Speciale per Senza Bavaglio
Valentina Vergani Gavoni
Milano, 7 settembre 2025

Il gruppo di giornalisti Senza Bavaglio, l’Associazione Lombarda dei Giornalisti e la FNSI – Federazione Nazionale Stampa Italiana erano presenti ieri mattina alla manifestazione indetta dalla CGIL Milano.

Massimo Alberizzi, direttore dei quotidiani online Africa ExPress e Senza Bavaglio, ha raccontato la sua esperienza come giornalista di guerra.

Bandiera di Senza Bavaglio al presidio in piazza a Milano contro il genocidio in Palestina

Con la voce rotta dalla commozione, ha ricordato la sua amica e collega Ilaria Alpi e il suo operatore Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio, in Somalia. E i 4 giornalisti della Reuters massacrati in un’imboscata dove lui si è salvato per miracolo.

Con lo stesso dolore nel cuore ha manifestato il supporto di tutto il sindacato ai giornalisti palestinesi uccisi intenzionalmente dalle bombe israeliane. Colpevoli di giornalismo. Ma il giornalismo non è un crimine.  Ha preteso poi che Israele permetta ai giornalisti internazionali di entrare a Gaza.

“Israele dice di essere un Paese democratico – ha spiegato Alberizzi – ma il divieto per i giornalisti di entrare a Gaza dimostra il contrario. Fateci entrare per raccontare quello che succede veramente nella Striscia. Dite che non c’è nesun genocidio, che la gente non muore di fame? Bene: fateci vedere qual è la situazione. Noi ci vogliamo andare”.

Chi sceglie di fare questa professione non è un eroe. E guai associare il giornalismo di guerra all’eroismo. Oltre a essere un messaggio pericoloso, è anche profondamente irrispettoso nei confronti di coloro che non hanno scelto di fare gli eroi.

I nostri colleghi palestinesi, come tutti i giornalisti costretti a sopravvivere in un contesto di oppressione a casa loro, non hanno scelto di lavorare a costo della vita.

Massimo Alberizzi, direttore di Senza Bavaglio e Africa ExPress

Questa è un’ingiustizia e non un merito. Noi che abbiamo il privilegio di scegliere se e come rischiare la vita per raccontare le guerre, quindi, abbiamo il dovere di riportare la realtà dei fatti con rispetto e onestà. Questo è giornalismo.

I giornalisti palestinesi non indossano il giubbotto antiproiettile con la scritta “press” per esibire il loro coraggio. Sono costretti a lavorare sotto le bombe perché i governi occidentali sostengono, economicamente e militarmente, l’appropriazione illegale della loro terra. Compresi i governi, come quello italiano, che a parole “riconoscono lo Stato palestinese” per placare la rabbia dell’opinione pubblica, ma poi in concreto non fanno nulla.

Giornalisti palestinesi uccisi a Gaza

In Occidente hanno trasformato la narrazione dei conflitti in sceneggiature cinematografiche semplificando, così, la realtà per intrattenere il pubblico.

Il pubblico guarda le bombe sullo schermo di un cellulare. E l’algoritmo dei social network premia le interazioni.

Più la narrazione è semplice e accattivante, più le immagini dei bombardamenti diventano episodi di una serie tv. Invece la realtà è complessa e noi giornalisti abbiamo il dovere di analizzarla da varie sfaccettature per poi presentarla ai lettori senza spettacolarizzazione, ma limitandoci a raccontare i fatti.

Il giornalismo di guerra è una cosa seria. Portiamo rispetto per chi ingiustamente muore per fare questo lavoro

Valentina Vergani Gavoni
valentinaverganigavoni@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Le iconografia pubblicate sul sito di Senza Bavaglio sono di Valerio Boni

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