Etica e sindacato: l’INPGI crolla ma i compensi degli amministratori restano troppo alti

Speciale per Senza Bavaglio
Alessio Algeri
Roma, 4 novembre 2018

Il futuro del giornalismo italiano sarà sempre più nero, non ci sono segnali di ripresa e di rinnovamento e peggiora, di conseguenza, la situazione contributiva degli iscritti all’Inpgi, anche questa in crisi, tanto che ogni anno, dal 2013 in poi, la Corte dei Conti è intervenuta con una corposa relazione per rimarcare che: “Già nella relazione relativa al precedente esercizio, questa Corte ebbe a sottolineare come il perdurante andamento negativo dei saldi della gestione previdenziale e assistenziale imponesse alla governance dell’Inpgi l’adozione urgente di severe misure atte a ristabilire un equilibrio previdenziale pesantemente compromesso dalla profonda crisi del settore dell’editoria, contraddistinta dalla sensibile contrazione dei contratti di lavoro e dal peso sempre crescente degli oneri per ammortizzatori sociali a carico dell’Istituto medesimo”.

Un richiamo con cadenza annuale che stride con i compensi percepiti dai membri del Consiglio di amministrazione dell’INPGI, i quali, a fronte della crisi manifesta del mondo del giornalismo, continuano a riscuotere migliaia e migliaia di euro. Il presidente Macelloni, per fare un esempio, nel 2017 ha portato a casa circa € 230.000 di indennità. Dallo schema che alleghiamo, si può prendere visione della spesa immane che sostiene l’Inpgi per mantenere il Consiglio, con i soldi dei giornalisti mal pagati e mal tutelati da Ordine e sindacato. E Inpgi.

 

Questi i compensi dei consiglieri d’amministrazione dell’INPGI. Pierluigi Roesler Franz versa il suo direttamente in beneficienza

La drammatica situazione del giornalismo italiano – caratterizzato dal calo delle vendite, dai giornalisti mal pagati o non pagati, quindi sfruttati, dalla graduale diminuzione delle fonti – induce a riflettere e ad analizzare le cause della catastrofe in atto. Se il web, con i giornali online, è riuscito nel giro di pochi anni a dimezzare le vendite dei giornali cartacei, riducendoli a mezzi di informazione obsoleti, buona parte della crisi in atto, tuttavia, è da addebitare proprio alle tradizionali e storiche testate che non sono riuscite (o non hanno voluto) a compiere una rivoluzione necessaria. Ancorato ai vecchi schemi, il cartaceo vive, attualmente, un momento pessimo, nonostante i finanziamenti pubblici percepiti finora: le vendite diminuiscono vertiginosamente, la pubblicità segue la stessa sorte, i lettori si informano in rete, che è veloce, brucia i tempi e i giornali che, quando approdano nelle edicole, risultano contenere notizie già vecchie e quindi prive di interesse. Sarebbe stata necessaria una riorganizzazione totale in ogni redazione e un adeguamento ai tempi per fronteggiare il cosiddetto ‘online’.

In questo contesto, a farne le spese sono stati, in particolar modo, i giornalisti, molti dei quali licenziati per effetto dei tagli nelle redazioni in crisi, tanti altri, invece, pagati in maniera vergognosa, nel silenzio, e spesso con il placet, del sindacato. È molto alta, infatti, la percentuale dei giornalisti che firma contratti discutibili sotto ogni punto di vista e che percepisce due millesimi di euro lordi a battuta. Una professione svilita che non consente a nessuno di poter vivere di questo lavoro, in cui sono evidenti le responsabilità del sindacato sui risibili trattamenti economici, concordati in combutta con gli editori (ricordiamo quando Franco Siddi, segretario della FNSI nazionale, si inchinò ignominiosamente al tavolo con gli editori, svendendo la dignità del lavoro giornalistico e riducendo in miseria tanti colleghi), che portarono a un accordo paradossale, le cui conseguenze si ripercuotono pesantemente sui giornalisti e sulla stampa in genere.

Paghe minime, dunque, e super lavoro, giornalisti-crumiri che lavorano quasi gratis solo per ottenere altri benefici personali e progressiva perdita delle fonti, che nel marasma della ‘notizia a tutti i costi’, vista la fame dei giornalisti, si sono trincerate dapprima nel ‘no comment’ e in seguito sono sparite quasi del tutto. Senza tralasciare la paura delle querele e i costi esorbitanti che esse comportano, causa primaria delle linee accondiscendenti adottate da tante testate. Non possiamo, a questo punto, non far menzione dei contributi sotto varie forme elargiti da diversi politici, amministratori e imprenditori ai giornali in crisi, piccole boccate d’ossigeno a cui deve poi corrispondere la ‘marchetta’ o l’occultamento di certe notizie dannose per il politico o l’amministratore o l’imprenditore spesso prestato alla politica.

Il giornalismo è in ginocchio e non solo per colpa di Internet, le responsabilità ricadono su tutti, ovvero Ordine, sindacato, Inpgi, editori, politici, giornalisti. Anni fa, la sfida del futuro, che è l’oggi, non è stata colta, gli editori dettano, incontrastati, le loro leggi, l’informazione è sempre più discutibile e i suoi operatori sono alla fame. Intanto, il Consiglio di amministrazione dell’Inpgi, cioè la cassa di previdenza dei giornalisti, guadagna cifre consistenti senza alcun merito e sulle spalle degli stessi giornalisti. Amen.

Alessio Algeri
algerialessio2@gmail.com
@sbavaglio

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