
Speciale per Senza Bavaglio
Valerio Boni
Milano, 1° gennaio 2026
In Italia, quando scoppia un caso mediatico, soprattutto se parte dal mondo del gossip e ha risvolti morbosi, si apre subito la stagione degli accertamenti, delle verifiche, della trasparenza. Tutto molto serio.
Poi però basta una parola — una soltanto — per far saltare la catena di montaggio della precisione: “giornalista”. La conferma arriva da quanto sta accadendo in questi giorni con il “caso Signorini”: negli articoli che narrano la vicenda è quasi ovunque presentato con la formula “conduttore e giornalista”. Come fosse un titolo incorporato nel nome. Tipo: Alfonso Signorini, giornalista di default.

Mettiamo subito in chiaro una cosa: non ci interessa entrare nel merito della vicenda, che appare già abbastanza squallida da qualunque parte la si guardi, e destinata, prevedibilmente, ad alimentare a lungo l’attenzione morbosa delle fazioni — pro, contro, “io lo sapevo”, “io non ci credo”, “io ho le prove”, “io sono indignato a prescindere”.
A noi interessa una cosa molto più semplice e verificabile: l’uso improprio della qualifica professionale. Perché, se vogliamo parlare di regole, cominciamo dalle regole minime del lessico.
L’Ordine dei giornalisti lo scrive senza poesia nel Codice deontologico: l’iscrizione all’Albo è condizione imprescindibile per esercitare l’attività giornalistica professionale. E per chi volesse fare il gesto rivoluzionario di controllare, l’Ordine lo spiega anche nelle FAQ: per sapere se una persona è iscritta, si consulta l’Albo unico nazionale. Quindi no, giornalista non è un soprannome, non è un premio alla carriera, non è un titolo nobiliare che rafforzi l’autorevolezza di un personaggio televisivo. È (anche) una qualifica legata a una condizione verificabile.
E qui arriva il cortocircuito, perché nella ricerca effettuata sul portale nazionale inserendo nome e cognome, alla voce Signorini Alfonso non compare alcun risultato. Non è un giudizio, è un fatto tecnico, la tabella resta vuota. Eppure, nei titoli, la parola “giornalista” continua a comparire con una disinvoltura che fa quasi tenerezza.
Qui entra in gioco la parte davvero imbarazzante (per chi continua a scrivere “giornalista” con il pilota automatico). Più fonti sul web, compresa Wikipedia, riportano che nel novembre 2023 Signorini avrebbe deciso di cancellarsi dall’Ordine per potersi muovere nel mondo delle pubblicità sui social.
E non è un dettaglio di colore, è proprio il nodo della compatibilità tra professione e promozione commerciale. Nel Codice deontologico, all’articolo dedicato alla Pubblicità, si stabilisce che la/il giornalista non può prestare nome, voce o immagine per iniziative pubblicitarie o per promuovere marchi e prodotti commerciali, con eccezioni limitate e gratuite per fini sociali/umanitari e previa comunicazione all’Ordine regionale. Ora: fare pubblicità non è un reato, né un peccato mortale. È una scelta legittima.
Nel frattempo, nei pezzi che circolano, Signorini viene descritto con un catalogo di ruoli che sembra la lista competenze di un profilo LinkedIn in giornata di grazia: autore, cantautore, laureato in Letterature straniere, appassionato di cinema, poesia e Shakespeare, conduttore televisivo e radiofonico, scrittore, regista teatrale, dirigente d’azienda, direttore editoriale del settimanale Chi, proprietario (con Mondadori) di una talent agency. Tutto può essere vero, tutto può coesistere, tutto può essere raccontato. E infatti viene raccontato. Solo che poi, come se fosse un accessorio obbligatorio, nel 90% dei casi (anzi: nella stragrande maggioranza dei casi) spunta anche “giornalista”.
Qui non c’è bisogno di processi alle intenzioni, basta guardare il meccanismo. “Giornalista” viene usato come scorciatoia di autorevolezza, una certificazione automatica che rende più “pesante” qualsiasi titolo. Il problema è che la professione non funziona a slogan: se la parola “giornalista” ha un senso giuridico e ordinistico, non la si può usare come aggettivo ornamentale. E il paradosso è che l’esempio di come ci si dovrebbe comportare ce l’abbiamo già sotto gli occhi. Quando si parla della scuola, molti articoli scrivono correttamente “ex docente”. Nessuno si sogna di chiamarlo “insegnante” al presente, solo perché lo è stato. Ecco: lo stesso principio di igiene linguistica vale anche qui.
Da anni torna ciclicamente il dibattito sull’abolizione dell’Ordine dei giornalisti, con proposte, controproposte e discussioni sul fatto che sia utile o superato. Benissimo: se ne parli, si riformi, si decida. Ma fino a quando l’Ordine esiste, esiste anche il perimetro legale delle professioni regolamentate. E l’ordinamento prevede il reato di esercizio abusivo di una professione quando è richiesta una speciale abilitazione dello Stato (art. 348 c.p.).
Ora: non è questo il caso, e va detto chiarissimo per evitare sia l’allusione sia la sceneggiata, perché sotto questo punto di vista Signorini è del tutto innocente. Qui non si sta sostenendo che Signorini si presenti come “giornalista”, né che stia “abusivamente esercitando” qualcosa. Al contrario, il punto è ben più imbarazzante, perché riguarda chi scrive. Sono gli articoli a cucirgli addosso un titolo che non è più tale.
Se l’Ordine volesse fare un servizio alla categoria — e anche ai lettori — basterebbe poco. Sarebbe sufficiente diffidare le testate dall’usare “giornalista” come etichetta automatica quando la qualifica non risulta dall’Albo unico nazionale. Non è una crociata personale contro qualcuno. È igiene del linguaggio. E, nel nostro lavoro, l’igiene del linguaggio è igiene dei fatti. È qui che la faccenda smette di essere “Signorini sì/Signorini no” e diventa un problema di mestiere. Perché nel frattempo la credibilità del giornalismo non è esattamente al massimo della forma, basti pensare che, secondo la sintesi del Digital News Report 2025 pubblicata dallo stesso Ordine, in Italia la “fiducia complessiva nelle notizie” è al 36%. I lettori già da tempo diffidano, spesso per buone ragioni, e ogni confusione tra informazione, intrattenimento e promozione commerciale è benzina sul fuoco.
E allora, in un contesto di fiducia fragile, che cosa facciamo? Aggiungiamo un altro tassello perfetto per farci del male da soli? È evidente che non ci saranno querele (almeno limitatamente all’uso di questo termine), il problema deriva dal fatto che chi legge può essere portato a pensare: “Toh, un altro giornalista nei guai”. Questo è un capolavoro di autolesionismo professionale. Mentre ci indigniamo per le “regole” (qualunque regola), lasciamo scorrere l’unica norma che potremmo far rispettare subito e senza dibattiti: chiamare le persone con il termine corretto. Il giornalismo non è una medaglia che “una volta presa, resta tua”. È una professione con regole, doveri e limiti. E il Codice lo ribadisce in modo inequivocabile: iscrizione all’Albo per esercitare, separazione netta tra informazione e pubblicità.
Quindi la domanda finale è semplicissima, e può risultare scomoda: perché tanti articoli continuano a riportare “giornalista” senza fare la verifica base che l’Ordine stesso indica? Se poi domani aboliranno l’Ordine, ci adegueremo alla nuova realtà. Ma fino a quel giorno, una cosa possiamo farla senza convegni e senza commissioni. Perché non c’è niente di più efficace, per screditare una categoria già in difficoltà, che regalarle etichette fuori contesto.
Valerio Boni
valeboni2302@gmail.com
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Le iconografie pubblicate sul sito di Senza Bavaglio sono di Valerio Boni
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