Gli 80 euro e il capitalismo (straccione?) italiano

Nelle polemiche della prima repubblica l’espressione “capitalismo straccione” veniva usata spesso. Mi è tornata in mente dopo aver sentito e letto le critiche che da parte imprenditoriale vengono avanzate contro i famosi 80 euro di Renzi. Quel provvedimento, che è una delle poche cose buone fatte finora da questo governo, soprattutto per la sua valenza sociale, viene criticato perché non avrebbe dato i frutti sperati sul piano macroeconomico e si moltiplicano gli “io l’avevo detto”. Per i neo liberisti poi è stata l’occasione per ribadire che le “ricette keynesiane non funzionano”.

Allora faccio presente che anche “io l’avevo detto” che sul piano macro non avrebbe avuto effetto se fosse stato finanziato con una corrispondente riduzione della spesa pubblica, come è stato. La tecnica keynesiana non si chiama solo “spending”, ma “deficit spending”; se una nuova spesa viene coperta dalla eliminazione di un’altra, il “deficit” resta immutato e quindi l’effetto sulla domanda aggregata è nullo. A meno che la riduzione di spesa (o l’eventuale aumento delle tasse) vada a colpire soggetti con una propensione marginale al consumo inferiore a quella dei beneficiari della nuova spesa, ma questa verifica non l’ha fatta nessuno, che mi risulti.

Va poi detto che i 10 miliardi stanziati nell’operazione rappresentano poco più dell’1% della spesa annuale delle famiglie italiane, quindi chi si aspettava miracoli sin dal primo mese di applicazione (i dati sul Pil sono riferiti a giugno, gli 80 euro sono stati dati a partire da maggio) non sapeva quello che diceva. E comunque nessuno può dire cosa sarebbe accaduto al Pil senza quel provvedimento. Anzi ricordiamo la dichiarazione del governatore Visco il quale disse che gli effetti sul Pil degli 80 euro potevano stimarsi in un + 0,1%.

Poi ci dobbiamo chiedere: quale effetto ha invece avuto il famoso bonus Letta che era destinato alle imprese? Nessuno!

E veniamo alla seconda parte delle critiche: “quei 10 miliardi bisognava darli alle imprese”. E siamo arrivati allo “straccione”. Lo sapete a quanto ammonta il valore aggiunto annuale del settore privato italiano? Ve lo dico io: circa 1.150 miliardi. Allora, quella cifra di 10 miliardi rappresenta appena lo 0,87%.

Signori, i nostri imprenditori si mettono in competizione con i loro dipendenti per accaparrarsi lo 0,87% in più di quello che producono, quando per un lavoratore dipendente quella erogazione può rappresentare a volte il 10% e più di quello che guadagna. E questo dopo tutte quelle statistiche che attestano il livello di povertà anche di chi lavora, non solo dei disoccupati. Devono essere proprio alla canna del gas le imprese e i loro titolari per intraprendere questa lotta (tra l’altro, cosa ne hanno fatto dei profitti degli anni ottanta e novanta?).

Queste baruffe purtroppo ci fanno venire qualche dubbio che questa imprenditoria abbia la testa e la voglia di rischiare con investimenti cospicui nella ricerca e nell’innovazione.