Un paio di cose non dette nella discussione sulla flat tax. Un’aliquota unica al 25%?

I gessetti di Sylos Labini
Giovanni La Torre
Roma, 25 luglio 2017

Da diversi giorni è in corso una discussione sulla proposta avanzata dall’Istituto Bruno Leoni (25pertutti) di introdurre un’aliquota unica del 25% per tutte le principali imposte (Irpef e Iva) indipendentemente dal livello del reddito, e la contemporanea abolizione di altre imposte (Imu, Irap prima di tutte). L’estensore della proposta è l’economista Nicola Rossi, una volta consigliere economico di D’Alema, poi passato anima e corpo dalla parte del neoliberismo (per puro caso dopo che D’Alema non gli dette un posto nel suo governo).

In sostanza verrebbe eliminata la progressività nel nostro sistema tributario, peraltro prevista dalla Costituzione, anche se l’autore dice, ma infondatamente, che verrebbe recuperata attraverso una detrazione alla base per i redditi minimi. La proposta ha provocato una serie di interventi soprattutto su Il Sole 24 Ore; di questi ci piace segnalare soprattutto quello di Enrico De Mita, il quale ha inquadrato molto bene la questione sia sul piano del diritto costituzionale che su quello della politica “alta”. Ci piace segnalare anche la dichiarazione di Romano Prodi, che ovviamente è contrario, per il quale “sarebbe bello se la prossima campagna elettorale si svolgesse su questo tema”.

L’economista Nicola Rossi

Non ho intenzione di ripetere le tante cose, pro e contro, rilevate da autorevoli commentatori, e allora mi limito a due questioni che non mi pare di aver visto accennate nei commenti.

La prima riguarda l’affermazione, ripetuta più o meno da tutti, che l’idea della progressività nascerebbe dall’esigenza di provvedere a una redistribuzione del reddito. Mi permetto di rilevare che questo è vero solo parzialmente, molto parzialmente. La progressività deriva anche dal fatto che per alcuni servizi lo Stato è infinitamente più importante per il ricco che per il povero. Per esempio tutta l’attività dello stato di provvedere alla difesa della proprietà privata, che comprende Giustizia, Polizia, Esercito, serve in misura più che proporzionale ai ricchi che ai poveri, i quali se mai possiedono solo la Tv e il frigorifero come proprietà privata. Così pure infrastrutture come porti, aeroporti, autostrade. D’altro canto non è neanche vero che la sanità e l’istruzione pubblica gratuita sia solo appannaggio delle classi povere, ne usufruiscono anche i ricchi. Né l’idea di far pagare ai ricchi questi servizi pubblici può costituire la soluzione, sia perché burocratizzerebbe ancora di più la situazione, che invece i proponenti si propongono di semplificare, ma poi come si fa chiedere al ferito sull’autostrada per un incidente la sua dichiarazione dei redditi prima di portarlo al pronto soccorso; e perché condizionare la libertà nel percorso di studi di un giovane in funzione del 730 dei genitori?

L’altra questione è più squisitamente economica, e mi meraviglio che nessun economista o professore di scienza delle finanze l’abbia sollevata: la progressività ha il merito di essere anticiclica, e dalla crisi del ’29 in poi il compito principale della politica economica è quella di “stabilizzare” il ciclo, in entrambi i sensi, e più meccanismi automatici ci sono a questo fine, meglio è. In caso di ciclo negativo i redditi scalano agli scaglioni inferiori quindi le tasse a livello individuale scendono in misura più che proporzionale rispetto alla riduzione del reddito, svolgendo una funzione di sostegno dei consumi. Per contro, in caso di ciclo surriscaldato i redditi passano agli scaglioni superiori e le imposte a livello individuale aumentano in modo più che proporzionale, contribuendo a contenere le spinte inflazionistiche. Il sistema proposto, provocando anche uno sbilancio della pressione tributaria a favore delle imposte indirette (Iva), che sono notoriamente regressive, determinano un sistema tributario “pro” ciclico.

Consentitemi infine di dire che i neoliberisti spingendo per questa soluzione (tra l’altro non adottata da alcun paese avanzato) rinnegano loro stessi e le loro origini. Il marginalismo, che rappresenta storicamente la fonte teorica cui fanno riferimento i neo liberisti attuali, era favorevole alla progressività perché coerente con il loro contesto scientifico. Come saprete, i modelli concettuali di quella corrente di pensiero si basavano su equilibri a livello microeconomico che per l’individuo era tra “utilità” da un parte e “sacrificio” dall’altra. Ebbene, a livello individuale, più il reddito aumenta più l’utilità della quota marginale diminuisce e il sacrificio di privarsene di una parte diminuisce. Se una persona guadagna dieci milioni al mese, l’utilità dell’ultimo milione è inferiore all’utilità degli ultimi cento euro per una persona che guadagna mille euro al mese, quindi non è giusto tassare allo stesso modo.

L’altra considerazione riguarda una delle motivazioni che i proponenti adducono, e precisamente che il sistema della flat tax ha il pregio della semplicità assoluta. Spesso si sente dire da economisti e politici soprattutto di destra che i cosiddetti partiti populisti non sono credibili perché hanno una concezione troppo semplicistica della politica e dell’economia, che invece sono realtà complesse, ebbene loro invece pretendono di rendere di una semplicità assoluta, con un colpo di bacchetta magica, e di colpo, quello che nelle democrazie moderne è il fulcro e il centro dello scontro dialettico tra le varie componenti sociali: il sistema fiscale e della spesa pubblica.

Giovanni La Torre
giovlatorre@gmail.com

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