Se questo è un governo

Lo scarica barile cui si sta assistendo in questi giorni in merito al cosiddetto “salva banche” è veramente disgustoso. L’addossare tutte le colpe all’Europa è un segno inequivocabile di populismo della peggior specie. Ne sono protagonisti tutti: capo del governo, ministro dell’economia, Banca d’Italia, Associazione Bancaria. Tutti a dare la colpa all’Unione europea se non si è potuto restituire agli obbligazionisti subordinati e agli azionisti di quelle banche i loro investimenti rischiosi. Evidentemente il Fondo di Tutela dei Depositi e questo governo hanno soldi da spendere se si propongono di garantire anche gli investimenti finanziari ad alto rischio della popolazione. Attendiamo ora che si porranno il problema di rimborsare anche gli obbligazionisti Parmalat, Cirio e i bond argentini.

Il più esagitato è proprio il nostro capo del governo il quale, un po’ per nascondere lo scandalo di avere come ministro una parente di uno dei protagonisti dello sfascio, un po’ per populismo innato, si è messo a urlare contro l’Europa come una qualsiasi “vajassa” napoletana. Allo scopo ha fatto uscire anche particolari della presunta battaglia con l’Ue precedente l’emissione del decreto. Ma a leggere bene le circostanze fatte artatamente emergere aumenta il giudizio negativo su questo governo.

Innanzi tutto la richiesta stessa alla Commissione Europea che le considerazioni espresse sull’operazione fossero messe per iscritto. Trattasi della tipica richiesta di chi sa che in un’eventuale confronto dialettico soccomberebbe, come il semplice impiegato fa spesso nei confronti del suo capo. Sennonché dai frammenti della lettera che sono stati fatti trapelare, e di cui hanno dato conto i giornali, si deduce che è vera la versione della Commissione e non quella del governo, e cioè che si è trattato di una scelta fatta dal governo in autonomia.

Infatti da quello che si capisce dalle poche frasi pubblicate, emerge che la Commissione non ha detto che non si poteva fare il salvataggio integrale degli investitori attraverso il Fondo Tutela dei Depositi, ma ha solo precisato che qualora detto salvataggio fosse stato poi ritenuto “aiuto di stato” tutto il progetto, e non solo una parte di esso, decadeva. Allora, se il governo, la Banca d’Italia, l’Abi e quant’altri erano convinti di essere dalla parte della ragione dovevano andare avanti lo stesso e poi vedersela davanti alla Corte di Giustizia europea. Invece si ha il sospetto che tutti i protagonisti della vicenda conoscessero i termini reali della questione sulla base della normativa e giurisprudenza europea, che comunque già di loro non avessero alcuna intenzione di tirar fuori i soldi necessari al salvataggio integrale, e che hanno messo in piedi tutta la manfrina della lettera per poter poi scaricare la colpa sulla Commissione europea. Roba da “furbetti del quartierino” insomma.

Una volta avviatosi sulla strada del populismo, il presidente Renzi sembra non fermarsi più. Ha stanziato cento milioni per rimborsare in piccola parte i subordinati, ha incaricato l’Anticorruzione di fare da arbitro, dando uno schiaffo a Bankit (sia detto en passant, Cantone sta assumendo sempre più il ruolo che aveva ilfactotum Bertolaso con Berlusconi, gli auguriamo di non fare la stessa fine). Ha benedetto la costituzione di una commissione d’inchiesta la quale, ha precisato ad alta voce, deve occuparsi degli ultimi venti anni di vigilanza sui mercati finanziari e bancari, per stornare da sé ogni pur minima responsabilità, non rendendosi conto che qualcuno degli eventuali siluri che questa commissione dovesse lanciare per compiacere lui, potrebbe colpire Draghi, che della Bankit è stato governatore per sei anni dal 29 dicembre 2005 al 31 ottobre 2011.