La causa per abolire questo contratto: una sentenza piena di errori

Speciale per Senza Bavaglio
Pierangelo Maurizio
Roma, 31 dicembre 2017

Voglio proporvi una riflessione a proposito di una questione che io credo ci riguardi tutti e nei dettagli. Si tratta della sentenza con cui il tribunale civile di Roma ha dato torto – ci ha dato torto – ad un gruppo di giornalisti che ha osato impugnare il contratto del 2014 e ci ha condannato al pagamento di spese legali stratosferiche.

E’ stata una cazzata, lo ammetto subito, è un errore pensare di cambiare un contratto per via giudiziaria. Ma a volte nella vita di un sindacalista arriva il momento in cui è necessario fare di questi errori, quando sono l’ultima spiaggia.

L’iniziativa tre anni fa è partita da Massimo Alberizzi e dagli amici di Senzabavaglio, noi abbiamo solo dato la nostra adesione come gesto simbolico. E io rivendico questo errore. Come dirigenti sindacali di una categoria particolare quale è quella dei giornalisti penso che abbiamo il dovere di incanalare sui binari della razionalità, tradurre, interpretare la rabbia, la delusione, quelle che comunque segnavano una reattività: ora nelle redazioni ci sono solo frustrazione e rassegnazione. E noi dovremmo garantire il diritto all’informazione…

Questa sentenza, che va certamente rispettata, contiene quelle che a noi sembrano abnormità e che forse nemmeno i colleghi della segreteria e della giunta hanno valutato, soppesato bene.

Lasciatemi prima di tutto ricostruire la situazione dopo la firma del contratto. Questo di cui vi leggo per flash qualche stralcio non è un nostro documento. Ma è il documento approvato all’unanimità dalla giunta di Stampa romana, la seconda associazione per numero di iscritti in Italia, diffuso il 27 giugno 2014. Il contratto viene definito “una serie di norme contro la categoria…”.“Un lavoro autonomo privo di dignità e ulteriormente ricattabile…”. “Una trattativa opaca e verticistica che ha umiliato gli organismi stessi della categoria e tutta la base del sindacato…”. E ora fate attenzione: “Una serie impressionante di concessione agli editori che minacciano in prospettiva i già precari conti di Inpgi e Casagit…”.

Quest’anno l’Inpgi chiude il bilancio 2017 con un rosso di 104 milioni. Per la prima volta. Per il 2018 prevede una perdita, ormai emersa, di 163 milioni. Per quattro anni abbiamo tentato inutilmente di dare l’allarme sull’operazione “Fondo Immobiliare”, sulle plusvalenze per tenere a galla il bilancio. Così come da oltre un anno e mezzo abbiamo cercato di attirare l’attenzione su una dismissione sbagliata del patrimonio immobiliare: sono stati sottoscritti rogiti per poco più di 60 milioni a fronte dei 550 milioni di raccolta previsti. Le cause sono molteplici ma se i conti dell’Istituto sono sprofondati la responsabilità immediata e diretta è di questa dismissione e di chi l’ha voluta…

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Sì, certo, l’obiezione che ci viene rivolta da tanti è: la critica e la lotta al contratto si fanno dentro il sindacato. Perfetto.

Ma dovremmo interrogarci, tutti, sugli spazi veri di democrazia dentro il sindacato unico – lo ricordo – dei giornalisti italiani. Vi leggo un altro passo dal documento dell’Asr, l’ultimo: “Addio democrazia sindacale. La Giunta (dell’Asr, ndr) prende atto con rammarico che la Segreteria della Fnsi e la Giunta non abbiano ascoltato le voci che da più parti della categoria chiedevano un percorso trasparente e partecipato…”.

Veniamo alla vertenza sul contratto 2014, contratto che – vorrei ricordare, caro segretario – è ancora in vigore visto che con un anno e mezzo di ritardo quello nuovo ancora non c’è. Tre anni fa ci siamo rivolti al giudice civile perché verificasse se le regole interne, le regole che ci siamo dati, sono state rispettate. La giudice ci ha dato torto ma non è entrata nel merito. Tre udienze, è durato il processo. I testi citati non sono stati ammessi: non è stato ritenuto necessario ascoltarli. Giulio Anselmi, allora presidente della Fieg, la federazione degli editori, per fare un esempio, avrebbe potuto raccontare come rinunciò al secondo mandato perché, da galantuomo quale è, si rifiutò di firmare “il massacro dei colleghi”, sono più o meno le sue parole testuali…

La giudice nella sentenza ha stabilito, primo dei motivi, che non siamo titolati a contestare il contratto perché non saremmo iscritti alla Fnsi ma solo alle associazioni regionali. E qui chiederei aiuto al direttore della Federazione, Giancarlo Tartaglia, che cosa ne pensa? Eppure, nelle nostre buste paga – per chi ce l’ha – accanto al prelievo mensile dello 0,30% c’è proprio scritto: “trattenuta Fnsi”. Eppure, Giancarlo, l’art. 1 del nostro statuto – l’ho imparato a memoria – recita: “Gli iscritti – ovviamente alla Fnsi essendo lo statuto della Fnsi – aderiscono territorialmente alle associazioni regionali…”. Ma non basta.

Leggo dalla sentenza: “Inoltre, non risulta che gli odierni attori rappresentino o abbiano fatto parte di uno degli organi statutari della Federazione, elencati dall’art. 7 dello Statuto…”. Ecco, il cretino che vi sta scrivendo è ininterrottamente consigliere nazionale della Fnsi da dieci anni… Al momento della firma del contratto 2014 ero membro di ben tre organi statutari: Consiglio nazionale, Congresso nazionale (che resta in carica fino a quello successivo), Consulta del Cdr quale membro del Cdr del Tg5!

Peccato che la nostra presunta “non titolarità” – a quanto ci dice il giudice – non sia stata sollevata nemmeno dalle controparti, in nessuna delle udienze. Cioè non abbiamo potuto difenderci in aula. Per questo riteniamo che sia stato leso il nostro diritto alla difesa. E questa è la prima abnormità.

La seconda è, a nostro avviso, ancora più macroscopica. Siamo stati condannati in solido al pagamento delle spese legali, circa 14 mila euro – tra oneri e tasse – a ciascuna delle tre controparti, Fieg, Fnsi e Presidenza del Consiglio, per un totale di 40 mila euro. E’ evidente che, soprattutto se la maggioranza di chi ha impugnato il contratto è costituita da free lance, pensionati, precari, qualcuno per vivere ha dovuto cambiare lavoro, questo suona come un deterrente a non fare appello: della serie, non vi è bastata la prima legnata…? Un’altra limitazione, di fatto, del diritto alla difesa.

Gli avvocati ci dicono che è la conseguenza di un decreto ministeriale del 2015 che dà al giudice facoltà di stabilire per via giudiziale le spese legali in base al valore della causa. Non so se sia così. Ma so di certo che chiunque faccia sindacato non può rimanere indifferente, non potrà mai avallare l’idea di una giustizia solo per ricchi. L’entità delle spese legali imputate ad una sola parte, la nostra, difficilmente considerabile la “più forte”al cospetto di Fieg, Fnsi e Palazzo Chigi, viene vissuta – non dico che lo sia, ma certamente viene vissuta – come un’intimidazione economica
Siamo rimasti in quattro cretini a promuovere appello. Per il motivo più semplice. Perché, come giornalisti e a maggior ragione come dirigenti sindacali, le intimidazioni vanno respinte.

Concludo, invitandovi – invitandoci – tutti a una riflessione. E cioè se questa è una sentenza appartentemente contro di noi o se è contro il sindacato. O meglio se lo è l’uso di questa sentenza. Le sentenze sono sentenze, i giudici fanno il loro lavoro. Poi c’è l’uso che viene fatto delle sentenze. Ecco, io penso che l’uso di questa sentenza possa diventare un boomerang, una bomba a orologeria gettata tra le gambe del sindacato. Per tre ragioni. Perché se la Fnsi non è più corpo e anima dei giornalisti italiani ma un’entità eterea con venti iscritti, quante cioè sono le associazioni territoriali, si mina alla base il pilastro stesso del sindacato unico dei giornalisti: caro Raffaele, se sei il segretario generale di venti iscritti-avatar, con quale forza chiamerai alla mobilitazione la categoria per il rinnovo contrattuale? Perché il contratto del 2014 ha innescato la guerra fra generazioni e ora si rischia di scatenare la “guerra civile” dentro il sindacato. Perché restiamo con la testa rivolta all’indietro, impantanati nelle polemiche sul vecchio contratto quando tutti, comunque la si pensi, dovremmo strappare agli editori impegni veri e una visione strategica proiettati nel futuro.

Cari colleghi, non mi vedrete, non ci vedrete, mai venire qui con il cappello in mano. Vi chiedo una cosa soltanto. Permetteteci di, fate in modo che possiamo ancora chiamarlo, considerarlo il nostro sindacato.

Grazie per l’attenzione. Auguri a tutti.

Pierangelo Maurizio
Consigliere Fnsi (dal 2007)
Questo articolo è stato tratto dall’intervento di Pierangelo Maurizio al Consiglio Nazionale FNSI del 20 dicembre 2017

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