Bisogna intendersi sull’espressione “volontà di potenza”

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Su Repubblica del 21 luglio, il prof. Cacciari ha scritto un articolo (“Germania gigante d’Europa senza auctoritas”) dove contesta l’idea che la Germania persegua una politica di potenza e di egemonia in Europa. I passi salienti ci paiono i seguenti: “La prospettiva di un’Europa germanica non esiste per il semplice motivo che qualsiasi volontà di potenza, per esprimersi, non può assumere a proprio valore-guida la stabilità! Una Germania che volesse dominare in Europa dovrebbe svolgere politiche opposte a quelle cui spesso è tentata: politiche di sviluppo, di crescita. Che le attirino interessi e simpatie da parte dei popoli europei”, e poi “si continuano ad annusare in giro volontà di potenza, quando proprio tali volontà mancano del tutto”.

Ci pare che il prof. Cacciari, che da qualche anno si è ritagliato il ruolo di “bastian contrario” e di “grillo parlante”, abbia confuso le cose. Egli infatti in quei passi ha dimostrato il “limite” della politica egemonica tedesca, ma non che quella politica sia assente.

Anche noi in più occasioni abbiamo detto che una politica egemonica andrebbe perseguita con modalità diverse da quelle seguite dal governo tedesco, e abbiamo a questo proposito indicato l’esempio Usa, che ha usato anche il Piano Marshall, i jeans, la coca cola e la musica rock, ma questo non vuol dire che quella politica non ci sia. Perché allora di questo passo dovremmo dire che neanche quella di Hitler era “politica di potenza”.

Se quella della Germania non è politica egemonica, come interpretare allora la concezione dell’euro a immagine e somiglianza del marco, l’imposizione dell’austerità e del terrore dell’inflazione a un intero continente, l’espansione degli investimenti nell’est europeo. Come interpretare il perseguimento cocciuto di un perenne surplus commerciale verso l’estero, ignorando le esigenze dei partners europei, se non come il perseguimento di una fonte di finanziamento per gli investimenti all’estero? La Germania è l’unico tra i paesi sviluppati in cui il saldo “investimenti all’estero – investimenti esteri nel proprio paese” è positivo.

Che una simile politica possa durare a lungo e conseguire i risultati sperati nel lungo termine è poi un’altra questione, e noi l’abbiamo messo in dubbio più volte. Ma i dubbi sugli esiti finali non significano negazione di quella politica.

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