Dottor Draghi, si rilegga il manuale di economia alla voce “inflazione”

Ormai la lotta tra il presidente della Bce Draghi e l’inflazione somiglia sempre più a quella di Don Ghisciotte e i mulini a vento. Già qualche settimana fa abbiamo rilevato che l’insistenza di Draghi a usare sempre più la moneta nell’attuale fase congiunturale somiglia all’atteggiamento di quel giocatore di pokerche sta perdendo e si intestardisce a volersi “rifare”, con l’effetto di perdere ancora di più. Ancora nei giorni scorsi il dottor Draghi, in diversi interventi, ha ribadito che intensificherà il suo quantitative easingfino a quando l’inflazione non raggiungerà il fatidico 2%, premettendo però, questa volta, che il raggiungimento dell’obiettivo si è spostato abbastanza al di là nel tempo (però nel frattempo i suoi amici speculatori, nonché ex colleghi, potranno continuare a beneficiare di denaro abbondante a costi irrisori).

Forse è il caso che ricordiamo a Draghi un concetto basilare sulle cause dell’inflazione, un concetto noto anche agli studenti del primo anno di economia. L’inflazione si ha quando sul mercato si verifica una domanda di beni e servizi di molto superiore all’offerta, e quest’ultima non aumenta per svariati motivi, il più frequente dei quali è che la capacità produttiva è satura e la produzione non può aumentare. In tale contesto un mero aumento dell’offerta di moneta svolge una funzione inflattiva, perché determina un aumento di domanda non corrispondente a un aumento del reddito e della produzione (offerta).

Nella congiuntura attuale non solo l’espansione monetaria non determina alcun aumento della domanda, per i motivi oggettivi che abbiamo argomentato più volte, ma anche se la determinasse, prima che provochi inflazione dovrebbe essere eliminata tutta l’eccedenza di capacità produttiva che la crisi ha determinato, quindi: campa cavallo …

A questo proposito è illuminante il caso giapponese. Lì si sta verificando proprio quello che abbiamo appena sostenuto. Infatti la politica monetaria espansiva della banca centrale nipponica pur avendo contribuito a una ripresa della crescita e a una diminuzione della disoccupazione portandola a livelli irrisori (3,4%), grazie soprattutto all’aumento congiunto del deficit pubblico (vera causa della crescita), non ha minimamente inciso sull’inflazione, che resta piatta anche se era uno degli obiettivi, proprio perché c’è ancora capacità produttiva da saturare.

Capisco che chi scrive forse non è all’altezza di dare suggerimenti a sua maestà il presidente della Bce, e allora mi permetto di riportare quanto è scritto alla voce “inflazione” del dizionario di economia di Ricossa: l’inflazione “consiste nell’aumento dei prezzi provocato da un vasto eccesso delle domande sulle offerte di merci e servizi”.

Il vano lottare contro i mulini a vento (intendiamoci: solo perché si continua a usare mezzi sbagliati che non provocano un aumento della domanda reale) induce anche a proposte bislacche, come quella che abbiamo commentato qualche mese fa e portata avanti da tale Cipolletta, il quale indicava l’aumento dell’Iva come uno dei mezzi. “Gajardo” dicono a Roma. Se è per questo ci sarebbe un altro sistema ancora più veloce e sicuro: una legge che impone di colpo un aumento di tutti i prezzi del 2%. Stiamo ovviamente scherzando.

Quella di cui abbiamo parlato finora è la cosiddetta “inflazione da domanda”. I manuali poi, caro dottor Draghi, parlano anche di “inflazione da costi”. Visto che girano tante idee bislacche, ne vogliamo prendere in considerazione un’altra, che forse è meno bislacca delle altre? Un bell’aumento generalizzato dei salari, a partire dai paesi con avanzi (eccessivi) nelle partite correnti, il quale non solo determinerebbe un aumento dei prezzi, ma contemporaneamente provocherebbe un aumento “reale” della domanda. Che ne pensa? Ah già! Dimenticavo, lei si occupa solo di moneta e non di economia reale. Di quest’ultima si occupa solo quando c’è da suggerire una “diminuzione” dei salari e quando c’è da invocare la diminuzione del welfare.