Giornalismo e politica SpA: “Libero” ma non troppo


di Ugo Degl’Innocenti

Pubblichiamo alcuni stralci del saggio-dossier “Giornalismo e politica SpA Un sodalizio canaglia” di Ugo Degl’Innocenti, prefazione di Sergio Rizzo, Aracne Editrice. Il libro pur essendo del 2013 è sempre attuale, perché fotografa situazioni ricorrenti nel giornalismo italiano. Qui di seguito alcune pagine del primo capitolo, “Giornalismo e politica oggi/Libero ma non troppo”, nelle quali l’autore ripercorre uno dei casi della storia recente del giornalismo nostrano che più hanno fatto discutere.

4 Febbraio 2009. Il servizio sanitario laziale viene attraversato da una scossa che finisce su tutti i mezzi d’informazione: tredici persone, tra proprietari e dipendenti di strutture sanitarie private accreditate, funzionari della Regione Lazio e della Asl Rm H, sono raggiunte da ordini di custodia cautelare emessi dal Gip di Velletri. Una ventina in tutto gli indagati. Secondo l’accusa sarebbero responsabili di avere costituito un’associazione per delinquere che avrebbe commesso, tra il 2005 e il 2007, truffe a danno del servizio sanitario stimate in 170 milioni di euro, attraverso la fatturazione di prestazioni sanitarie mai effettuate da alcune strutture sanitarie private o effettuate in assenza delle prescritte autorizzazioni. Tra le persone coinvolte ci sono Giampaolo Angelucci e il padre Antonio, deputato del Pdl e fondatore della Tosinvest, holding della sanità privata specializzata nella riabilitazione che nel Lazio gestisce numerosi posti letto accreditati.

Sembrerebbe il solito caso di corruzione nella pubblica amministrazione. Invece, dalla vicenda emergono inquietanti interrogativi sull’insano intreccio tra stampa e politica nel nostro Paese. Infatti, Giampaolo Angelucci è subito additato dai media come “l’editore” di due quotidiani di tendenze opposte: “Il Riformista” e “Libero”. Quest’ultimo quotidiano sembra proprio l’esempio più clamoroso di quanto un giornale possa essere non proprio libero, stretto tra interessi politici ed economici.

“Bunga bunga natalizio”: i protagonisti dell’informazione berlusconiana visti da Edoardo Baraldi. Da sinistra: Alessandro Sallusti, Vittorio Feltri, Silvio Berlusconi, Maurizio Belpietro e Renato Farina (nome in codice “Betulla”).

“Libero”, secondo quanto riportato nel colophon, è il supplemento della testata “Opinioni nuove”. Non è noto se “Opinioni nuove” sia ancora l’organo ufficiale del Movimento monarchico italiano. Sta di fatto che l’editore, una società facente capo ad Angelucci, beneficia dei finanziamenti pubblici per l’editoria. Prima come organo del movimento monarchico, poi come cooperativa. Dal 4 gennaio 2006 (governo Berlusconi) viene messo nel sito “www.governo.it” l’elenco dettagliato dei contributi pubblici all’editoria, diretti e indiretti. Così si può vedere che la società editrice di “Opinioni nuove – Libero quotidiano” ha percepito sei milioni di euro di contributi nel 2004 come organo di partito [1], e vengono riconosciuti 7,8 milioni di euro per il 2007 alla stessa testata in quanto edita da cooperativa [2]. Con questo sistema “Libero” avrebbe intascato ben 40 milioni di euro in sette anni.

Da un duello ingaggiato tra il vicedirettore de il “Fatto Quotidiano” (sotto la testata c’è scritto che “non riceve alcun finanziamento pubblico”), Marco Travaglio, e il direttore di “Libero”, Maurizio Belpietro, emergono alcuni dettagli interessanti sui finanziamenti a “Libero”. Il duello si svolge nell’ottobre del 2010, a suon di articoli ed editoriali sui due quotidiani, dopo lo scontro tra i due giornalisti nel corso della trasmissione Annozero, condotta da Michele Santoro.

La ricostruzione dei fatti è affidata a un articolo di Marco Lillo, su “il Fatto Quotidiano” del 26 ottobre 2010 (pagina 10). Titolo: Dopo il fango “Libero” passa alle balle. Sommario: Il direttore Maurizio Belpietro dice di non ricevere finanziamenti pubblici, ma li chiede sempre. […]

I giornalisti del “Fatto” sono andati a controllare: al Dipartimento, ma anche agli amministratori della società editrice “Libero” che lo scrivono nel bilancio 2008, risulta che il quotidiano ha incassato 7,7 milioni nel dicembre 2008 (con riferimento ai conti del 2007) e ha iscritto nel bilancio di quell’anno una sopravvenienza di 1,2 milioni dovuta al maggiore incasso rispetto alla somma di 6,5 milioni prevista. […]

Scrive a tal proposito Lillo: «La smentita più sonora alla balla di Belpietro (“Libero” sta in piedi senza soldi pubblici) arriva dal bilancio approvato dal consigliere di amministrazione Maurizio Belpietro, il 13 maggio scorso». Secondo la ricostruzione del “Fatto Quotidiano”, nelle relazioni che accompagnano il bilancio si legge che “Libero” ha chiesto i contributi per il 2008 e il 2009 e li ha iscritti a bilancio per 6 milioni l’anno, non ha ancora incassato un euro per il 2008, perché le carte non sembrano a posto alla Presidenza del Consiglio e, infine, senza quei contributi, la società non sarebbe in equilibrio. Insomma, l’Editoriale Libero Spa ha bisogno dell’aiuto dello Stato per sopravvivere, come tante altre società editrici di quotidiani. Anche l’altro quotidiano di cui Angelucci sarebbe l’editore, “Il Riformista”, “Organo delle ragioni del socialismo” (che ha sospeso le pubblicazioni nel marzo 2012), all’epoca dei fatti qui narrati risulta tra i beneficiari dei contributi pubblici. La foto scattata dagli amministratori di “Libero” è inequivocabile: il quotidiano diretto da Belpietro da un anno aspetta il via libera dai tecnici del Dipartimento dell’editoria che non vedono chiaro nella sua documentazione. La società di revisione BDO ha certificato il bilancio con questa postilla: «L’equilibrio economico e finanziario della società è strettamente legato all’ottenimento dei contributi suddetti». […]

Gli amministratori di “Libero” ammettono di aver risolto i problemi solo grazie ai soldi della famiglia Angelucci «con il supporto del socio unico Fondazione San Raffaele nei confronti dei quali già è iscritta tra i debiti del bilancio un’anticipazione finanziaria di oltre 5 milioni». L’articolo di Lillo è corredato da un box firmato da Marco Travaglio, titolato: Stampa parastatale. Non sa scrivere ma neppure leggere. Scrive Travaglio: «Dice la barzelletta che i carabinieri viaggiano in coppia perché uno sa leggere, l’altro sa scrivere. Infatti, quando Belpietro viaggiava in coppia con Feltri, si pensava che fosse quello che sa leggere, visto come scrive».

Il sostegno pubblico alla libertà di informare di “Libero” non si ferma qui. Infatti, nel 2010, in occasione della notizia di un agguato a Maurizio Belpietro si viene a sapere che il direttore di “Libero” dispone di una scorta pagata con i soldi del contribuente da ben otto anni.

La sera del quattro ottobre 2010 uno sconosciuto armato di pistola si sarebbe materializzato sul ballatoio della casa milanese di Belpietro. Per una fortunata coincidenza, si sarebbe trovato di fronte uno degli agenti della scorta al quale avrebbe puntato l’arma per fare fuoco. Solo per un’altra fortunata coincidenza, la pistola dello sconosciuto avrebbe fatto cilecca. Così l’agente avrebbe messo in fuga l’uomo sparando alcuni colpi di pistola in aria. Il fantomatico attentatore si sarebbe dileguato.

Raccontata così, la storia ha lasciato spazio a molti dubbi, anche perché l’agente in questione è stato protagonista di un’analoga vicenda quando era di scorta al capo del pool di mani pulite, il giudice Gerardo D’Ambrosio, il quale, peraltro, dopo la notizia dell’agguato a Belpietro, ha ricordato l’episodio accaduto anni prima.

La vicenda, naturalmente, ha generato fiumi d’inchiostro sul quotidiano monarchico, soprattutto dopo la trasmissione di Annozero del 7 ottobre 2010, durante la quale è stato insinuato che si trattasse di una bufala, come riferisce lo stesso Belpietro nella prima pagina di “Libero” del giorno dopo, venerdì 8 ottobre, certamente l’apoteosi di quel metagiornalismo, vale a dire il giornalismo che racconta se stesso e i suoi personaggi, che caratterizza l’era dell’informazione militante.

Titolo in prima, a tutta pagina, tutto maiuscolo: Scusate se sono vivo. Occhiello: Chi vuole imbavagliarci. Sommario: Clima d’odio, Santoro processa l’informazione di destra e sparge dubbi sull’attentato a Belpietro con una velenosa ricostruzione. Smentita in diretta dalla vittima: sinistra basita perché non sono morto [4]. Un catenaccio richiama la vicenda de “il Giornale”, coinvolto in un presunto tentativo d’intimidazione ai danni della presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia: Annunciano articoli contro Confindustria. Indagati per violenza i vertici del Giornale. Oltre a gran parte della prima pagina, “Libero” dedica alla vicenda la seconda, la terza e la quarta pagina. La quinta è una pagina di pubblicità, ma già la sesta è di nuovo metagiornalismo, in quanto si parla della vicenda del “Giornale”, con tanto di foto a quattro colonne del direttore Alessandro Sallusti, del suo vice, Nicola Porro, e del direttore editoriale Vittorio Feltri. Anche pagina 7 e 8 parlano dell’affaire Marcegaglia (Quando non è di sinistra la stampa fa dossieraggio, titolo d’apertura a pagina 7).

Tornando al presunto agguato, l’articolo di Belpietro inizia in prima e occupa tutta la terza pagina assieme a uno spazio pubblicitario. Così esordisce Belpietro: «I lettori mi perdonino se torno a occuparmi del caso di cui sono stato involontario protagonista una settimana fa, ma vi sono costretto per sgomberare il terreno dal sospetto di essermi sparato da solo». Sarà, ma l’incolumità di Belpietro evidentemente non desta molte preoccupazioni, visto che il questore di Milano, qualche giorno dopo il presunto agguato, riduce la scorta al direttore di “Libero” con un ordine di servizio che ripristina un’attenzione più bassa [5].

“Libero” è legato alle vicende di un altro parlamentare del Pdl, il suo ex vicedirettore, Renato Farina, radiato dall’Ordine dei giornalisti il 29 marzo 2007, dopo avere ammesso di aver collaborato, al tempo in cui appunto era vicedirettore di “Libero”, con i servizi segreti italiani fornendo informazioni e pubblicando notizie “interessate” in cambio di denaro[6]. La legge fa divieto ai giornalisti professionisti di intrattenere rapporti con i servizi segreti, ma Farina, nome in codice “Betulla”, intervistava magistrati mentre percepiva compensi dai servizi segreti. La richiesta di radiazione era stata avanzata dal Procuratore generale della Repubblica di Milano, il quale aveva impugnato davanti al Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti la decisione dell’Ordine lombardo di comminare a Farina soltanto la sospensione di un anno. La Corte di Cassazione ha poi annullato il provvedimento nel giugno 2011, in quanto ha accertato che Farina si era già dimesso dall’Ordine quando ne fu radiato[7].

In ogni caso, anche dopo la sospensione Betulla aveva continuato a scrivere su “Libero” e “il Giornale” protetto da Vittorio Feltri, il quale, per tale motivo si è beccato a sua volta due mesi di sospensione per avere continuato a pubblicare gli articoli di Betulla. […]

In effetti, ha continuato a collaborare nelle vesti di opinionista per “Libero”. L’allora direttore del quotidiano, Vittorio Feltri, ha specificato che Farina avrebbe continuato a scrivere «per noi in base alla Costituzione che consente fino a ora la libera espressione del pensiero». Oltre a esprimere liberamente il pensiero, Farina ha potuto anche fare il parlamentare della passata legislatura, in quanto è stato eletto nella Circoscrizione Lombardia 2 della Camera alle elezioni del 2008 nelle liste del Popolo della Libertà. Un bel salvagente, non c’è che dire, per un giornalista incappato in un siffatto incidente professionale.

Feltri in seguito è diventato socio con Maurizio Belpietro della società che edita “Libero”.

Nel dicembre 2010 la notizia è preceduta da una serie di illazioni per le quali il gruppo Tosinvest degli Angelucci ritiene opportuno precisare di non essere l’editore di “Libero”, ma esclusivamente il proprietario della testata del quotidiano […].

A due anni e mezzo da quel comunicato, si apprende che sarebbe Angelucci padre il “controllante di ultima istanza” di “Libero” e “il Riformista”, come riferisce “la Repubblica”[10]. Secondo gli inquirenti dell’operazione denominata “Money on Newspapers”, Antonio Angelucci avrebbe aggirato la normativa che vieta ad uno stesso soggetto di richiedere contributi pubblici per più di una testata, mettendo così all’incasso venti milioni di euro. Il re della sanità privata del Lazio con un impero di venticinque cliniche e deputato del Pdl è indagato per falso e truffa aggravata, assieme all’ex presidente e amministratore delegato del “Riformista” Roberto Crespi e al presidente del Cda della società Editoriale Libero, Arnaldo Rossi. Il 27 giugno 2013 il Nucleo Speciale per la Radiodiffusione e l’Editoria della Guardia di Finanza sequestra ad Angelucci conti correnti e titoli per un valore che ricalca la cifra dei finanziamenti ottenuti in modo illecito per i due quotidiani.

Secondo quanto ricostruito dalla Guardia di Finanza, le società editrici dei due quotidiani avrebbero dichiarato di appartenere a editori diversi per aggirare il divieto di richiedere contributi pubblici per più di una testata da parte dello stesso editore. Secondo gli inquirenti romani, Angelucci, attraverso persone fisiche e società residenti all’estero, avrebbe nascosto il controllo reale delle aziende editoriali. I contributi pubblici sarebbero stati percepiti indebitamente nel 2006 e nel 2007, mentre dal 2008 al 2011 sono stati bloccati in seguito all’indagine. Il procedimento avviato dalla Procura di Roma trae origine dalla segnalazione inviata dall’Agcom, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, nell’agosto 2010, nell’ambito di un parallelo procedimento amministrativo finalizzato ad individuare gli assetti proprietari degli editori dei due giornali. Contro la delibera dell’Agcom le imprese editrici hanno presentato ricorso al Tar del Lazio. Ne è seguito un lungo iter giudiziario, al termine del quale il Consiglio di Stato ha dichiarato la fondatezza della delibera. La vicenda è tutt’ora pendente in Cassazione[11].

Nel giorno del sequestro dei venti milioni di euro, Angelucci affida alle agenzie una nota con cui «esprime la propria sorpresa per tale inattesa iniziativa giudiziaria», in considerazione del fatto

“che sia l’onorevole Angelucci sia le due testate giornalistiche hanno impugnato sia innanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sia innanzi alla Suprema Corte di Cassazione, nonché innanzi al Tribunale Civile di Roma gli accertamenti dell’Agcom dai quali scaturisce l’iniziativa della Procura di Roma” [12].

[1] In base all’art. 153 della Legge 23 dicembre 2000 n. 388.

[2] In base alla legge 250/1990, art. 3, comma 2 bis.

[3] Marco Lillo, Dopo il fango “Libero” passa alle balle, “il Fatto Quotidiano” del 26 ottobre 2010, p. 10.

[4] Maurizio Belpietro, Scusate se sono vivo, “Libero”, 8 ottobre 2010, prima pagina.

[5] Ridotta la scorta a Belpietro, via l’agente che sventò l’agguato, “La Repubblica”, 13 ottobre 2010, p. 13.

[6] Cfr. M. Travaglio, La scomparsa dei fatti, Il Saggiatore, Milano 2006.

[7] Sentenza n. 14407 della Terza sezione civile.

[8] Sospensione di 6 mesi a Vittorio Feltri, news del 26 marzo 2010, sito del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti: http://www.odg.it/content/sospensione–di–6–mesi–vittorio–feltri .

[9] Editoria: Angelucci, proprietari solo di testata “Libero”, lancio “Ansa” del 16 dicembre 2010.

[10] Gabriele Isman, Maxisequestro ad Angelucci. “Truffa allo Stato”, “la Repubblica”, venerdì 28 giugno 2013, p. 20.

[11] Ansa/Contributi editoria, Angelucci indagato truffa e falso. Sequestrati 20 mln a gruppo editore “Libero” e “Riformista”, (di Marco Maffettone): la ricostruzione dei fatti è tratta da una scheda dell’agenzia “Ansa” del 27 giugno 2013.

[12] Editoria: Angelucci, “Sorpreso, provvedimento intempestivo”. “Nessuna attività illecita è stata mai perpetrata”, lancio “Ansa” del 27 giugno 2013.

Nota: Antonio Polito, fondatore e all’epoca dei fatti narrati direttore de “Il Riformista”,  è attualmente vicedirettore del Corriere della Sera. Belpietro ha lasciato la direzione di Libero nel 2016 e ha poi fondato il nuovo quotidiano “La Verità”.