Il silenzio durante la tempesta: il ciclone c’era, l’informazione no

L’indignazione dei cittadini emersa nelle ore in cui la bufera imperversava in Calabria, Sicilia, Sardegna mette in luce le aspettative pubbliche nei confronti dei media

Speciale per Senza Bavaglio
Francesca Canino
28 gennaio 2026

Nei giorni scorsi il ciclone Harry ha investito Sicilia, Calabria e Sardegna con una intensità eccezionale. Nubifragi, venti forti e mareggiate sono stati tali da causare danni stimati nell’ordine di diverse centinaia di milioni di euro. La distruzione di infrastrutture costiere, abitazioni, strade e campi ha fermato la quotidianità della popolazione residente nei luoghi colpiti, mentre paura e sbigottimento si sono rapidamente diffusi tra la gente.

Ma, nonostante la rilevanza dell’evento – sia dal punto di vista meteorologico sia da quello sociale ed economico – i media nazionali non hanno dedicato lo spazio dovuto alla tragedia che si stava consumando al Sud.

Nei primi giorni del passaggio del ciclone Harry, infatti, la copertura mediatica si è rivelata insufficiente, sollevando non pochi interrogativi tra gli abitanti delle aree interessate. Il problema non è stato solo l’assenza di cronaca, ma il messaggio implicito: se un disastro non viene raccontato, rischia di non esistere nella percezione nazionale. Senza racconto non c’è attenzione, senza attenzione non c’è aiuto, senza aiuto, chi è colpito resta solo.

Il bavaglio sul ciclone Harry

Mentre il ciclone Harry riscriveva in poche ore la geografia di interi litorali, una parte dell’informazione nazionale rimaneva, dunque, in silenzio. Un silenzio pesante che ha dato alla popolazione la percezione di essere abbandonata da chi dovrebbe raccontare, spiegare, testimoniare ed è stato, invece, imbavagliato.

Al Sud si è subito diffusa la sensazione che ci sia qualcuno che decida cosa mostrare e cosa no, cosa meriti la scena e cosa debba essere relegato ai margini di un telegiornale, anche regionale. Ed è soprattutto questo ad aver indignato e insospettito i cittadini delle tre regioni: il disinteresse dei propri giornalisti rimasti silenti e ciechi.

Perché? Un ciclone senza vittime “non fa notizia”? Era scomodo mostrare quanto fragile fosse il Paese di fronte agli eventi climatici estremi? O quanto impreparata fosse la macchina dei soccorsi? O, ancora, si è preferito tacere perché le linee editoriali non possono interferire con talune decisioni politiche ed economiche? E se un evento di tale gravità viene quasi ignorato, quante altre emergenze sono passate e passeranno ancora sotto silenzio perché “non convenienti”?

Il risultato è che un evento meteorologico estremo, con danni enormi e conseguenze sociali reali, è apparso quasi come una nota a margine. Fortunatamente, le immagini della devastazione sono state divulgate dai cittadini stessi tramite i video amatoriali e le dirette dai luoghi devastati, un’informazione dal basso che ha supplito alle lacune dell’informazione dall’alto. Ma allora a che servono i giornalisti? O meglio: a che servono siffatti giornalisti?

Il bavaglio sull’informazione

L’indignazione dei cittadini emersa nelle ore in cui il ciclone imperversava sul Mediterraneo mette in luce le aspettative pubbliche nei confronti dei media nazionali e solleva domande sulla gerarchia delle notizie, i criteri di selezione e il ruolo che l’informazione dovrebbe avere nel raccontare quello che accade ogni giorno. Invece, nel caso in questione, i giornalisti sono rimasti imbavagliati per più giorni dall’inizio del disastro, iniziando a divulgare dopo non si sa cosa, snaturando la missione propria del giornalismo, ossia vigilare sul potere e informare la popolazione con rigore e responsabilità.

Solo pochi giorni fa, il direttore e consigliere nazionale della FNSI per Senza Bavaglio Massimo Alberizzi ha scritto in merito alle rastrelliere vuote: “La crisi dell’editoria dipende anche dal fatto che i mezzi di informazione non forniscono prodotti di alto livello. Gli investimenti sulla qualità sono pochi e spesso mal indirizzati. Si è troppo attenti agli interessi politici ed economici e poco a quelli dei cittadini. Occorre destinare maggiori risorse alla qualità dell’informazione. Oggi assai marginale”.

Occorre anche liberare tanti giornalisti dai bavagli imposti o mandarli a svolgere altro tipo di lavoro se davvero si vuole avviare un cambiamento dell’attuale società che vacilla in modo sistemico. Per questi motivi, il ciclone Harry non è stato solo un evento atmosferico, ma uno specchio che ha riflesso le fragilità climatiche del Paese e, allo stesso tempo, le fragilità del sistema informativo.

Francesca Canino
francescacanino7@mail.com
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