Altro cha tassa su Google: piuttosto un fondo per pagare i giornalisti

Altro cha tassa su Google
Piuttosto un fondo

per pagare i giornalisti
di Ferdinando Baron

Nei giorni scorsi il Parlamento spagnolo ha approvato la ‘tassa Google’, imponendo al colosso di Mountain View di pagare i diritti d’autore agli editori spagnoli per mettere i link agli articoli dei loro giornali sia nel servizio Google Alerts!, sia quando si indicizzano le pagine e si mostrano all’utente. In Italia, invece, è tornata di moda la proposta di infilare il canone Rai nella bolletta dell’energia elettrica.

Entrambi gli strumenti sono sbagliati, ma non dobbiamo scartare del tutto l’ipotesi di una qualche tassazione, ad esempio nella bolletta telefonica, a favore della libertà d’informazione. Il problema, semmai, è a chi dovrebbero andare questi soldi e per fare cosa.

La tassa Google, riporta Bloomberg Views, ha fallito in Belgio e in Germania: gli editori si sono ritrovati a doverne chiedere l’abolizione dopo che Google ha effettivamente rimosso i link (per non pagare la tassa) e sono crollate le visualizzazioni.

Internet è più grande di Google, anche se con Facebook, rappresenta comunque un quasi monopolista. Che fare allora di fronte a due colossi che prendono soldi per la pubblicità e per piazzare in buona posizione annunci e siti, ma non sono e non vogliono essere editori?

L’attuale crisi dei mass media tradizionali deve tenere conto di un dato di fatto: Internet è un mezzo che rischia di segnare la fine di giornali e televisioni, perché per la prima volta dalla nascita dei mass media stessi, si possono organizzare campagne e strategie di marketing senza passare da prodotti editoriali.

L’avvento della televisione non ha danneggiato i giornali nella misura in cui gli spot sono molto diversi dalla pubblicità cartacea. La televisione, inoltre, ha allargato il pubblico che si serve di informazione: molti telespettatori di Tg non hanno abbandonato i quotidiani, semplicemente non li avrebbero mai comprati.

Con Internet, invece, è cambiato tutto e purtroppo non l’hanno capito gli editori, ma dei giovani studenti. Google e Facebook avrebbero potuto essere sviluppati dalle industrie dei media, che invece non hanno colto la portata di Internet. Di conseguenza si è creato un vasto spazio a disposizione del marketing e della pubblicità al di fuori dei media. Calo delle vendite e degli introiti pubblicitari, dunque, sono andati di pari passo, accelerati dalla crisi/ristrutturazione economica.

I grandi gruppi sono rimasti in piedi grazie ai loro soci, che dopo anni di utili messi in tasca propria hanno dovuto chiedere alle banche di aprire il portafogli. Ma ciò non è bastato: hanno venduto sedi e soprattutto tagliato sul personale. L’elemento umano, purtroppo, è molto più flessibile del mercato delle materie prime ed in questo il sindacato è stato l’illustre assente.

Troppo attaccati alla poltrona e al mondo novecentesco, i nostri dirigenti, per accorgersi di quello che accadeva nei giornali e nelle redazioni.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: siti web e giornali online senza giornalisti, con giovani poco o non pagati per copiare notizie; quotidiani con redazioni ridotte all’osso, periodici chiusi, cassa integrazione per i fortunati.

Con in più il fenomeno della pirateria delle notizie: siti che scopiazzano senza citare la fonte, dotati di bravi informatici che sanno rendere molto visibile il sito stesso, facendo “sparire” chi effettivamente ha fatto il lavoro. E i lettori non premiano la buona informazione, né sembrano disposti a pagare, online, per essa. C’è una via di uscita allora?

Sì nella misura in cui si deve credere che informazione e libertà di manifestazione del pensiero sono due diritti complementari ma diversi.

La seconda è universale, garantita a tutti i cittadini dall’articolo 21 della Costituzione. La prima discende dalla seconda con la differenza che si tratta di un servizio pubblico affidato a dei professionisti. Con questo voglio dire che l’informazione va considerata al pari dei trasporti, della sanità, della distribuzione di acqua e gas. Lo Stato non deve fare l’editore, ma esattamente come rimborsa le ditte di trasporto passeggeri per i chilometri percorsi (sotto l’egida dell’Unione Europea), dovrebbe così rimborsare gli editori per il costo della manodopera professionale.

Attraverso un piccolissimo contributo nelle bollette telefoniche (e non elettriche) si potrebbe creare un fondo che dia lo stipendio ai giornalisti e paghi bene i freelance. A condizione, però, che siano gli editori ad anticipare le somme e poi il fondo a fornirle, solo ed esclusivamente per le prestazioni giornalistiche con tanto di certificazione da parte dell’Inpgi dell’effettivo versamento dei contributi.

Il fondo potrebbe essere rivolto agli iscritti all’ordine e ai giovani non iscritti ma con contratto di formazione lavoro vero, con stipendio vero e non farsa e la possibilità di entrare nell’organico redazionale. Le aziende editoriali, dunque, potrebbero mettere a zero il costo del personale giornalistico ed utilizzare i proventi pubblicitari per investire nel prodotto: tornare a mandare gli inviati in giro per il mondo, avere corrispondenti in paesi strategici, finanziare la formazione permanente.

Il fatto che gli stipendi andrebbero anticipati dagli editori permetterebbe di avere un minimo di freno a quei pirati che aprono giornali per qualche mese, specie prima di campagne elettorali e poi chiudono lasciando solo debiti.

Potrebbero accedere al fondo i giornali di partito, ma solo a fronte di una vera diffusione certificata ad esempio dall’Audipress. Per la quota da assegnare a ciascun editore ci si baserebbe esclusivamente sull’organico effettivo: vale a dire giornalisti contrattualizzati e freelance con lettere di incarico.

Nessun riferimento a statistiche o a vendite, dati spesso gonfiati. Un ulteriore vantaggio sarebbe per i lettori: potrebbero continuare a non discriminare tra buona e cattiva informazione, e continuare a non pagare per avere informazione online, ma almeno avrebbero la garanzia che i prodotti editoriali sono fatti da giornalisti tutelati dal fondo, e quindi liberi di scrivere secondo coscienza e non sotto paura di perdere il poco che danno gli editori.

Il fondo potrebbe addirittura essere europeo, perché i fruitori del libero mercato o permettono la concorrenza vera stroncando la pirateria oppure se ne devono stare zitti. E questo naturalmente, lascerebbe libero chiunque di continuare ad aprire blog di informazione gratuitamente.

Ferdinando Baron
Candidato di Senza Bavaglio
nelle liste professionali della Lombardia

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