Speciale per Senza Bavaglio
Valerio Boni
Milano, 24 novembre 2025
La notizia dovrebbe essere da prima pagina: il 28 novembre i giornalisti italiani torneranno a scioperare, dopo oltre dieci anni, per chiedere il rinnovo del contratto nazionale Fnsi–Fieg, scaduto nel 2016, e per denunciare redazioni svuotate, salari erosi dall’inflazione, precarietà strutturale e uso distorto dei collaboratori. L’ultimo direttivo del sindacato regionale, che ha riunito i Cdr di tutte le testate lombarde, annuncia un’adesione massiccia, destinata a coinvolgere anche quotidiani come Libero e Il Giornale, storicamente non sempre allineati sulle iniziative sindacali. Un dato che viene letto come risposta al tentativo degli editori di spezzare ciò che resta di un fronte comune della categoria: sul tavolo, infatti, ci sarebbe la possibilità di chiudere rapidamente un accordo con un aumento di circa 120 euro lordi al mese, a fronte però di clausole peggiorative per i più giovani. In pratica, una proposta che introduce uno scontro generazionale: qualche soldo in più per chi è già “dentro”, in cambio di nuove rinunce a carico di chi è entrato da poco o deve ancora entrare.
Nel corso dell’incontro è emersa anche un’altra fotografia, meno rassicurante, della categoria. Molti tra i giornalisti più giovani sono del tutto impreparati sul tema sciopero. Non ne hanno mai vissuto uno da professionisti; l’unico precedente, per alcuni, sono le occupazioni o le manifestazioni ai tempi della scuola o dell’università, quando saltare le lezioni era percepito come un “bonus”, non certo come una rinuncia economica. Oggi invece, con stipendi già falcidiati dall’inflazione e da anni di tagli, un giorno di sciopero significa perdere soldi veri, non un compito in classe.

Nel clima di euforia per la “ritrovata unità”, unità che riguarda soprattutto chi lavora nei quotidiani, molto meno chi è nei periodici, nessuno ha però voluto mettere seriamente in discussione la scelta della data. Il 28 novembre coincide con lo sciopero generale dei sindacati di base. È un dettaglio? Non proprio. Significa che l’astensione dei giornalisti rischia di essere scambiata per l’ennesima protesta “contro il governo”, sepolta dentro il calderone delle rivendicazioni generali, oppure di passare del tutto inosservata.
I giornalisti italiani scioperano con un contratto fermo al passato remoto: l’ultimo vero rinnovo organico è quello Fnsi–Fieg del 2009, ritoccato solo nella parte economica fino al 2013 e poi “aggiornato” con accordi parziali nel 2013–2014.
Il contratto è formalmente scaduto il 31 marzo 2016 e da allora viene solo prorogato, senza un nuovo impianto né adeguamenti strutturali sulle retribuzioni, tutele per i giovani e regole del lavoro nell’era digitale. In pratica, l’informazione vive nel 2025 con un contratto pensato per un’epoca che è in realtà preistoria. Le ragioni di fondo sono difficilmente contestabili, poiché nessuna categoria può reggere un blocco contrattuale così lungo, mentre l’informazione attraversa una crisi senza precedenti. Eppure, il modo scelto per dare voce a questo malessere rischia di trasformare lo sciopero in un gesto simbolico poco incisivo, se non addirittura controproducente.
Da un lato, infatti, non sarà affatto chiaro ai cittadini che i motivi dell’astensione dei giornalisti non coincidono con quelli dello sciopero generale, ma riguardano il mancato rinnovo del contratto, le condizioni di lavoro, la precarietà. Dall’altro, con i telegiornali in edizione ridotta e i quotidiani assenti in edicola il giorno dopo, c’è il rischio concreto che l’eco dello stesso sciopero generale risulti attenuata: meno pagine, meno approfondimenti, meno cronaca di piazza. Paradosso nel paradosso: chi sciopera per chiedere più attenzione all’informazione rischia di contribuire a oscurare un’altra mobilitazione.
La prima criticità sta nella data. Il 28 novembre coincide con lo sciopero generale che coinvolgerà più settori. Questo significa che, agli occhi dell’opinione pubblica, l’astensione dei giornalisti rischia di passare inosservata, assorbita nel rumore di fondo della protesta generale, oppure di essere percepita come una manifestazione “contro il governo”, nonostante i comunicati ufficiali insistano sul carattere strettamente sindacale e contrattuale dell’iniziativa.
Se l’obiettivo è spiegare ai cittadini perché da troppi anni non viene rinnovato un contratto che riguarda quotidiani, periodici, agenzie, radio, tv e testate online, scegliere di scioperare nel giorno in cui tutti (almeno in teoria) protestano su tutto, è una mossa che annulla la specificità del messaggio.
Il problema, però, va oltre la sovrapposizione di date. Lo sciopero, strumento nato in un altro secolo e per un altro tipo di economia, ha perso gran parte della sua efficacia. Nell’immaginario di molti cittadini la parola “sciopero” si traduce ormai in una sola cosa: disagi nei trasporti. Disagi che colpiscono pendolari, lavoratori, studenti, non certo i gruppi editoriali. A ognuno la sua punizione: chi deve andare in ufficio o in fabbrica si arrangia come può, magari con l’auto privata, mentre le aziende contabilizzano una giornata in meno di salari, e nel caso dei giornali anche una giornata in meno di costi di carta e stampa.
Chi deve andare al lavoro, portare i figli a scuola, fare visite mediche, non percepisce la complessità delle rivendicazioni, vede solo l’ennesima giornata in cui spostarsi è più difficile, più stressante, più costoso. La scelta dell’ennesimo venerdì alimenta un sospetto che ciclicamente ritorna, quello del “weekend lungo”. Anche chi è istintivamente solidale con la protesta finisce per chiedersi se la priorità sia davvero far sentire la propria voce o regalarsi un ponte. È un dettaglio solo in apparenza marginale, perché la credibilità di un’iniziativa di lotta passa anche dalla capacità di smentire stereotipi, non di confermarli. E qui, purtroppo, lo schema è sempre lo stesso.
In più un aspetto di cui mai si è avuto il coraggio di parlare. L’impatto ambientale indiretto degli scioperi, in particolare quelli del trasporto pubblico. Quando autobus, tram e metro si fermano, chi non può permettersi di restare a casa è costretto a usare l’auto privata, anche se questa non è di ultima generazione. A Milano – dove il presidio dei giornalisti si terrà in piazza 25 Aprile – molte delle giornate di superamento dei limiti di emissioni negli ultimi anni sono cadute proprio in coincidenza con blocchi o forti riduzioni del servizio di trasporto pubblico, con effetti che si trascinano anche nei giorni successivi. In un’epoca in cui ogni categoria rivendica attenzione al clima e alla sostenibilità, continuare a usare sempre lo stesso schema di sciopero, ignorandone le ricadute, è quantomeno miope. Con il rischio di apparire ipocriti e cinici.
Resta la domanda di fondo, come si è arrivati qui, a uno sciopero dopo oltre dieci anni di contratto fermo? In questo lungo intervallo non è mancato solo il rinnovo.
Era anche il caso di pensarci prima. Già durante il Covid si erano presentate occasioni clamorose, allora vissute e raccontate come l’“ultima spiaggia” per ripensare modelli di business, organizzazione del lavoro e ruolo del giornalismo, che non sono state sfruttate. In piena emergenza, mentre redazioni e aziende parlavano di “ripartenza” e “nuovo patto con i lettori”, nessuno ha davvero messo al centro la questione del contratto, dei diritti, del rapporto tra sacrifici chiesti ai lavoratori e profitti degli editori. Passata la paura, è rimasto tutto com’era prima: solo con meno persone in redazione e più precarietà. Le redazioni si sono svuotate con prepensionamenti e stati di crisi, si sono accettate riduzioni salariali “per salvare i posti di lavoro” senza che l’obiettivo venisse davvero raggiunto, sono proliferati collaboratori di fatto abusivi, utilizzati anche in posizioni apicali.
Ogni volta che gli editori hanno chiesto sacrifici, la risposta è stata spesso un sì, nella speranza di limitare i danni, di scegliere il male minore, sacrificandone pochi per salvarne molti. Nel frattempo, i danni si sono moltiplicati, le proporzioni si sono invertite, così con molti sacrifici di pochi si è arrivati al salvataggio di pochissimi, in compenso il contratto è rimasto fermo dov’era. Lo stesso testo di mobilitazione sottolinea la necessità di recuperare oltre il 18 per cento di potere d’acquisto eroso dall’inflazione e di fermare editori che vogliono “distruggere tutele e diritti” o sfruttare i giovani e i precari, mentre distribuiscono dividendi.
Parole sacrosante, ma che arrivano dopo anni in cui poco o nulla è stato fatto per contrastare davvero lo svuotamento delle redazioni, la compressione delle retribuzioni e il ricorso sistematico a forme di lavoro borderline. In molti casi, quando si trattava di scegliere chi lasciare a casa, hanno continuato a restare quelli che costavano meno, come se le retribuzioni più alte non fossero spesso il riflesso di competenze, responsabilità, aumenti di merito maturati nel corso di una carriera, quindi di qualità.
Sullo sfondo c’è poi un equivoco antico, quando si parla di giornalisti si pensa quasi sempre a chi lavora nei quotidiani o nei telegiornali. Eppure il lavoro giornalistico non finisce lì. Ci sono i periodici, le redazioni specializzate, le testate di nicchia, tutte realtà che soffrono in modo spesso ancora più silenzioso. Non a caso, anche in questo sciopero, l’entusiasmo per la “riconquistata unità” riguarda soprattutto il fronte dei quotidiani. Nei periodici il sentimento dominante oscilla tra scetticismo e indifferenza, perché da anni si ha la sensazione di essere considerati una periferia del mestiere. Anche perché un giorno di astensione dal lavoro è di fatto ininfluente, solo una perdita di denaro, poiché una sola giornata non può bloccare l’uscita di un settimanale. Tantomeno di un mensile. A meno che a scioperare non siano i poligrafici, nella data di chiusura.
Per molti colleghi dei periodici, lo sciopero del 28 novembre sarà l’ennesima dimostrazione che la loro realtà è periferica e del tutto ininfluente, non solo perché nessuno ne parla, ma perché, dal punto di vista degli editori, l’astensione è facilmente assorbibile. Quindi, per chi sciopererà, il rischio concreto è quello di rinunciare a un giorno di retribuzione che difficilmente potrà essere recuperato. Anche perché i tempi dei contratti ricchi economicamente e di diritti non appartengono a questo millennio.
Ed è qui che emerge il paradosso più amaro: da anni, ma oggi molto di più, lo sciopero conviene più agli editori che ai giornalisti. Per i quotidiani, una giornata di sciopero significa risparmiare una giornata di retribuzioni e, contemporaneamente, non sostenere i costi di carta, stampa e distribuzione. Per i periodici, capita addirittura (ed è puntualmente accaduto in questa occasione) che le direzioni anticipino la chiusura del numero di un giorno, dimostrando nei fatti che i carichi di lavoro sono tutt’altro che insostenibili. Se con organici ridotti si può chiudere prima, lo sciopero diventa un argomento in più per chi sostiene che “in redazione siamo anche troppi”. E smentire il tutto è una missione impossibile, meglio restare muti, quindi confermare.
In questo quadro, il rischio è che lo sciopero del 28 novembre diventi l’ennesima occasione sprecata. Non perché le ragioni siano sbagliate – sono, anzi, drammaticamente giuste – ma perché si continua a usare una grammatica della protesta che non parla più né ai cittadini né, in molti casi, agli stessi colleghi, che da anni subiscono decisioni calate dall’alto, o peggio da chi dovrebbe vigilare sul rispetto dei loro diritti.
Servirebbe il coraggio di sperimentare altro, vale a dire forme di mobilitazione alternative che non scarichino solo sui lettori e sui pendolari il costo del conflitto, campagne di trasparenza rivolte al pubblico, iniziative coordinate sui temi cruciali, momenti in cui la categoria si espone in prima persona, non si nasconde dietro un’edizione mancata e soprattutto azioni che colpiscano economicamente gli editori, non che facciano loro un favore. Bisogna perlomeno evitare che l’annuncio di un pacchetto di giorni di sciopero per i giornalisti si traduca nell’opportunità di brindare per l’amministrazione.
Alla fine, il 28 novembre i giornalisti scenderanno in piazza chiedendo “rispetto del lavoro giornalistico”, “redazioni adeguate per numero e qualità”, “investimenti per il futuro dell’informazione” e rifiutando un accordo che spezzerebbe la categoria tra garantiti e sacrificabili. Obiettivi sacrosanti. Ma resta il dubbio che la grammatica della protesta, la data, le modalità, la scelta di sovrapporsi allo sciopero generale, non sia all’altezza della complessità del momento.
C’è anche chi, ironicamente, ipotizza si tratti di una scelta lucidissima e coerente. Non parlare troppo dello sciopero degli altri, per “ritorsione” visto che, mentre il contratto dei giornalisti è fermo a una decina d’anni fa, l’ultimo rinnovo dei metalmeccanici ha portato i loro minimi tabellari sopra quelli dei giornalisti.
Valerio Boni
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