NEWS
 
 

SENZABAVAGLIO

  • Aumenta dimensione caratteri
  • Dimensione caratteri predefinita
  • Diminuisci dimensione caratteri
Home
Ciccioli-Freelance-Lavoro-Economia-Foia-Alghero-Angelici-Assange
Oggetto: Ciccioli-Freelance-Lavoro-Economia-Foia-Alghero-Angelici-Assange
Data invio: 2012-07-02 00:40:00
Invio #: 9
Contenuto:
Newsletter template
Newsletter

In questo numero

MONDADORI
Sul caso Ciccioli
mozione alla conferenza dei CdR
di Senza Bavaglio
USGF
Mercoledì 4 luglio tutti i freelance a cena
con Pierluigi Vercesi
direttore di 7 - Corriere della Sera
da USGF
LAVORO
La riforma Fornero? Irrazionale
L’ennesimo arretramento delle tutele dei lavoratori
di Alvise Moro
avvocato giuslavorista
ECONOMIA
Pian piano la verità sta emergendo
(... anche se continuano le sciocchezze)
da Giovanni La Torre
TRASPARENZA
Anche in Italia
Un Freedom of Information Act
di Senza Bavaglio
VIGLIACCHI ALL'ATTACCO
Fucilata nella notte
Contro la redazione del giornale di Alghero
da Alguer.it
PAOLA ANGELICI
Giornalista controcorrente
Ci ha lasciato dieci anni fa non è più tra noi
Ma il suo ricordo è vivo
di Pieluigi Roesler Franz
WIKILEAKS
Sostenere Julian Assange
Contro la vendetta americana in agguato
di Senza Bavaglio
MONDADORI
Sul caso Ciccioli mozione alla conferenza dei CdR
Senza Bavaglio

Sul licenziamento in tronco di Paola Ciccioli da parte della Mondadori è stata approvata una mozione nell'ultima consulta nazionale del Cdr che si è tenuta a Roma il 13 giugno scorso.

La mozione è stata firmata tra gli altri dagli organismi sindacali dei maggiori quotidiani italiani (Corriere della sera, La Repubblica, Il Messaggero, il Tempo...).

Una importante presa di posizione che sarà discussa dalla giunta della Fnsi in vista dell'udienza fissata a Milano il 24 luglio, dopo l'impugnazione del licenziamento da parte dei legali della giornalista di Panorama.

MOZIONE

La Conferenza dei Cdr e dei fiduciari di redazione, riunita a Roma il 13 giugno 2012 assieme al Consiglio Nazionale premesso che:

- la collega Paola Ciccioli, redattrice di Panorama, è stata licenziata in tronco per aver criticato alcune scelte organizzative del suo direttore, Giorgio Mulè;

- Paola Ciccioli aveva scritto la frase "quest'uomo, per così dire, non conosce la vergogna", riferita al direttore del settimanale, Giorgio Mulè, in una e-mail che aveva inviato al Cdr di Panorama e che ha poi allegato, per correttezza e completezza dell'informazione, in una sua missiva al direttore periodici di Mondadori, Roberto Briglia;

- invece di apprezzare il tono costruttivo della nota di Paola, volta a denunciare una situazione grave, la Mondadori ha preferito sciogliere il rapporto di lavoro;

- nessuno - né Roberto Briglia né l'ufficio del personale - ha mai convocato Paola per sapere quali erano i tanti e gravi fatti da lei attribuiti a Mulè;

considerato che:

- il licenziamento di Paola appare con ogni evidenza un vero e proprio tentativo d'intimidazione nei confronti dei giornalisti, che hanno alla base dei ferri del mestiere la libertà di manifestazione del pensiero sancita dall'articolo 21 della Costituzione;

- il licenziamento di Paola Ciccioli rappresenta un pericoloso precedente, in quanto non risulta in giurisprudenza alcun caso di licenziamento legato All'esercizio del diritto di critica;

CHIEDE

alla Federazione Nazionale della Stampa Italiana e ai suoi dirigenti di:

- fornire alla collega Ciccioli tutta l'assistenza legale necessaria possibile e a farsi carico delle relative spese;

- a intraprendere ulteriori iniziative volte a stigmatizzare il comportamento della Mondadori e del direttore di Panorama, Giorgio Mulè, e a fare ritirare il provvedimento.

Senza Bavaglio
www.senzabavaglio.info

USGF
Mercoledì 4 luglio tutti i freelance a cena con Pierluigi Vercesi direttore di 7 - Corriere della Sera
da USGF

Cari Amici,

mercoledì 4 luglio, ultimo incontro prima dell'interruzione d'agosto, saremo a cena con Pier Luigi Vercesi, direttore di Sette-Corriere della Sera. Come sempre alle 20, al Circolo della Stampa di Milano, Corso Venezia 48.

Vercesi, 51 anni, Laurea in Economia e commercio, dopo una breve esperienza all'ONU in Africa, nel 1986 fonda con Marco Borsa il quotidiano Italia Oggi. Dal 1996 è a La Stampa, prima agli Esteri, poi vicecaposervizio Economia, caposervizio Cronache Italiane e quindi Caposervizio Cultura.

Nel 1996, insieme a Paolo Pietroni, fonda Specchio della Stampa, di cui diventa condirettore.

Nel 2000 crea con Sergio Luciano il primo giornale on line, Il Nuovo. Nel 2003 ritorna al cartaceo come vicedirettore del quotidiano romano Il Tempo.

Nel 2005 diventa direttore di Capital, che lascia nel 2007 per dirigere I viaggi del Sole. Nel 2010 è condirettore di Io Donna. Da marzo 2012 è direttore di Sette.

Vi aspettiamo numerosi.

Confermate a:
freelance@usgf.it
Simona Fossati, Luisa Espanet, Nicoletta Morabito
www.usgf.it

P.S. Siamo desolati di comunicarvi che da giugno il costo della cena è di 24 euro per gli habitués e di 25 per i nuovi venuti.
Speriamo con la creazione del ristorante interno al Circolo della Stampa, a settembre, di poter riuscire a ottenere un prezzo.

USGF
www.usgf.it

LAVORO
La riforma Fornero? Irrazionale.
L’ennesimo arretramento delle tutele dei lavoratori
di Alvise Moro
avvocato giuslavorista

Il testo - approvato dal Senato in prima lettura il 31 maggio 2012 - è stato dal 7 giugno all’esame della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati. Il tutto sì è concluso il giorno 27, perché il Presidente Monti, lo continua a ripetere, ha voluto presentarsi al vertice di Bruxelles dei capi di stato e di governo con la riforma approvata, quasi che dal nostro articolo 18 dipendessero i destini dell’intera Unione Europea, forse dell’Occidente.

Monti non ha voluto perdere credibilità dopo aver assicurato i suoi colleghi degli altri Paesi sull’abolizione delle tutele.

Il disegno di legge (alla Camera dei Deputati n. 5256) si sviluppa attraverso varie e distinte linee di intervento che meriteranno, una volta approvata la legge, approfondite e specifiche riflessioni da parte degli operatori della materia. Ma la questione più urgente concerne le tutele dell’impiego per l’impatto che avrà, da un lato, sui rapporti di lavoro, anche se le nuove regole dovessero avere una decorrenza non immediata, dall’altro, sull’attività di tutti di operatori, a cominciare da giudici ed avvocati.

Di certo, anche gli altri punti della riforma andranno studiati, a cominciare dalla c.d. razionalizzazione delle tipologie contrattuali esistenti e dagli ammortizzatori sociali (la nuova ASpI).

Quando si è insediato il governo tecnico, che - sul piano della correttezza istituzionale e della credibilità internazionale - pareva proprio avere le carte in regola, abbiamo tutti preso atto degli impegni assunti per il contenimento del precariato e per il rafforzamento dello stato sociale. Io - non mi vergogno di ammetterlo - ero tra quegli incorreggibili ottimisti che si erano illusi che il nuovo governo avrebbe provato a rimuovere o modificare quei provvedimenti legislativi voluti dal centro-destra che avevano attenuato le tutele dei lavoratori. Mi riferisco in particolare al ”collegato lavoro”.

Ma il testo della riforma, alla faccia degli impegni assunti dal governo dei professori circa l’aumento dell’occupazione stabile e la lotta al precariato, evidenzia una concezione delle relazioni industriali non dissimile da quella del governo che l’ha preceduto.

Infatti, anche in materia di diritto del lavoro, rilevo non pochi e preoccupanti elementi di continuità con il governo precedente. Osservo anzi che il governo dei tecnocrati sta per falcidiare i diritti sociali, ottenendo sulla pelle dei lavoratori dei risultati che neppure il governo di centro-destra si sarebbe sognato di portare a casa in un colpo solo (sostanziale fine della tutela reale e contratti a tempo determinato senza causale).

Mi pare fuori discussione che la diminuzione delle tutele del licenziamento non sia sicuramente lo strumento adeguato per risolvere i problemi che affliggono il mercato del lavoro del nostro Paese. Non sono, peraltro, il solo a ritenere che il diminuire le tutele potrà avere effetti negativi a cascata, in quanto spingerà le imprese verso la flessibilità numerica della forza-lavoro, al fine di risparmiare sui costi.

E’ significativo il titolo stesso del disegno di legge, riforma del "mercato" del lavoro, come pure l’utilizzo in un testo di legge del termine “flessibilità”, che, da anni, è tra i termini più usati dagli economisti e dai politici di tutti i partiti (una vera e propria ossessione): maggiore “flessibilità” significa maggiore facilità di licenziare il personale o di assumerlo in rapporto all’andamento della produzione; minore “flessibilità” vuol dire minore facilità di licenziare il personale o di assumerlo. Si fa così sempre più strada l’idea, assolutamente inaccettabile, che il lavoro possa essere trattato come una merce che ci si procura quando serve e si butta via quando non serve più, senza badare ad altre considerazioni. Un’idea che mi sembra francamente in conflitto radicale con i valori su cui si fonda la Costituzione della nostra Repubblica.

Il comma 1 dell’art. 1 del disegno di legge - che individua gli “obiettivi generali della riforma” (mercato del lavoro inclusivo e dinamico – creazione di occupazione – riduzione permanente del tasso di disoccupazione) - costituisce una sorta di vero e proprio preambolo.

Le finalità indicate dal legislatore dovrebbero essere perseguite soprattutto attraverso:

a) l’instaurazione di rapporti di lavoro più stabili, con il rilievo prioritario del lavoro subordinato a tempo determinato (cosiddetto “contratto dominante”) e

b) la ridistribuzione in modo più equo (sic !) delle tutele dell’impiego, contrastando l’uso improprio e strumentale degli elementi di flessibilità relativi alle (attuali) tipologie contrattuali ed adeguando alle esigenze del mutato contesto di riferimento la disciplina del licenziamento.

Ma questo preambolo è in contrasto con il contenuto la legge appena approvata. Basta leggere la nuova disciplina del contratto a tempo determinato. Infatti, con il comma 9 – con cui viene modificato il decreto legislativo 368/2001 – il datore di lavoro può fare ora a meno di indicare le ragioni di carattere tecnico-produttivo, organizzativo o sostitutivo ai fini della stipulazione del primo contratto a termine, purché sia di durata non superiore ad un anno.

Il legislatore in questo modo favorisce proprio quella flessibilità incontrollata (“cattiva”) che sostiene di voler contrastare.

E veniamo alla principali novità sui licenziamenti. Per quanto riguarda i licenziamenti individuali sono previste sostanziali modifiche dell’articolo 18. Nella sua formulazione originaria l’articolo 18 che, nella cultura sindacale ed in quella giuridica progressista e garantista, è considerato l’architrave di tutti i diritti del lavoro, perché ne consente il libero esercizio, rappresenta da oltre 40 anni un equo contemperamento degli interessi nel rapporto di lavoro.

La nuova disciplina dei licenziamenti individuali sostituisce quasi completamente quella precedente che ha funzionato e bene, a mio avviso, per più di 40 anni.

Senza entrare nel dettaglio delle nuove regole, credo che valga la pena cominciare a fare subito mente locale su quattro punti che definirei centrali della riforma delle tutele dell’impiego.

1) Il criterio della reintegrazione nel posto di lavoro – che costituisce tuttora la regola in tutte le ipotesi in cui il licenziamento sia ritenuto nullo, inefficace o comunque invalido - diventerà un’eccezione, tranne che nei licenziamenti discriminatori (fattispecie difficile da accertare per le ovvie difficoltà sussistenti sul piano probatorio).

2) Il dato più rilevante, secondo me, è costituito, però, dal regime sanzionatorio differenziato, a seconda della gravità dei casi in cui sia accertata l’illegittimità del licenziamento: reintegrazione nei casi più gravi (“tutela reintegratoria piena”) o pagamento di un’indennità risarcitoria nei casi meno gravi.

3) Il legislatore fissa ora dei precisi “tetti” all’indennità risarcitoria da corrispondere al lavoratore illegittimamente licenziato: in tal modo scarica sulla parte debole del rapporto le conseguenze di un atto illegittimo del datore di lavoro, malgrado la durata della causa non dipenda quasi mai dal lavoratore, il quale ne resta danneggiato, anche se la sua domanda ha trovato pieno accoglimento.

Peraltro, una più attenta applicazione dell’art. 1227 c.c. ("Se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate") nelle cause di licenziamento potrebbe far superare – senza ricorrere alla fissazione di “tetti” invalicabili – il rischio di megarisarcimenti in capo ai datori di lavoro, in tutte situazioni in cui il lavoratore (creditore danneggiato) ha la possibilità, usando l’ordinaria diligenza, di evitare di aggravare con il suo comportamento la situazione.

Peraltro, osservo che problema, in concreto, è stato già superato con l’art. 32 della legge 4 novembre 2010 n. 183, per cui mi pare che ora sia esageratamente enfatizzato. Infatti, non vi sono più controversie promosse a distanza di molto tempo dall’intimazione del licenziamento e le eventuali retribuzioni medio tempore maturate e da pagarsi al lavoratore in caso di licenziamento dichiarato illegittimo non possono più riguardare anche quei “tempi morti” un tempo non imputabili al datore di lavoro, ma allo stesso lavoratore. In proposito, ed in un’ottica di giustizia sostanziale rispetto a tutte le parti del rapporto, non sono in linea di principio del tutto contrario all’ulteriore riduzione del termine entro il quale deve essere depositato il ricorso in cancelleria, mentre reputo inaccettabile la fissazione dei c.d. “tetti” all’indennità risarcitoria da corrispondere al lavoratore illegittimamente licenziato (si pensi alla situazione di un lavoratore licenziato che perde la causa in Tribunale e in Corte d’Appello, ma che poi vede accolte le sue domande dalla Corte di Cassazione a distanza di anni).

4) La c.d. corsia privilegiata per i licenziamenti (comma 47 e seguenti testo Camera), che di per sé non valuto negativamente - anche se dovrebbe essere pacifico per tutti che dovrà essere accompagnata da seri interventi di carattere organizzativo, ossia da un consistente aumento degli organici, che magari potrebbero attuarsi in occasione dell’abolizione dei c.d. Tribunali minori - potrà forse rendere più brevi le cause di licenziamento ed evitare in parte gli inevitabili danni che potrebbero derivare ai lavoratori dalle nuove disposizioni sui “tetti” all’indennità risarcitoria.

Il nuovo rito richiederà l’impegno degli avvocati, affinché la “tutela urgente” venga richiesta soltanto quando ne ricorrono effettivamente i presupposti, altrimenti il nuovo rito, invece di migliorare la situazione, finirà per peggiorarla.

Dovremo abituarci che saranno quattro le fattispecie di licenziamento e quattro i trattamenti sanzionatori con una serie di variabili. Si dovranno fare i necessari approfondimenti sulla forma e sul contenuto delle nuove disposizioni.

Per ora mi limito a specificare quale sarà la nuova classificazione:

I. licenziamento nullo - discriminatorio o intimato in presenza di una causa di divieto o intimato in forma orale: è confermata la normativa precedente: reintegrazione ed indennità dalla data del licenziamento a quella della reintegrazione – minimo 5 mensilità, come adesso;

II. licenziamento illegittimo per mancanza di giusta causa o di giustificato motivo (c.d. licenziamento disciplinare), con una distinzione tra le ipotesi più gravi e quelle meno gravi; le più gravi sarebbero quelle connesse all’insussistenza del fatto contestato o ad un fatto che rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa; soltanto per tali ipotesi avremo sia la reintegrazione, che l’indennità risarcitoria con un “tetto” di 12 mensilità, ma senza un numero minimo garantito di mensilità (è stato soppresso il limite minimo di 5 mensilità); per tutte le altre ipotesi, considerate meno gravi, ci sarà solamente l’indennità risarcitoria da un minimo di 12 ad un massimo di 24 mensilità;

III. licenziamento illegittimo per mancanza di giustificato motivo oggettivo (c.d. licenziamento per motivi economici): ci sarà solo l’indennità risarcitoria da un minimo di 12 ad un massimo di 24 mensilità; il giudice, solo in caso di manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, potrà - non dovrà - disporre la reintegrazione ed il pagamento dell’indennità risarcitoria fino ad un massimo di 12 mensilità;

IV. licenziamento inefficace per violazione del requisito di motivazione o della procedura disciplinare o, per i soli licenziamenti per motivi economici, della procedura di conciliazione (comma 40 testo Camera): anche per questi licenziamenti ci sarà solo l’indennità risarcitoria da un minimo di 12 ad un massimo di 24 mensilità.

In considerazione delle sanzioni previste in caso di licenziamento inefficace, il diritto di difesa del lavoratore risulta compresso sotto un ulteriore e distinto profilo, dal momento che si offre al datore di lavoro, che viola la disposizione relativa alla specificazione dei motivi contestualmente alla comunicazione del licenziamento, la possibilità di mettere subito un primo paletto - in danno del lavoratore - riguardo al tipo di tutela da applicarsi in giudizio. Questo punto mi pare uno dei più eclatanti per rendersi conto dell’atteggiamento di questo governo e dell’intera maggioranza che lo sostiene in materia di rapporti dei lavoro.

Milano, 26 giugno 2012

Alvise Moro
avvocato giuslavorista

ECONOMIA
Pian piano la verità sta emergendo
(... anche se continuano le sciocchezze)
Giovanni La Torre

Il Presidente del Consiglio Mario Monti ha finalmente, sia pure con garbo, "sbottato" rispondendo a Obama, ai Brics e a tutti quelli che indicano nell'Europa la causa dell'attuale recessione, precisando: "I problemi dei mercati finanziari in questi mesi, in questi anni non hanno avuto origine da debolezze dell'integrazione europea, hanno avuto origine dai grandi SQUILIBRI MACROECONOMICI di cui altri Paesi, tra cui gli Stati Uniti, sono stati protagonisti".

Perfetto! Comincia così a essere demolita "La Comoda Menzogna" che attribuisce la colpa della crisi alla finanza e alle banche, le quali invece hanno solo sfruttato (certo da par loro) gli squilibri, in particolare l'eccesso di risparmio, esistenti da molto prima nell'economia reale.

Nella prossima puntata speriamo di leggere o ascoltare il dettaglio di questi squilibri che sono: la persistenza di paesi perennemente esportatori (in primis Cina e Germania), con la connessa incetta di dollari che poi tornano in Usa sotto forma di "finanza", e la forte sperequazione nella distribuzione dei redditi che ha creato problemi di domanda, in un primo tempo nascosti dall'indebitamento privato, e dato alimento a quell'eccesso di risparmio; anche quest'ultimo aspetto della sperequazione è sorto in Usa e Gran bretagna negli anni ottanta e poi è stato importato da imprese e governi di orientamento neo liberista di tutto il mondo.

Forse sarebbe il caso che giornalisti e commentatori prendessero nota e dicessero ai loro lettori dove stanno le vere cause della crisi e non farsi propagatori della Comoda Menzogna, quasi a giustificare politici e imprese; oltre tutto solo riconoscendo la verità si possono poi suggerire i rimedi.

Salutiamo pure positivamente l'intervento di Mario Sarcinelli sul Il Sole 24 Ore, nel quale fa giustamente presente che gli eurobond, essendo condizionati all'unione fiscale, cioè a un processo che richiede tempi lunghi, non possono essere invocati quali strumenti per la soluzione della crisi.

Nel breve il problema principale è quello della crescita, e questa può verificarsi nell'attuale situazione solo se "il o i Paesi che si trovano in posizione di equilibrio ... abbiano la volontà di accrescere la loro domanda interna in modo da permettere a quelli che sono costretti ad attuare una politica restrittiva di poter contare su maggiori esportazioni all'interno dell'area". E ancora: "l'incendio divorerà la Spagna e l'Italia se ai miglioramenti sul lato dell'offerta da parte dei governi nazionali non si accompagnerà un'azione sul lato della domanda da parte della Germania e degli altri paesi 'virtuosi'".

E' quanto molto umilmente cerchiamo di sostenere da tempo. E' su questi temi che bisogna incalzare la Merkel e non sugli eutrobond che non vedranno mai la luce fino a quando tutti non accetteremo una sorta di unione fiscale.

Comincio a pensare che anche questo insistere sugli eurobond da parte di certi politici stia diventando una "comoda menzogna", soprattutto dopo l'intervista di Schauble.

Purtroppo continuano anche le sparate in libertà da parte di economisti e statisti in erba. Il signor Polillo ha affermato che con un semplice calcolo (quando si dice che la verità è più a portata di mano di quanto non si pensi!) è potuto arrivare alla conclusione che rinunciando a una settimana di ferie (ovviamente i dipendenti) il Pil aumenterebbe dell'1 per cento.

Chissà se ha pure calcolato di quanto aumenterebbe il Pil se avessimo ministri più seri e politici meno corrotti. Ci permettiamo di far notare al signor Polillo che se oggi la capacità produttiva è sfrutata si e no al 60 per cento non è perchè i lavoratori lavorano una settimana in meno, ma perchè se producessero di più i prodotti non li comprerebbe nessuno e marcirebbero nei magazzini.

Cordialmente. Alla prossima.

Giovanni La Torre

TRASPARENZA
Anche in Italia un Freedom of Information Act
di Senza Bavaglio

Senza Bavaglio ha aderito e si è fatto promotore della campagna per far nascere anche in Italia il Freeedom of Information Act, cioè una legge per favorire la trasparenza della pubblica amministrazione, che oggi appare - diciamo così - opaca.

Per aderire alla campagna vai sul sito: www.foia.it

Ecco la motivazioni che hanno spinto giornalisti, avvocati, giuristi, ma anche semplici cittadini e proporre di varare una legge simile a quella dei Paesi democratici in questo campo sicuramente più avanzati del nostro.

______________________________

Il nostro paese vive uno dei momenti più difficili della sua storia: la grave situazione economica nazionale ed europea e il rischio di un crollo dell'euro, l'aumento della disoccupazione, la grave crisi dei partiti, l'inefficienza e la disorganizzazione della pubblica amministrazione, la difesa degli interessi corporativi, la crescita delle diseguaglianze sociali, la corruzione, il discredito delle istituzioni. In questa situazione tutti gli italiani possono contribuire ognuno per le loro competenze e nei loro settori ad affrontare i problemi che bloccano lo sviluppo della società civile e impediscono la ripresa economica.

Un gruppo di associazioni e di singoli cittadini, riunitisi presso la Federazione nazionale della stampa, ha deciso di aprire un dibattito pubblico sull'esigenza di un maggiore riconoscimento del diritto all'informazione, con l'introduzione di una legge sul Freedom of Information simile a quella introdotta negli Stati Uniti nel 1966 (FOIA) e da tempo esistente nei paesi democratici.

Un confronto tra la nostra legge (241/1990) e quelle in vigore negli altri paesi europei e in USA, mostra il ritardo dell'Italia dal punto di vista sia culturale sia legislativo, per quanto riguarda i diritti del cittadino. La nostra legge è infatti l'unica in Europa a subordinare la richiesta della documentazione della pubblica amministrazione a un interesse diretto del singolo cittadino, e ad escludere esplicitamente la possibilità di un suo utilizzo come mezzo di controllo generalizzato sulla pubblica amministrazione.

Nonostante il principio della "accessibilità totale" sia stato introdotto nella normativa italiana vigente (Legge 15/2009; 150/2009; 183/2010), esso resta appunto soltanto una mera affermazione di principio, non in grado di vincolare la pubblica amministrazione attraverso, ad esempio, un sistema di obbligo-sanzione.

In Europa e negli USA, al contrario, il diritto all’accesso è garantito a chiunque indipendentemente da ogni specifico interesse, e diventa quindi un vero e proprio strumento di controllo dell’attività amministrativa (esplicitamente esclusa dalle modifiche approvate alla legge italiana sulla trasparenza nel 2005) e di partecipazione dei cittadini ai meccanismi decisionali. Il principio del Freedom of information obbliga la pubblica amministrazione a rendere pubblici i propri atti e rende possibile a tutti i cittadini di chiedere conto delle scelte e dei risultati del lavoro amministrativo.

Quello che è esplicitamente negato dalla legge italiana, in altre parole, costituisce la ragion d'essere della disciplina in vigore in gran parte dei paesi occidentali.

L’esperienza degli altri paesi, e in particolare quella della Gran Bretagna, ha mostrato tra le altre cose che una legge efficiente sul diritto di accesso ha effetti positivi anche sul funzionamento della pubblica amministrazione, non solo perché questa è costretta ad aumentare i propri comportamenti virtuosi, ma anche perché favorendo il tasso di fiducia dei cittadini permette all’amministrazione di operare al meglio.

Una vera legge sulla trasparenza amministrativa avrebbe altre importanti conseguenze di cui il nostro paese ha urgente necessità. Ponendo rimedio alla opacità delle decisioni amministrative che ostacolano gli investimenti delle imprese, renderebbe chiari gli elementi che causano i ritardi negli iter dei procedimenti, chiarirebbe le responsabilità e di conseguenza favorirebbe la semplificazione. Lo snellimento e la maggiore chiarezza delle procedure contribuirebbe ad arginare anche il fenomeno della corruzione, sempre più esteso nel nostro paese.

Una modifica della legge attuale nel senso auspicato è l’unico mezzo per ottenere la trasparenza e l’efficienza tanto conclamate dai vari governi ma per il cui raggiungimento è sempre mancata una concreta volontà politica.

Tra aprile e maggio del 2012 esponenti di associazioni, giornalisti, politici e professori universitari che in questi ultimi anni si sono interessati al tema, si sono incontrati e confrontati, giungendo alla determinazione di mettere insieme le loro esperienze per costituire una lobby che informi i cittadini del loro diritto a conoscere (the right to know) e dei modi per esercitarlo.

Due gli obiettivi prioritari da conseguire:

1. sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di un rapporto paritario tra cittadino e pubblica amministrazione;

2. impegnarsi per far mettere in primo piano nella agenda parlamentare una revisione della legge del diritto di accesso.

I partecipanti a questa fase hanno dunque deciso di costituirsi in Comitato, di formare un gruppo di studio, di attivare un sito Web in cui i materiali relativi al tema siano raccolti e resi disponibili e di lanciare un appello per raccogliere eventuali adesioni.

L’urgenza dettata dall’attuale situazione del paese richiede alle Istituzioni un segnale tempestivo e un intervento inequivocabile, che palesi finalmente quella sana volontà politica di cui l’Italia ha bisogno.

Si sono recentemente tenuti i lavori internazionali della Open Government Partnership ed è stato presentato l’Action Plan italiano.

Sono attualmente in corso e si chiuderanno a giugno i lavori della Cabina di Regia governativa per l’Agenda Digitale Italiana – ADI, che prevede tra i suoi principali obiettivi la definizione di una normativa in materia di “e-government/open data”, cui è dedicato uno specifico gruppo di lavoro.

Nessuna strategia di open data è immaginabile se non inquadrata in una più ampia strategia di open government. E non vi è forma di governo aperto che possa prescindere da una legge sul diritto e sulla libertà di informazione che ristabilisca un corretto rapporto tra cittadinanza e Istituzioni, come sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Ecco perché è necessario agire subito.

Aderisci anche tu subito www.foia.it

Senza Bavaglio

VIGLIACCHI ALL'ATTACCO
Fucilata nella notte contro la redazione del giornale di Alghero
da Alguer.it

Mercoledì 27 giugno 2012

Hanno sparato ad Alguer.it. Alguer, Alghero, Sassari, Sardegna, Italia. Uno sparo nel buio intorno alle 2 nella notte fra martedì e mercoledì, proprio nel momento in cui tutti gli allarmi si sono messi a suonare, ma nessuno ha pensato che si trattasse di un pallettone di fucile sparato ad appena 48 ore dalla fine della competizione elettorale. Questa la notizia. Aspettiamo il risultato delle prime indagini. L'emergenza sicurezza diventa il primo problema da risolvere per la nuova giunta. Con tristezza dobbiamo confessare che oggi ad Alguer.it abbiamo tutti più paura.

EDITORIALE DI PASQUALE CHESSA PER "LA NUOVA SARDEGNA"

Hanno sparato ad Alguer.it. Una fucilata a palla sola. E ci è sembrato di essere precipitati dentro un romanzo sudamericano, tipo il Potere del cane di Don Winslow. Roba forte per lettori forti, da leggere attaccati alla trama, convinti che, sebbene si tratti di verità romanzesca, storie così succedono solo nella grande letteratura di consumo internazionale. Dalla notte fra martedì e mercoledì succede anche ad Alghero.

l difficile, per un buon funzionamento della democrazia, è il sistema con cui si formano le opinioni che forniscono al cittadino elettore lo strumento per trasformare una decisione individuale in una scelta collettiva. Non c'è allora bisogno di ricorrere agli scienziati della politica (in ogni caso è doveroso qui citare Lipset) per constatare che il voto è il meccanismo fondamentale per il corretto funzionamento di ogni sistema democratico.

Ma altrettanto cruciale è il sistema che consente la formazione consapevole delle opinioni (e qui non si può fare e a meno di citare Sartori). Molte sono le contraddizioni in cui si realizza la democrazia. E facile stigmatizzare i suoi paradossi. Ma una cosa è certa: che per i suoi nemici diventa vitale inceppare il meccanismo opinione/voto. Ecco perché hanno sparato su Alguer.it (e per esteniosne anche su Tva, la televisione collegata insieme a RadioOndaStereo).

Quanta stupidità perciò nel fatto che la fucilata sia arrivata così a ridosso del risultato elettorale, quando Lubrano non ha ancora finito di festeggiare e Marinaro comincia a leccarsi le ferite cercando di capire perché ha perso. Dopo una campagna elettorale così lunga, giocata sui toni della correttezza reciproca, dispiace che il centrodestra, ad urne ancora calde non sia riuscito a reprimere la coazione a individuare nell'informazione la causa prima della propria sconfitta. Un autogol: perché conferma l'incompatibilità fra pluralismo e berlusconismo!

Le indagini non consentono nessuna ipotesi al momento in cui scriviamo. Ma sarebbe ipocrita negare che nel profondo del sentimento collettivo della città è difficile reprimere la cattiva sensazione che ci sia un nesso oggettivo fra le accuse alla stampa e la fucilata contro Alguer.it. Un lampo che ha sperperato il capitale di prestigio che Alghero era riuscita a raccogliere diventando per qualche giorno il punto di riferimento della politica italiana.

La partecipazione di Massimo D'Alema ai festeggiamenti per Lubrano sindaco è stata qualcosa di più che un-occasione. I comizi di Grillo e Vendola hanno avuto un riverbero nazionale. Bum. In un colpo tutto finito. Per una città che si prepara a sfruttare il suo grande capitale turistico, l'emergenza sicurezza diventa prima di tutto un danno economico irreversibile.

Ho cercato di scrivere questo articolo sine ira... Spero di esserci riuscito. Ora però debbo informare il lettore che mi abbia sin qui seguito che sul tamburino di Alguer.it figuro come direttore responsabile. Il merito del successo va ovviamente a chi il giornale lo costruisce giorno dopo giorno, da Guido Zoagli a Sara Alivesi a Marco Vukic ad Antonio Burruni e Laura Piras... Il mio ruolo è stato piuttosto quello di un fratello maggiore, anzi un vecchio zio che dispensa consigli e vigila sui principi.

Ritengo di essere stato fortunato a trovare un gruppo così pronto a recepire lo stile della corretta informazione. Ma ora con quella fucilata tutti abbiamo perso quel po' della innocenza di cui sentivamo depositari. Cosa posso consigliare adesso alla redazione di Alguer.it? Di lasciar perdere? Di mettersi in salvo? Di chiudere baracca e burattini? Di aspettare che sparino ad altezza d'uomo?

In un articolo finora sconosciuto, pubblicato già da un mese su Le Monde, il grande scrittore Albert Camus (quello della Straniero, un capolavoro), ancora giovanissimo giornalista ad Algeri e si trovo a fare i conti con la censura al momento dello scoppio della seconda guerra mondiale. Stilò un suo personale prontuario per la sopravvivenza morale del giornalista, indicando come il male peggiore proprio la stupidità.

«Bisogna ammettere che gli ostacoli scoraggianti ci sono: la costanza della stupidità, l'ottusità aggressiva e via dicendo. (...) L'ostinazione perciò diventa una virtù cardinale. Per un paradosso curioso ma palese, essa passa così al servizio della obbiettività e della tolleranza».

Spero che siano in molti a capire perché in questo momento è più che mai necessario stare dalla parte dell'intelligenza!

Pasquale Chessa

A Pasquale Chessa e a tutta la redazione di Alguer.it va la solidarietà e l'affetto dei colleghi di Senza Bavaglio.

Senza Bavaglio
www.senzabavaglio.info

PAOLA ANGELICI
Giornalista controcorrente.
Ci ha lasciato dieci anni fa non è più tra noi.
Ma il suo ricordo è vivo
di Pieluigi Roesler Franz

Dieci anni fa ci lasciava Paola Angelici, giornalista del Tg2 e leader del Singrai, stroncata il 24 giugno 2002 da un'emorragia cerebrale nel corso di un Consiglio Direttivo dell'Associazione Stampa Romana mentre, microfono in mano, discuteva di futuro, di pensioni.

Dopo essere vissuta per alcuni anni fuori d'Italia, la Angelici guidava la redazione Esteri del Tg2 e faceva parte della Giunta della Fnsi. Professionalmente si è occupata dei più deboli, degli emarginati e diseredati: le favelas brasiliane, gli affamati in Africa, i conflitti mediorientali.

Grazie alla sua passione, si era conquistata stima e affetto. Una donna "controcorrente": così era stata definita dai suoi colleghi, quelli con cui, ogni giorno, affrontava i problemi della categoria. Una giornalista battagliera, protagonista del dibattito all'interno del mondo sindacale Rai dove si é molto occupata dei colleghi meno protetti, come i precari che lavoravano all'interno di Saxa Rubra.

La sua prematura scomparsa é stata ricordata dal Direttivo del Gruppo Romano Giornalisti Pensionati riunitosi oggi nel salone dell'Associazione Stampa Romana che da tempo é stato intitolato proprio a nome della collega Paola Angelici.

Pieluigi Roesler Franz

WIKILEAKS
Sostenere Julian Assange
Contro la vendetta americana in agguato
Senza Bavaglio

Uno degli avvocati di Julian Assange ha fatto sapere che non è stata una scelta facile quella del fondatore di Wikileaks di rifugiarsi nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra per sfuggire all’ordine di estradizione verso la Svezia per essere processato per una presunta violenza sessuale.

Il quarantenne australiano ha rifiutato di rispettare un ordine della polizia ed entrato nell’ambasciata ecuadoregna il 19 giugno. "Aveva di fronte due strade antrambi difficili. Credo che sarebbe andato in Svezia immediatamente, se solo avesse ottenuto assicurazioni da parte degli Stati Uniti che non ci sarebbe stato un procedimento penale contro di lui", ha detto Michael Ratner, un avvocato dei diritti umani che è il team di difesa legale di Assange.

Ma il governo degli Stati Uniti, ha spiegato Ratner, avrebbe dovuto fornire una garanzia chiara. Invece ha usato parole "tritate". Gli Stati Uniti sostengono di non aver avuto alcun ruolo nella controversia estradizione. Un’affermazione che appare poco credibile.

Assange nega le accuse di violenza sessuale ma sostiene che la richiesta di estradizione è forzata e politicamente motivata. Teme che una volta estradato in Svezia possa essere trasferito negli Stati Uniti, dove il Dipartimento di Stato potrebbe incriminarlo per spionaggio o altri crimini.

Di fronte alla possibilità di essere trasferito in un carcere svedese senza la possibilità di chiedere asilo politico, il signor Assange ha preso una decisione comprensibile, Mr Ratner ha detto.

Ratner è presidente emerito del Centro dei diritti costituzionali e ha rappresentato i detenuti presso prigione americana di Guantanamo Bay, a Cuba.

Assange ha fatto infuriare Washington per aver pubblicato su internet una marea di informazioni segrete sulle guerre in Iraq e in Afghanistan, così come più di 250.000 note diplomatiche riservate americane. I suoi critici lo denunciato come un anarchico traditore. Ma non di Senza Bavaglio domandiamo: Che cosa avrebbe dovuto fare un giornalista che riceve informazioni di questo genere anche se riservate? Avrebbe dovuto tenerle per sé o metterle a disposizione dei lettori?

L’avvocato Ratner ha espresso un cauto ottimismo sulla decisione che dovrebbe prendere l'Ecuador: “Ci sono buone possibilità che approvi la richiesta di Assange per l'asilo”, ha detto. “Il presidente ecuadoregno, Rafael Correa, è molto critico sulla politica degli Stati Uniti. Nel 2008 ha avuto il coraggio 2008 di chiudere una base americana nel suo Paese e nel 2010 aveva offerto l’asilo politico al fondatore di WikiLeaks.

Il sostegno a Julian Assange dovrebbe essere un dovere civile di ogni giornalista.

Senza Bavaglio
www.senzabavaglio.info

Gli indirizzi e-mail presenti nel nostro archivio provengono da elenchi di pubblico dominio e anche da contatti personali: il consenso non è richiesto quando il trattamento riguarda dati provenienti da pubblici registri, elenchi, atti o documenti conoscibili da chiunque (art. 24, lettera c, del dlgs 196/2003 sulla privacy). A ogni destinatario è assicurato il diritto di essere cancellato dalla mailing list: in tal caso basta segnalare tale volontà, CANCELLAMI, alla mail cancellami@senzabavaglio.info e precisando l'indirizzo da rimuovere. I dati sono trattati nel rispetto delle vigenti norme sulla riservatezza. Tutti i destinatari delle mail sono in copia nascosta.



Menu utente

  • LOGIN
  • ONLINE

NEWSLETTER



Ricevi HTML?

Messaggi Privati

Non sei identificato sul sito.


La testata quotidiana è registrata presso il tribunale di Milano (n. 579 - 13 ottobre 2003).
Direttore responsabile Massimo A. Alberizzi, giornalista del Corriere della Sera e moderatore del sito e della newsletter. C.F. LBRMSM47T07F205P
Il marchio Senza Bavaglio è registrato n. MI 2005C004170. Condizioni generali.