PERCHÉ NO/IL CONTRATTO DEI GIORNALISTI L’INTESA SUI COCOCO IN VENTI DOMANDE E RISPOSTE

1. Cosa cambia con il nuovo contratto di lavoro per i co.co.co.?

La novità principale è che vengono inquadrati anche economicamente. Con due requisiti minimi: quello di “produzione” per il lavoratore (media di 12 articoli al mese o ad es., 40 segnalazioni per il web o le agenzie) con il quale si può accedere al contratto e al minimo economico (250 euro lordi mensili). Poi c’è una definizione delle caratteristiche del co.co.co. (tra l’altro: l’impegno esclusivamente personale e svolto in totale autonomia).

2. Cosa è successo invece fino ad ora?

I minimi li ha stabiliti il mercato, “drogato” dall’ambizione di tanti giovani che ancora subiscono il fascino del mestiere del giornalista e che sono disposti a lavorare anche gratis. Se però un giornalista decideva di rivolgersi al magistrato del lavoro si vedeva spesso riconosciuti pagamenti dignitosi e calibrati sul reale lavoro svolto.

3. Quali sono i vantaggi per i giornalisti co.co.co. nell’accordo Fieg-Fnsi?

Avranno l’assicurazione infortuni, con una spesa a carico degli editori (6 euro al mese) equivalente a quella dei collaboratori dipendenti (articoli 2 e 12 del contratto). C’è poi un discorso aperto per una copertura sanitaria equivalente alla fascia più bassa predisposta dalla Casagit (25 euro al mese). Nelle intenzioni, non nelle promesse, dovrebbe essere metà a carico degli editori e metà a carico dei giornalisti articolo 1 (che si vedrebbero tagliata la seconda tranche del loro aumento contrattuale). Ma se ne parlerà l’anno prossimo, anche se la segreteria Fnsi sostiene che conta di garantire la copertura già nei “prossimi giorni” (vedi il comunicato stampa sull’accordo). C’è poi la possibilità di iscriversi al Fondo di previdenza complementare dei giornalisti. Con grande pubblicità sul fatto che questa iscrizione sarà gratuita. Una presa in giro perché i contributi versati saranno tutti a carico del lavoratore. E parliamo di livelli di retribuzione che rendono illusoria la pensione, figuriamoci la sua integrazione.

4. Cosa viene contestato a questo accordo?

Prima di tutto che vengono stabiliti – con il consenso del sindacato – dei minimi di pagamento che partono da 250 euro lordi al mese, a fronte di un impegno continuato. Minimi che non garantiscono le basi per una vita decente, e che a volte rischiano di non coprire neanche le spese del lavoratore, altro che richiesta di un mutuo o l’acquisto di una macchina. Per arrivare a garantirsi questa cifra minima i collaboratori dei quotidiani (la grande massa dei co.co.co.) dovranno vedersi pubblicati una media di dodici articoli al mese lunghi almeno una ”vecchia” cartella (1.600 battute). Quindi ogni articolo pubblicato potrà essere pagato 20 euro e un’ottantina di centesimi. Lordi.

5. Che cos’è il “moltiplicatore”?

La manipolazione della parole a volte è rivelatrice. Fnsi e Fieg lo chiamano moltiplicatore, in realtà è un riduttore: è un meccanismo per il quale gli articoli, superata la prima fascia di 12 al mese, vengono pagati di meno. La Fnsi ha accettato di discutere questa possibilità anche davanti al sottosegretario Lotti nella Commissione per l’equo compenso, indebolendo di fatto la difesa dei minimi già minimi pattuiti. E quindi, anche se nel testo contrattuale il riduttore non c’è più, si dà per scontato che il lavoro dopo il primo step – quello dei 250 euro lordi – sarà pagato di meno. In questo senso anche la Fnsi ha interpretato il paragrafo “le parti economiche variabili” che, a dire il vero, è scritto talmente male che può significare altro.

6. Quanti sono i giornalisti co.co.co. in Italia?

Sono 9.308 i colleghi con un contrattino co.co.co. di cui circa il 60% (5.430) oltre i 3.000 euro di compenso l’anno. Circa uno su venti (456) guadagna più di trentamila euro l’anno.

7. Come difende l’accordo il segretario generale della Fnsi Franco Siddi?

Sostenendo che per la prima volta viene definito nel contratto che cosa sono i lavoratori autonomi nel giornalismo, che per la prima volta acquisiscono il diritto alla firma, che non potranno più essere pagati 5 euro a pezzo.

8. Queste affermazioni corrispondono al vero?

È vero che è stata introdotta una definizione del lavoratore autonomo. Non è vero il resto. Il diritto alla firma è una formula-slogan che copre una delle vergogne di questo accordo, perché discrimina (anzi, continua a discriminare, perché il testo non è cambiato rispetto al vecchio allegato) il valore della firma del collaboratore rispetto a quella del redattore. Infine: grazie a quest’intesa gli editori-sfruttatori potranno legalmente non pagare gli articoli, basta che questi siano pubblicati sotto le 1.600 battute, come avviene per la quasi totalità dei “pezzi” che escono su molti giornali locali. Oppure basta pubblicare meno di 12 articoli da minimo trenta righe al mese per ogni collaboratore, e continuarlo a pagare sotto i minimi attuali lasciandolo fuori dallo schema co.co.co.

9. Perché gli editori hanno accettato un’intesa sui pagamenti?

Perché temevano che la legge sull’equo compenso avrebbe portato a stabilire tariffe più elevate del mercato attuale.

10. Quali erano gli altri obbiettivi degli editori?

Disinnescare l’articolo 2, quello che riconosce dignità al lavoratore e contributi previdenziali elevati. Disinnescare le cause di lavoro. Chi tra i dirigenti del sindacato sostiene che sono aumentati gli strumenti legali per i giornalisti non sa cosa dice. E si dimentica che anche le “linee” di contratto della Fnsi (vedi documento del novembre 2013) prevedeva di limitare il contenzioso.

11. Non è esagerato, come fa il fronte della protesta, definire questo accordo uno “sfruttamento legalizzato”?

No. Perché se prima gli editori sfruttavano i giornalisti collaboratori mettendosi a rischio di cause che, come è avvenuto in molti casi, vedevano riconosciuti al ricorrente cifre importanti, ora potranno dire: abbiamo applicato le tabelle concordate con il sindacato.

12. Gli articoli richiesti e non pubblicati verranno pagati?

No, se non ci sono patti contrari nel contratto individuale. Ma l’accordo neanche ne prevede la possibilità.

13. È riconosciuto un rimborso delle spese?

No, ma quello che è più grave è che l’intesa stabilisce espressamente che verranno rimborsate solo le spese autorizzate prima che il lavoro venga fatto. Non c’è neanche una dichiarazione in cui si stabilisca che nella contrattazione di secondo livello (quella con i Cdr in azienda) si dovrà affrontare il problema dei rimborsi. È come se a una colf – per parlare di un lavoro retribuito più di questo – si chiedesse di portare da casa sua detersivi e scopettoni.

14. Le tabelle indicano solo i minimi. Quindi gli editori potranno pagare meglio i co.co.co.?

Certo, anche se la Fnsi non ha provato a mettere neanche una “clausola di salvaguardia” che impedisca gli editori di abbassare i compensi fino a scendere a questi minimi concordati. Il sindacato dei giornalisti del Veneto, favorevole a quest’accordo anche se in modo problematico, sostiene in un documento che ora toccherà ad Associazioni e Cdr vigilare sulle aziende che potrebbero voler applicare queste tariffe anche ai co.co.co. più strutturati. È una delle tante fotografie della crisi del sindacato: un tempo si chiedeva ai Cdr di far rispettare il contratto di lavoro, ora si pretende che lo migliorino.

15. Perché la firma del collaboratore è discriminata?

Secondo l’accordo firmato dal sindacato si potranno modificare i pezzi firmati per i «fini» del giornale, basta che si sostenga che si tratta di modifiche di forma. Ma chi lo stabilisce che non sono modifiche di sostanza? Il redattore invece deve essere informato di ogni modifica effettuata sul suo pezzo. La sua firma, e il suo nome, restano tutelati; quella del collaboratore no. Quali sono poi i «fini» del giornale? Le campagne di stampa contro un avversario politico? Gli interessi economici dell’editore?

16. È vero che i co.co.co. passeranno dall’Inpgi 2 all’Inpgi 1?

C’è solo una dichiarazione d’intenti da parte di Fieg e Fnsi, nulla di più. La decisione la dovrà prendere il Cda dell’Inpgi e bisognerà sentire il ministero vigilante. E non è una decisione scontata. Ma anche questo tema non è nuovo: già nel 2009 Fnsi e Fieg si impegnarono a “prevedere la definizione di specifici ammortizzatori sociali a beneficio dei giornalisti titolari di rapporto di lavoro autonomo”.

17. Quale vantaggio comporterebbe il passaggio dall’Inpgi 2 all’Inpgi 1?

Ovviamente non i mutui: che mutuo si può concedere con queste retribuzioni? Non certo quello per la casa, al massimo quello per la cuccia del cane. Il vantaggio vero sono semmai gli ammortizzatori sociali.

18. Quindi potrebbe esserci la cassa integrazione per i co.co.co.?

No, perché non sono lavoratori dipendenti. Si potrebbero studiare degli ammortizzatori sociali ad hoc, naturalmente microdimensionati al livello retributivo dei co.co.co., come l’indennità garantita di disoccupazione. Ma solo l’Inpgi potrà decidere.

19. Perché il sindacato ha fallito?

Perché, nonostante avesse cominciato bene il suo lavoro nel confronto con la Fieg, ha accantonato le tante buone proposte fatte dalla base e ha finito per piegarsi alle richieste della controparte. Arrivando a peggiorare perfino la richiesta di partenza degli editori, abbassandola dai 27 euro per un articolo pubblicato sul nazionale a 20,80. La tracciabilità del lavoro fatto dal giornalista è presente perfino nella piattaforma Fieg del 13 gennaio scorso sull’equo compenso: nell’intesa contrattuale si riduce a una dichiarazione su quanti (non quali) articoli vengono pagati. La Fnsi ha accettato di ragionare su una riduzione dei compensi quando gli articoli pubblicati superano la soglia minima. Quest’intesa dimostra, a mio parere, così come le giustificazioni a posteriori di alcuni dirigenti che lo hanno firmato, che il sindacato non ha messo carne e sangue nella trattativa, ma solo slogan e estraneità. E anche incoerenza: appena nel gennaio scorso Fnsi e Ordine si erano detti d’accordo su tabelle per l’equo compenso che prevedevano 30 euro per una notizia (una breve) e 100 euro per un articolo su quotidiano a diffusione nazionale, che scendevano a rispettivamente a 20 e 60 euro per i giornali a diffusione regionale.

20. Perché pagare poco o niente i giornalisti è un danno alla libertà dell’informazione?

Perché la passione del mestiere e il piacere di raccontare le cose non danno da mangiare. E i giornalisti bravi saranno costretti a lasciare il passo – come già sta avvenendo – a vanitosi, improvvisati, corrotti. Mentre scrivo queste righe mi telefona un collega per dirmi che ha appena proposto un servizio a un quotidiano nazionale. Gli hanno offerto zero euro, ma la visibilità del nome. Il nuovo contratto è entrato in scena: “Mai più cinque euro”. Appunto.

di Fabio Morabito (Giunta Fnsi)