziendale. Pazienza, era un tentativo. Da tempo ho imparato a non avere aspettative, ad apprezzare quello che arriva di positivo senza illudersi in anticipo. Di conseguenza anche questa volta che non è arrivato nessun segnale positivo, non c’è delusione, solo quel latente senso di amarezza.

Chiudiamo tornando alla cosa più difficile da dire, perché è quella che nessuna sentenza aggiusta: affermi che da dodici anni non passa giorno senza pensare a quello che ti è successo. Se dovessi sintetizzare in una frase che cosa ti ha tolto questa storia — oltre al sonno — quale sarebbe?

Mi ha tolto l’idea di essere al sicuro dentro le regole. Io costavo, sì, ma lo stipendio era alto perché avevo avuto promozioni, aumenti di merito, bonus: l’ultimo pochi mesi prima del licenziamento. Quella che dovrebbe essere meritocrazia, a un certo punto, si è trasformata nel suo contrario. E quando vivi una cosa così, non ne esci chiudendo una pratica: ne esci ricostruendoti da capo, pezzo per pezzo. Anche perché, dopo quattro gradi di giudizio, la vicenda non si chiude qui. Ci sono altri elementi da chiarire in tribunale.

Arturo Rufus
arturo.rufus@gmail.com

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