Cipolletta scopre la pietra filosofale

Il dottor Cipolletta in un’intervista rilasciata a un giornale on line ha fatto una proposta che ai suoi occhi deve essere apparsa “geniale”, al punto da farla inoltrare al governo tramite l’Assonime, di cui è vice presidente. In sintesi si tratta di aumentare le aliquote Iva attualmente ridotte (quelle su beni e servizi primari) e utilizzare le maggiori entrate per ridurre Irpef e Irap, quindi sarebbe a saldo zero per il bilancio pubblico.

La manovra consentirebbe, a detta dell’ideatore, di migliorare la competitività delle nostre imprese in quanto l’Iva inciderebbe sui prodotti importati; sarebbe una sorta di “svalutazione competitiva” fatta attraverso la manovra fiscale, mentre non graverebbe sui consumatori meno abbienti grazie alla riduzione Irpef sui redditi bassi. Inoltre l’aumento dei prezzi che ne deriverebbe servirebbe a combattere la deflazione.

L’idea che un aumento dell’aliquota Iva determini lo stesso effetto di una svalutazione competitiva è una di quelle panzane che ogni tanto girano per rifilare l’ennesima fregatura ai possessori di redditi bassi, nella fattispecie attraverso l’aumento delle imposte indirette che sono regressive per loro natura (oddio! la proposta può anche essere solo frutto di ignoranza, per carità).

E’ vero che se l’aliquota Iva aumenta, aumenta il prezzo del bene importato, perché questo sconta l’Iva del paese in cui viene venduto, ma questo aumento non fa altro che eguagliare lo stesso aumento che il prodotto ha già subìto nel proprio paese sempre per lo stesso motivo, quindi sul piano concorrenziale non cambia assolutamente nulla. Né cambiano le possibilità di esportazione della produzione italiana in quanto comunque i beni esportati scontano l’Iva del paese importatore.

In realtà quello che ha in mente, ma si guarda bene dal dirlo, chi sostiene questa tesi (non so se sia il caso di Cipolletta o in questo caso si tratti di pura e semplice ignoranza della materia) è che alla fine la cosa funziona solo se l’onere dell’aumento dell’Iva ricade sulle spalle dei consumatori, e dei lavoratori in particolare.

Cipolletta dice che l’aumento del gettito Iva consentirà di diminuire l’Irpef sui redditi bassi e l’Irap per le imprese (e questo andrebbe a vantaggio delle imprese che migliorerebbero la competitività), quindi lui stesso dice che i redditi bassi non verrebbero ricompensati totalmente dell’aumento dei prezzi, perché una parte andrebbe alle imprese. Allora, tutta la manfrina di una svalutazione competitiva fiscale, che non esiste, serve solo a mascherare un passaggio di risorse dai consumatori, specie meno abbienti, alle imprese; manovra che non si ha il coraggio di dire e fare alla luce del sole.

Poi con il tempo ci potrebbe essere anche un attacco vero e proprio alle retribuzioni, perché i datori di lavoro direbbero “vi è stata ridotta l’Irpef, cos’altro volete?” E quindi la fregatura sarebbe totale e allora sì, le imprese acquisirebbero ancora più competitività, ma a spese dei dipendenti.

L’idea poi di combattere in questo modo la deflazione, non so come definirla: puerile? Caro Signor Cipolletta, l’inflazione che si vorrebbe provocare è quella derivante da una pressione della domanda e non dall’aumento sic et simpliciter delle imposte sulla vendita.

Forse effettivamente si potrebbe avere un’inflazione maggiore indotta, perché commercianti e produttori approfitterebbero per adeguare i listini più del dovuto, ma allora: a) aumenterebbero e non diminuirebbero le importazioni, perché risulterebbero più convenienti; b) la riduzione Irpef sarebbe, ancora di più, inferiore al danno complessivo procurato ai consumatori.

Faccio fatica a pensare che idee simili possano venire a un economista. Se fosse vero che con l’aumento dell’Iva si possa aggirare il divieto dei dazi all’interno dell’Ue, la “scoperta” di Cipolletta sarebbe pari a quella della pietra filosofale.