L’insolenza di Draghi e lo sfottò di Lagarde

La differenza tra la crisi globale attuale e quella del ’29 è che ottantacinque anni fa i liberisti responsabili della crisi furono spazzati via, sia nell’accademia che nell’amministrazione. Roosevelt ebbe carta bianca per ridisegnare il sistema economico e poté avviare il New Deal, che consentì il superamento della crisi e, dopo la guerra, l’avvio di quel periodo che gli storici economici definiscono “età dell’oro”. La crisi attuale vede invece ai posti di comando gli stessi soggetti che, con le idee e/o i comportamenti, l’hanno determinata.

Da un po’ di tempo si assiste a certi comportamenti da parte di questi neo liberisti che risultano indisponenti. Per esempio il presidente della Bce, Mario Draghi, ha lanciato l’anatema contro i governi che non combattono la disoccupazione, indicandoli addirittura agli elettori come oggetto della loro punizione nelle urne. Ma, senza voler da parte mia difendere i governi di questi ultimi quindici anni, ci mancherebbe, caro dottor Draghi, i governi che hanno determinato questa disoccupazione, e che lei adesso stigmatizza, in questi anni non hanno fatto altro che applicare le idee che lei e chi la pensa come lei hanno divulgato come verbo. Che fa adesso, nasconde la mano con cui ha lanciato il sasso?

Ma Draghi ha fatto una dichiarazione ancora più inqualificabile. Ha detto che dal Jobs Act di Renzi non vi è da attendersi altri licenziamenti perché le imprese in Italia hanno già licenziato abbastanza e quindi non ne hanno più voglia. Come dire a una signora che si trova di fronte un violentatore: “Signora non si preoccupi, perché il bruto ha già violentato la sua vicina di casa e quindi per un po’ può stare tranquilla”.

Caro dottor Draghi, i licenziamenti cui lei fa evidentemente riferimento sono quelli collettivi legati a crisi aziendali, i quali sono sempre stati consentiti e non attendevano alcuna nuova legge che li agevolasse ulteriormente. I licenziamenti collettivi in Italia sono già da tanto tempo molto facili da realizzare, il Jobs Act non c’entra niente. Il famoso art. 18 riguarda i licenziamenti individuali, quelli per cui, per esempio, se la segretaria non va a letto con il capo corre il rischio di essere licenziata, con una scusa qualsiasi. Quando avremo la nuova formulazione (perché oggi non si sa nulla, non so come facciano Draghi e altri a commentarla ed approvarla) non si sa ancora se quei licenziamenti potranno essere impediti. Quindi non è tanto questione di quantità, ma di dignità della persona umana. Ma poi, se anche Draghi dice che la modifica dell’art. 18 è ininfluente sui licenziamenti, si può capire perché viene promossa?

Insomma è il solito Draghi, che si occupa di economia reale solo quando c’è da menar le mani ai lavoratori, mentre quando c’è da farlo a carico delle imprese allora “la Bce si occupa solo di moneta e di prezzi”.

La signora Christine Lagarde, direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, ha invece dichiarato che se i disoccupati di tutto il mondo fossero una nazione, sarebbero il quinto paese del pianeta e, chissà!, forse avrà pure versato qualche lacrima. Questa dichiarazione sembra addirittura uno sfottò, perché sembra alludere al marxiano “proletari di tutto il mondo unitevi!”. Nella migliore delle ipotesi si tratterebbe di lacrime di coccodrillo, perché la signora Lagarde appartiene alla stessa scuola di pensiero di Draghi. E lo stesso Fmi, che ora sembra essersi parzialmente rinsavito, nei decenni scorsi è stato il braccio armato del Washington Consensus, cioè del pensiero neoliberista fattosi prassi. Se l’Fmi volesse veramente dare una mano alla soluzione della crisi globale, affronti seriamente e di petto i principale paesi che diffondono la deflazione nel mondo, Cina e Germania, dato che lo statuto dell’organizzazione che dirige gli fornisce anche gli strumenti per farlo.

Questi personaggi che credono di cavarsela con qualche discorso cominciano veramente a dare fastidio, anche sul piano umano.

Giovanni La Torre