Il commento a Bobbio l’ha scritto Renzi o Crozza?

Sono alquanto meravigliato che il commento scritto da Matteo Renzi per la ristampa di “Destra e Sinistra” di Norberto Bobbio non abbia ricevuto adeguata eco sui media e, a sua volta, adeguati commenti. L’argomento era così generale che poteva costituire l’occasione di una discussione sullo spessore culturale di lungo periodo del “renzismo”. Ebbene, dopo averlo letto mi è venuto il dubbio che a scriverlo non sia stato il Renzi vero, ma quello imitato da Crozza, tanto è pieno di parole che non dicono niente o, peggio, di parole e concetti che a osservarli bene guardano più a destra che a sinistra. Insomma, al di là delle predette parole, si ha l’impressione che Renzi di fatto dia ragione a coloro che dicono che oggi non c’è più differenza tra destra e sinistra. E qui non possiamo fare a meno di ricordare quanto ebbe a dire una volta Giorgio Ruffolo: “se vuoi sapere se uno è di destra devi sentirlo dire che non c’è più differenza tra destra e sinistra”.

All’inizio sembra voler concordare con Bobbio, per il quale la differenza tra le due posizioni politiche sta nel fatto che la sinistra tende verso l’uguaglianza, anche se l’obiettivo finale non è raggiungibile in maniera perfetta e definitiva, ma solo avvicinato asintoticamente si potrebbe dire (“non come l’utopia di una società in cui tutti gli individui siano uguali in tutto, ma come tendenza a rendere più eguali i diseguali”, scrive Bobbio). Ma un po’ alla volta Renzi di fatto smonta questo concetto e cerca di sostituire destra/sinistra con altre diadi: conservazione/innovazione, aperto/chiuso, avanti/dietro, nelle quali la posizione giusta è quella che sta con “innovazione”, “aperto”, “avanti”. E questo per tener conto dei “tempi nuovi”. Parole vuote di contenuto (o peggio) fino a quando non si precisa verso cosa e a favore di chi debbano andare quei sostantivi e aggettivi. Non manca la tesi sempre più banale, tipica della destra, per la quale oggi quella distinzione non avrebbe senso perché non ci sono più i “blocchi sociali” di una volta, e quindi non vanno più bene le categorie interpretative del Novecento, che sarebbero “vecchie” (stranamente i sedicenti “moderni” che sostengono questa tesi di norma invocano teorie e prassi dell’Ottocento: misteri del XXI secolo) con tanto di luoghi comuni su “la spinta delle nuove tecnologie, dei social network”, o con l’accusa ai “progressisti” di non tener conto di categorie come “merito” e “ambizione”. Ripetiamo: si tratta di parole vuote fino a quando non dicono in concreto cosa vogliano dire in termini sociali e politici. Per esempio a proposito dei blocchi (o “classi”) sociali che non ci sono più, ci chiediamo: non è per caso che è cambiato solo l’aspetto lessicale della questione, grazie alla diffusione dei media di proprietà di certe persone? Nel Novecento tutti i precari e coloro che oggi lavorano nei call center, o nei fast food, forse sarebbero stati chiamati “sottoproletari”, perché sprovvisti delle tutele elementari  dei “proletari”, oggi invece forse li chiamiamo “lavoratori del terziario a tempo determinato” o qualcosa di simile, ma si tratta solo di variazioni lessicali, appunto. Anche i non precari, tra l’altro, non è che se la passino poi tanto meglio. La disuguaglianza è cresciuta negli ultimi trenta anni in maniera spaventosa a danno di precari  e non precari e, a parere di chi scrive, è la causa prima della crisi. La frase “molte famiglie non arrivano alla quarta settimana del mese” viene ripetuta in Italia da almeno dieci anni. Cosa dice Renzi di concreto su questo? Finché la “sinistra” alla Renzi non ci dice a favore di chi sarà l’ “innovazione”, l’ “apertura”, l’ “andare avanti”, finché non ci dirà come risollevare le sorti di quei precari, non capiremo mai il suo vero contenuto programmatico. A meno che, come di fatto si ha il sospetto che voglia sottintendere, non si voglia dare la colpa ai sindacati e alla sinistra tradizionale, ivi compresa quella liberlsocialista alla Bobbio, i quali, secondo certa tesi cara alla destra, proteggerebbero solo gli “altri” non precari, accusa che in realtà nasconderebbe molto probabilmente l’intenzione di togliere le tutele a quegli “altri” senza aggiungere nulla ai “precari”. Finché Renzi non dirà nulla su tutto questo, il suo dissertare di destra e sinistra apparirà solo l’ennesimo sketch di Crozza. Finché non dirà che la categoria del “merito” è stata calpestata soprattutto dalla destra (vedi i vari “figli di …” e “amici di …” collocati in posti di responsabilità ben remunerati, fino a quelli di governo) avremo sempre il sospetto che tutto il cianciare di Renzi tenda solo a dissimulare lo spostamento a destra della politica italiana.

Speriamo di sbagliarci, e che quel commento sia stato scritto proprio da Crozza.

27/2/14