Scalfari la teoria, Renzi la prassi dell’ “anticorruzione all’italiana”

Su Repubblica di domenica 22 marzo 2015, vi è l’ostentazione dei motivi per i quali l’Italia non riesce a uscire dall’emergenza della corruzione e precipita sempre più come il paese più corrotto e infetto del mondo sviluppato, e per questo continua a declinare: l’occultamento cosciente al pubblico e agli elettori delle cause della corruzione.

Scalfari nella sua predica domenicale riduce tutto a una “strana classe dirigente che, per pigra (sic!) indifferenza, rinuncia a controllare”. Renzi ha urlato che non caccia un ministro o sottosegretario dopo un semplice avviso di garanzia perché “per me un cittadino è innocente finché la sentenza non passa in giudicato”. In queste due affermazioni vi è tutta l’ipocrisia e la correità morale e civile che consente alla corruzione di prosperare e far andare in cancrena la democrazia e l’economia italiana.

Dall’analisi di Scalfari si desume il tentativo di scagionare la classe politica. Infatti, come si può leggere anche nel seguito dell’articolo, tutto il problema viene ricondotto essenzialmente a un cattivo funzionamento della burocrazia e degli organi che dovrebbero controllare. Che a volere una simile burocrazia sia la stessa classe politica che fin qui l’ha determinata a Scalfari non passa neanche per la mente. Che la carriera della stragrande maggioranza della classe politica del nostro paese sia dovuta alla corruzione, che ha mantenuto in piedi partiti, correnti, capi bastone e compagnia cantante, a Scalfari non passa neanche per la mente. Che la corruzione sia non solo tollerata, ma anche incentivata, dai leader nazionali, anche se alcuni di loro non mettono in tasca personalmente nulla, perché altrimenti le loro carriere sfumerebbero, a Scalfari non passa neanche per la mente. E’ tutta colpa della burocrazia … Che dire? Beato lui che la pensa così. Sarà la saggezza che noi non abbiamo ancora la fortuna di possedere.

L’idea berlusconiana espressa da Renzi che un uomo di governo si debba dimettere solo dopo una sentenza passata in giudicato è l’altro modo per dire ai vari responsabili della corruzione “non vi preoccupate che vi difenderò sempre, rubate pure”. Mi immagino che mentre il nostro capo del governo pronunciava quella frase, faceva di nascosto il gesto dell’ombrello per dire “tanto al terzo grado di giudizio non si arriva quasi mai per la prescrizione, o anche se ci si arrivasse il corrotto ha avuto almeno altri dieci anni per rimpinguare il bottino, tié”.

Caro Renzi, è vero che con un avviso di garanzia non si deve far dimettere per forza, però in questi casi un capo di governo che fa? Chiama l’interessato, si fa raccontare tutto, fa leggere da un collaboratore gli atti del processo e poi si assume la responsabilità davanti alla nazione o di cacciare quella persona o di dire: “cari concittadini a mio avviso Tizio non ha fatto nulla di grave e mi assumo la responsabilità di lasciarlo al suo posto”. Così si fa in tutte le organizzazioni. Se le imprese dovessero aspettare il terzo grado di giudizio per licenziare un dipendente infedele sarebbero piene di ladri.

Se si scarica tutto sulla magistratura non si deve poi gridare all’ “invasione di campo”, non si deve accusare  i magistrati di alterare i risultati elettorali, non si deve parlare di “giustizia a orologeria” e altre idiozie in malafede dello stesso tipo. Vale sempre la metafora di Davigo: “se nel vostro condominio vi è un uomo indagato per pedofilia, gli affidereste il vostro figlio o nipotino mentre andate a far la spesa, visto che non vi è stato il terzo grado di giudizio?”.

Ma poi, caro Renzi, perché non lo ha scritto anche nel Jobs Act che il dipendente infedele non può essere licenziato fino al terzo grado di giudizio che faccia passare in giudicato l’accusa di infedeltà? Eh, lì no! Lì basta la parola del datore di lavoro e un accertamento sommario del giudice del lavoro, e non del giudice penale fino al terzo grado. E poi anche se l’accusa fosse infondata, si danno un po’ di soldi e tutto è risolto.

A questo punto siamo costretti a dire: per fortuna che c’è il Papa. Una volta ha parlato della nefandezza della corruzione davanti agli stessi politici, che poi non ha degnato neanche di un saluto alla fine della funzione religiosa. Adesso ha detto che la “corruzione spuzza”, accogliendo la tesi da me sostenuta che contro i corrotti va decretato l’ostracismo sociale. Infatti chi puzza viene tenuto alla larga.