Gli enormi problemi dell’editoria che gli editori non vogliono affrontare

Speciale per Senza Bavaglio
Andrea Montanari
Milano, 16 settembre 2018

Il caso del Giornale (proprietà Paolo Berlusconi+Mondadori) – richiesta di taglio stipendi del 30% – e quello di Repubblica (Gruppo Gedi proprietà dei De Benedetti e degli Agnelli-Elkann), e gli altri che ne seguiranno (oltre a tutti quelli che si sono susseguiti dal 2009-2010 in poi) sono forse, la punta dell’iceberg della difficilissima situazione nella quale si trova l’editoria italiana che da 10-dieci-10 anni è in crisi e non sa come uscire dal tunnel.

Finita la “pacchia” della solidarietà coperta da INPGI (conti al collasso o quasi per lo scarso numero di popolazione attiva contribuente rispetto ai pensionati, per la gestione operativa e per lo squilibrio tra le pensioni, correttamente maturate, e i contributi dei colleghi iscritti e paganti) e INPS, e finito il tempo dei prepensionamenti agevolati e dei fondi statali, adesso inizia il vero dramma. Perché la nuova solidarietà, da gennaio 2018, è assimilata alla CIGS in termini economici. Ci sono tanti casi di testate in questa situazione, magari di medio-piccole dimensioni che non finiscono agli onori della cronaca o non fanno eco come altri grande testate quotidiane o periodiche.

Ma ci sono tanti problemi da risolvere. E toccherebbe agli editori farsene carico essendo i proprietari delle aziende. Ma finora, nella stragrande maggioranza dei casi, gli editori hanno solo tagliato i costi strutturali e redazionali, senza investire in prodotti e sviluppo, cartaceo e digitale. Salvo qualche rara eccezione, vedi Urbano Cairo che dal suo arrivo ha portato novità al Corsera. E ciò in cosa si è tradotto: in due anni mezzo, da gennaio 2016 a oggi il corriere ha perso solo poco più di 3mila copie in edicola contro le oltre 56mila di Repubblica. Ma questo non basta.

Nessun editore italiano ha saputo sfruttare, cavalcare e farsi remunerare dal web. Lo si è sempre trattato come una entità a parte, una sorta di riserva indiana dove piazzare “gli scarti” redazionali e tirare su click e qualche pubblicità, magari puntando su pochi temi: calcio e belle donne che non fa mai male.

Manca progetttualità. Manca una visione. Mancano capitali da investire. Manca coraggio. INsomma: manca l’idea.

Poi c’è un’altra questione. La scelta dei manager editoriali. I caso della “vecchia” Rcs è sotto gli occhi di tutti. Il caso Repubblica attuale ne è la conferma (e mi limito alle grandi case editrici quotate in borsa, ma i caso saranno tantissimi).

Sono gli editori che scelgono i manager – nella vecchia Rcs c’era un dirigente valido che è stato “sacrificato” sull’altare del patto di sindacato – e a loro volta sono i manager che assieme agli editori scelgono i direttori. E il caso Repubblica è lampante. Senza aver nulla di personale con i diretti interessati. Ma se lo sbriciolamento del Pd è una causa, la perdita di appeal di Repubblica (oltre che de La Stampa) non può essere solo di natura “politica”.

Poi c’è un altro capitolo che riguarda i giornalisti: forse, e lo dico a malincuore, siamo troppi. Per decenni sono state fatte promesse occupazionali, di posti di lavoro facili e garantiti. Poi nessuno si è curato di avvertire i giovani, i neo-laureati o chi passa dalle scuole di formazione per giornalisti, che la pacchia era finita, che c’era la crisi e che forse bisognava re-inventarsi. Perché il web è nato libero e gratuito e difficilmente si invertirà la rotta, anche se è giusto porre dei paletti alle BigFour della Rete che scippano contenuti e li ricollano gratuitamente.

Però se i quotidiani e il periodici vivono il loro decennio più nero sia in termini di copie vendute sia di raccolta pubblicitaria è altrettanto vero che in questi 10 anni i giovani hanno continuano a tentare la strada del giornalismo. E’ una loro libera e giusta scelta. Solo che poi il mercato è quello è che è, cioè è inesistente, e i ragazzi si accontentano di lavorare per pochi euro a pezzo, se non di scrivrere gratis. E questo è un male perché porta all’appiattiamento e alla relativa decisione degli editori di non valorizzare il lavoro di qualità e le professionalità.

Poi c’è un’altra questione sensibile: manca da 2 anni un contratto di categoria. Alla Fieg fa comodo così. Ma la Fnsi che fa? Nulla, mi pare. Si indigna, sbraita, scende in campo, giustamente e logicamente per tutelare la categoria, ma non guarda avanti, non studia il futuro, non cerca soluzioni.

E invece il sindacato dovrebbe evolversi, prendere di petto la situazioni e trovare soluzioni, aprendo la mente. Solo che il sindacato è “vecchio”, perché i giovani, diciamo gli over 30 e under 40-45, non si impegnano. Del resto devono sopravvivere in una giugla.

La mancanza di regole precise, di indirizzo per capire come si lavorerà tra 3-5 anni (e già oggi), di scelte forti e rivoluzionarie favorisce il limbo, la situazione promiscua, quella che stiamo vivendo da tempo.

E gli editori ne approfittano. Come? invece che valorizzare i giovani, dar loro opportunità, fanno lavorare i pensionati e pre-pensionati che ovviamente sono più “formati”, hanno maggiore esperienza, titolo, voce in capitolo, conoscenza e probabilmente hanno più notizie.

Ma questo è un modo, per gli editori, per drogare il mercato. E per non voler affrontare seriamente la questione.

Anfrea Montanari
@ilmontanari

PS: poi, e non ci si può nascondere dietro a un dito, nella nostra categoria ci sono ancora rendite di posizione derivanti da contratti del passato che non aiutano certo a migliorare la situazione e ad agevolare il passaggio generazionale.

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