Il tesserino dei giornalisti: un orpello antico da mettere in soffitta

Con la rivoluzione digiatale tutto è cambiato: ma quel documento è rimasto sempre uguale, come nel secolo scorso. Grottesco. E se lo perdi la burocreazia borbonica ti assale

Speciale per Senza Bavaglio
Elisabetta Ambrosi
Roma, 3 febbraio 2026

Ho perso il tesserino da giornalista. Rifarlo è un incubo ottocentesco, nell’epoca dell’IA

Ha sempre avuto un aspetto da secolo scorso. Ma non nel senso dell’aulicità e maestosità del Novecento. Era ed è, piuttosto, un sapore da ufficio di scartoffie, con quella finta pelle marrone e la scritta dorata sopra. Il tesserino da giornalista è sempre rimasto così, brutto e antico.

Fino a pochi anni fa, per attestare che avevi pagato l’obolo annuale all’Ordine di 100 euro dovevi andare di persona e farti mettere un timbro con l’anno. Se si bagnava, o si rovinava, i bollini diventavano illeggibili. All’estero, qualche volta era tragicomico spiegare che sì, quello era il tesserino da giornalista dell’Italia.

Il paradosso è questo: che mentre il nostro mestiere veniva stravolto con il passaggio alla rete, diventando quasi completamente digitale; mentre il settore andava in crisi, e le edicole cominciavano a chiudere una dopo l’altra lui, il tesserino da giornalista, rimaneva rimasto identico a se stesso. Simbolo di un Ordine rimasto immobile, del tutto impotente, o forse indifferente, ai mutamenti che precarizzavano migliaia di giornalisti, che stravolgevano le vite di aveva scelto, incolpevole, di fare un mestiere bello e nobile sperando di poterci campare.

Oggi, invece, i cronisti assunti sono una piccola minoranza rispetto all’esercito dei free lance. Le paghe medie inferiore ai corrieri del cibo a domicilio, ma nessuno lo sa perché nessun giornale ne scrive.

Poi c’è stata una seconda rivoluzione: oltre a quella digitale, quella dell’intelligenza artificiale. Mentre noi giornalisti siamo stati costretti a correre ai ripari, a fare nuovi corsi, a inseguire cambiamenti troppo veloci per chiunque, lui, il tesserino da giornalista, rimaneva statico e immobile. Di finta pelle marrone. I bollini però hanno cominciato almeno a farli scaricare dal sito. Solo che, in questo mondo dematerializzato, bisogna comunque stamparli, ritagliarli con le forbici – sì le forbici – e incollarli – sì incollarli – al tesserino.

Ma il paradosso non finisce qui. Mi è capitato di perdere il portafoglio con tutto dentro. Ormai per i documenti le cose si sono fatte facili. Se li hai caricati sull’app IO, non c’è problema, vuol dire che non li hai persi, perché si possono portare ormai in versione digitale. Se però li avevi fisicamente, beh, la patente te la ordina direttamente il commissariato dove vai a fare denuncia, la carta di identità è più complessa, specie se abiti a Roma, ma tra open day durante i weekend e appuntamenti on line alla fine si fa.

Le carte del supermercato si rifanno facilissimamente, ormai anche loro sono un codice, la GDO è all’avanguardia, altro che.

Qual è il documento più rognoso, tanto che a distanza di mesi ancora non l’ho rifatto? Il tesserino da giornalista. Perché per riaverlo devi andare fisicamente – sì, fisicamente – alla sede del tuo Ordine, nel mio caso centro storico, anche se abiti magari a Frosinone o Latina.

E allora te lo rifanno, di carta, pagando venti euro. Non c’è possibilità alcuna di poterlo avere in altro modo. “Eh come si fa, serve una foto tessera”, mi hanno spiegato gli impiegati. Senza sapere che anche per la carta di identità oggi accettano la foto digitale. Grottesco.

Nel 2026. Poi devi essere anche fortunato, perché siccome agli uffici non risponde mai nessuno (questo accade dagli anni Novanta e forse da sempre) speri di andarci il giorno in cui non sono chiusi per qualche motivo. Altrimenti riprendi il calesse torni a casa e poi devi ritornare.

Altre sfide aspettano i giornalisti del futuro. Non sempre positive, sicuramente faticose, certamente legate alla tecnologia che galoppa velocissima. Ci si chiede di aggiornarci aggiornarci, cambiare, cambiare, acquisire nuove competenze una dietro l’altra per non soccombere (come se non fossimo già un mondo di “sommersi, tanti, e salvati (pochi)”). Ma possiamo contare su qualcosa che mai muta, esattamente come l’Ordine. Il tesserino di finta pelle.

In verità, qualcuno comincia a dire che andrebbe aggiornato, che si farà una card con scritto “press”, che fa tanto internazionale. Forse. Magari. Non farà tornare indietro i nostri contratti precari né arretrare la nostra povertà.

Non farà sì che l’Ordine magicamente diventi davvero tale, un Ordine che protegge i deboli mentre fa da “watch dog” dei poteri forti, ovvero dei giornali forti, a cui si fa ormai passare tutto, dai contratti alle marchette quotidiane, costanti, nascoste, salvo poi, magari, censurare e perseguitare qualche free lance per inezie.

Ma almeno avremo un tesserino che sa un po’ di modernità. Soprattutto, se ci scipperanno, lo potremo forse rifare on line. Chissà. O forse no. Che poi tanto oggi quel tesserino serve a poco. Neanche nei musei ti fanno più lo sconto. “Mandi una mail all’ufficio stampa che le darà l’accredito”. Una mail. Già così vecchia. Ma mai così vecchia come il tesserino. E tutto quello che rappresenta.

Elisabetta Ambrosi
elisabetta.ambrosi@gmail.com

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Le iconografia pubblicate sul sito di Senza Bavaglio sono di Valerio Boni

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