Speciale per Senza Bavaglio
Valentina Vergani Gavoni
Milano, 4 novembre 2025
La salute mentale è ancora troppo sottovalutata in Italia. I fatti di cronaca vengono spesso decontestualizzati a favore della spettacolarizzazione. E un’informazione incompleta genera emulazioni pericolose.
La detenzione di soggetti vulnerabili è un tema che prende in considerazione più articoli del Codice deontologico. Ogni caso specifico merita quindi una contestualizzazione approfondita.

In ricorrenza della morte di Ben Mahmoud Moussa – un migrante di 28 anni arrestato in stato confusionale – l’associazione Connect, composta da giornalisti e comunicatori, ha condotto un’inchiesta per portare alla luce gli errori della giustizia e dell’informazione.
Moussa era entrato nel carcere Marassi, a Genova, il 26 ottobre 2024. Aveva una diagnosi di disturbo schizotipico/psichiatrico ed era in cura con il servizio di salute mentale dell’ASL territoriale. Il 12 novembre 2024 ha tentato il suicidio. Ricoverato all’ospedale San Martino, è morto alcuni giorni dopo.
Raccontare la salute mentale
L’inchiesta riporta che il protocollo regionale per la prevenzione del suicidio in carcere non è mai stato attivato. Non è stata prevista una sorveglianza speciale, e nemmeno una visita psichiatrica.
Alcune testate hanno però enfatizzato il fatto che fosse “tunisino”, “straniero” e “detenuto” senza approfondire le circostanze della sua fragilità psichica, della cura in atto e della responsabilità istituzionale. Alimentando, così, stereotipi e pregiudizi. Quello di Moussa, in molti casi, è stata presentato come una tragedia individuale. Molti articoli non approfondiscono le dimensioni sistemiche come la normativa applicabile, i protocolli regionali o i doveri dell’amministrazione penitenziaria.
Deontologicamente, invece, l’informazione dovrebbe aiutare il pubblico a comprendere non solo “cosa è successo” ma “perché è successo” e “qual è il significato”. In casi di suicidio o tentato suicidio, viene richiesto esplicitamente di evitare dettagli che possano essere percepiti come “sensazionali”.
Le giornaliste e i giornalisti hanno un ruolo fondamentale nella rappresentazione della realtà. E troppo spesso, ancora, la diffusione di narrazioni sbagliate può avere conseguenze dirette sui protagonisti. Per analizzare il caso di Ben Mahmoud Moussa (detenuto, straniero, con disturbo mentale, morto in carcere), è quindi necessario analizzare il nuovo Codice deontologico in vigore dal 1°giugno 2025.
Le regole della deontologia professionale
Molti giornali hanno riportato la notizia senza contestualizzare le condizioni di salute mentale della vittima e le responsabilità istituzionali. L’omissione di questi elementi non solo è contraria all’articolo 5 del Titolo I, il quale impone il dovere di completezza dell’informazione, ma rischia anche di generare stigmatizzazioni superficiali.

“La/il giornalista ricerca, raccoglie, elabora e diffonde con la maggiore accuratezza possibile ogni elemento di pubblico interesse nel rispetto della dignità delle persone e del principio di essenzialità dell’informazione”, recita il Codice.
Il diritto all’informazione (Art. 2, Titolo I), che rispetta i principi dell’interesse pubblico, non deve entrare in contrasto con i diritti delle persone fragili e vulnerabili (Art. 11, Titolo III) e quelli delle persone migranti e rifugiate (Art.14, Titolo III). Insistere sulla nazionalità quando non è rilevante, oppure rappresentare il soggetto come “detenuto problematico” decontestualizzando il fatto di cronaca, viola il principio di non discriminazione.
“La/il giornalista rispetta la dignità delle persone malate, con disabilità, o comunque vulnerabili, con qualsiasi fragilità fisica e/o cognitiva e/o legata a problematiche sociali e familiari. Evita sensazionalismi tutelando l’identità della persona che può essere resa nota solo nei casi di interesse pubblico e rilevanza sociale, oppure per dare risalto a eventi positivi”, si legge nell’articolo 11 del Titolo III. “Nel caso delle persone migranti, rifugiate, richiedenti asilo e vittime della tratta, la/il giornalista usa termini rispettosi e appropriati ed evita le informazioni imprecise, sommarie o distorte”, afferma il Codice.
Riportando la morte di Moussa, alcune testate hanno anche rivelato il metodo del suicidio usando un tono sensazionalistico: “La/il giornalista evita di descrivere in modo dettagliato i luoghi e le modalità dell’evento e ogni particolare che potrebbe determinare comportamenti emulativi. E favorisce la diffusione di informazioni sulla prevenzione dei suicidi e sull’attività dei centri di aiuto”, riporta l’articolo 15 del Titolo III.
Differenza tra cronaca e sensazionalismo
Sia nel bene che nel male l’identificazione etnica di un soggetto vulnerabile non è deontologicamente corretta quando non costituisce l’elemento primario della notizia.
Il tema del suicidio e della salute mentale nelle carceri, infatti, riguarda tutti. Non solo i migranti. E sottolineare sistematicamente questo dato personale della vittima non favorisce la diffusione di una narrazione corretta. Al contrario, la distorce. In casi come questo, il dovere non è solo “raccontare” ma anche non contribuire alla discriminazione di categorie già marginalizzate (detenuti, stranieri, malati psichici).
La questione è la salute mentale della vittima. E non la sua nazionalità. Questa è la notizia. Tutto il resto si trasforma in strumentalizzazione.

Anche l’uso delle fotografie/video segue i criteri della deontologia professionale. “La/il giornalista si attiene dalla diffusione di immagini che possano portare a forme di spettacolarizzazione della violenza, evita stereotipi nella rappresentazione sia degli individui, sia dei gruppi. E si assicura che siano rispettose dei diritti, della personalità e della dignità degli interessati” (Art, 20, Titolo IV).
Garantire il diritto all’informazione del pubblico con chiarezza, onestà e trasparenza serve a salvaguardare le persone coinvolte — in questo caso un detenuto vulnerabile, la sua famiglia e il personale penitenziario — evitando stigmatizzazioni.
L’attività giornalistica deve perciò favorire il dibattito pubblico su questioni istituzionali come la salute mentale fuori e dentro le carceri, le condizioni detentive e il trattamento dei detenuti, senza strumentalizzare i fatti di cronaca nera. Prevenendo, quindi, che le vittime diventino strumenti per diffondere panico sociale, pregiudizi e distorsioni della realtà.
Valentina Vergani Gavoni
valentinaverganigavoni@gmail.com
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