Come si corre incontro a una dittatura. Un dibattito aperto dalle pagine dei giornali

Il dipinto simbolo dei lavoratori all'inizio del XX secolo: il "Quarto Stato" di Giuseppe Pellizza da Volpedo, Milano, Museo Del Novecento

I gessetti di Sylos Labini
Giovanni La Torre
Roma, 11 febbraio 2018

Consentitemi di cominciare riportando l’inizio dell’editoriale di Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 9 febbraio scorso:

“Chi ha letto qualche libro lo sa. La ragione forse più importante che determinò la vittoria del fascismo nel 1922 fu lo scardinamento dell’applicazione della legge avutasi negli anni precedenti. Uno scardinamento che ebbe due momenti: dapprima, durante il cosiddetto biennio rosso, il governo si mostrò di un’assoluta indulgenza nel tollerare da parte dei socialisti le violenze di piazza, il sobillamento continuo e in mille modi alla violazione dell’ordine pubblico e al sabotaggio, le minacce e le aggressioni, verbali e non, contro i rappresentanti dell’ordine e dell’esercito.

In un secondo tempo, nel 1920-21, quando contro le cose e le persone delle leghe contadine, del movimento operaio e dei comuni socialisti, si scatenò in risposta la violenza fascista — più mirata, più organizzata e più feroce — il governo centrale ne ordinò, sì, a più riprese e anche con forza la repressione, ma senz’alcun esito. Ciò che accadde, infatti, fu la virtuale insubordinazione delle forze dell’ordine, dell’esercito e dell’apparato giudiziario. Le quali, consenzienti vasti settori dell’opinione pubblica borghese, si rifiutarono silenziosamente di esercitare contro i «neri» quell’azione repressiva che in precedenza non era stata esercitata contro i «rossi». Fu grazie a tale catena di eventi che la democrazia italiana corse alla rovina.”

Il dipinto simbolo dei lavoratori all’inizio del XX secolo: il “Quarto Stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo, Milano, Museo Del Novecento

Non so voi, cari amici, ma io in questo incipit intravedo l’inizio di una sorta di giustificazione del fascismo storico. Caro professore Galli della Loggia, noi qualche libro di Storia l’abbiamo letto, certo non quanti ne avrà letti lei, ma non siamo giunti alla conclusione cui è giunto lei secondo la quale è colpa del “biennio rosso” 1919-20 se poi è sorto e si è affermato il fascismo. Certo le squadracce sono sorte per dare una lezione ai socialisti, alle leghe contadine e agli stessi operai e braccianti che avevano sconvolto il volto di parte dell’Italia in quel biennio, quindi si potrebbe dire che quello sia stata la causa scatenante, ma le due reazioni non possono essere messi sullo stesso piano. Se per il timore di una reazione le persone non debbano lottare per i propri diritti, vorrebbe dire fermare la Storia.

Gli operai e i contadini che in quel biennio si abbandonarono a volte a fatti di vera e propria ribellione (vedi l’occupazione delle terre in Puglia e Sicilia) erano spinti esclusivamente dalla “fame”. Spesso tra loro vi erano ex combattenti che dopo aver patito le sofferenze della Prima Guerra, rientrati in Italia si son visti abbandonati al proprio destino. Essi non erano portatori di nessun disegno rivoluzionario di tipo bolscevico, anche se la rivoluzione russa era avvenuta da poco e quindi era di moda, e in molti casi erano contestati dallo stesso Partito Socialista. Anche laddove il Ps assunse la guida, non tutti i suoi dirigenti erano d’accordo nel dare sbocchi rivoluzionari.

Insomma si trattava per lo più di normali manifestazioni di protesta che a volte assunsero dimensioni eccessive solo per l’estrema indigenza ed esasperazione di chi protestava. Fu quindi saggia la posizione che assunse il capo del governo dell’epoca, Francesco Saverio Nitti, di controllare la situazione con la sola forza pubblica senza far entrare in campo l’esercito. Questa situazione, più che una più forte repressione come auspica a ritroso Galli della Loggia, avrebbe dovuto richiedere una riflessione da parte delle classi padronali, oltre da quelle della politica, per avviare un processo di riforma delle relazioni tra datori e lavoratori e per giungere a una soluzione di quel crimine sociale che era il latifondo improduttivo meridionale. Non aver promosso questo è una responsabilità governativa.

Ernesto Galli della Loggia

Ma purtroppo allora le classi padronali erano del tipo di quelle che nei decenni prima si erano rifiutate di contribuire al risanamento dei conti conseguenti alle guerre d’Indipendenza (eppure l’Unità aveva favorito soprattutto loro) costringendo il governo a introdurre la “tassa sul macinato”, una delle vergogne della nostra Storia. E allora la soluzione più facile che hanno ritenuto di adottare è stata quella di prezzolare delle squadracce che riportassero l’ordine nelle fabbriche e nelle campagne a suon di manganellate e pistolettate. Quindi, a differenza dei moti contadini e operai, qui c’era dietro un vero disegno politico, c’erano delle forze sociali forti (oggi si direbbe dei “poteri forti”), c’era molto denaro che scorreva e di questo fiume una parte cominciò a defluire verso Benito Mussolini, che pure all’inizio aveva difeso le proteste bracciantili.

Mettere sullo stesso piano le due “rivolte” risulta alquanto tendenzioso e sarebbe come dire che se negli Usa il Ku Klux Clan avesse preso il potere la colpa sarebbe stata del governo americano che non aveva represso a sufficienza le proteste dei neri. Ecco penso che il punto sia proprio qui, in America quel movimento non ha preso il potere, in Italia invece a fronte di un ipotetico rischio bolscevico, in realtà poi prese il potere il fascismo.

Infine, l’ascesa al potere del fascismo non fu irresistibile e ineluttabile. Ricordiamo solo che il capo del governo Facta firmò lo stato d’assedio la sera del 27 ottobre ’22, e fu il Re che venendo meno alla parola data si rifiutò di controfirmare, consentendo la Marcia su Roma del giorno successivo.

Mettere tutto questo sullo stesso piano di una “rivolta” di contadini scamiciati e affamati … fate un po’ voi.

Giovanni La Torre
latorre.giovanni@libero.it

P.S. – Il “gessetto” sulla giustificazione del fascismo da parte di Galli della Loggia ha riscosso molti apprezzamenti, alcuni pubblici altri con email private, altri ancora “silenziosi” ma che hanno fatto impennare il numero di lettori su facebook. Ringrazio tutti di cuore. Approfitto allora per aggiungere qualcosa che prima non ho detto. Quando ero giovane, gli anziani di allora raccontavano (io sono originario delle Puglie) che negli anni di cui abbiamo trattato, alla sera, quando il brusio della vita del paese si placava, si udivano distinti i pianti dei bambini delle famiglie dei braccianti i quali piangevano per fame …, sì avete letto bene “per fame”.

Ora, io chiedo: se il giorno dopo i genitori di quei poveri bambini, avessero impugnato i forconi e assalito il podere di qualche latifondista per rubare la farina e qualche altra cibaria, questi genitori andavano messi sullo stesso piano dei “mazzieri” (i progenitori nel Sud degli squadristi) e degli squadristi fascisti? Secondo Galli della Loggia pare di sì.

A volte quando si ricordano queste storie si rischia di passare per “passatisti” e nostalgici. E io posso essere anche d’accordo, ma se qualcuno dice le cose che ha scritto Galli della Loggia, si può continuare a tacere?

G.L.T.

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