Banca d’Italia, un’altra storia “italiana”

glatorreL’Italia ogni tanto si dà da fare per ricordare al mondo di essere il paese di Pulcinella, o il paese delle “tre carte”, con riferimento a quel gioco di abili truffatori che ti fanno credere di aver indovinato la posizione di una carta e invece essa è in un altro posto. La vicenda Banca d’Italia è esemplare in questo senso. Tutto è stato fatto al solo scopo di dare un miliardino alle casse dello stato, cercare di far fesse le autorità europee che dovranno verificare la patrimonialità delle banche italiane, e dare qualche dividendo in più in futuro alle banche azioniste. La partecipazione al capitale della Banca d’Italia da parte delle banche, risale al momento della costituzione della stessa banca, quando non era ancora ente di diritto pubblico, come lo è oggi, e quando non aveva ancora il monopolio della monetazione.

Ma diciamo subito che il loro permanere come azionisti ancora oggi ha una sua giustificazione. Infatti la Banca d’Italia è una di quelle istituzioni per le quali deve essere salvaguardata l’autonomia, in cui insomma si deve realizzare un equilibrio di poteri tale che hanno in tanti voce in capitolo ma nessuno deve comandare dall’esterno. Per esempio nello statuto della Bit (art. 6, c. 2) è scritto: “L’assemblea [degli azionisti] non ha alcuna ingerenza nelle materie relative all’esercizio delle funzioni pubbliche attribuite …”, quindi la proprietà in capo alle banche non conferisce alcun potere sulla politica monetaria (che oltre tutto ora compete alla Bce) e sulla vigilanza bancaria.

Uno potrebbe dire “ma l’assemblea nomina il Consiglio Superiore”, ma anche per questo organo lo statuto prescrive (art. 19) che non abbia ingerenza nell’attività pubblica della Bit, può occuparsi solo della gestione interna alla banca. Gli organi che hanno il potere effettivo sulle materie di interesse pubblico sono il Governatore e il Direttorio (governatore + DG + 3VDG). Il Governatore, a sua volta, viene nominato dal Presidente della Repubblica, massima carica istituzionale (non politica) e massima magistratura dello stato, sia pure su proposta del Governo, sentito il parere del Consiglio Superiore.

L’ingerenza delle banche azioniste, tramite il Consiglio Superiore, nell’attività pubblica della Bit si limita al parere (non vincolante) sulla nomina del Governatore e alla nomina del DG e dei VDG. Queste ultime nomine però avvengono su “proposta del Governatore”. Insomma si è cercato di realizzare un equilibrio di poteri dove tutti si esprimono ma nessuno comanda, salvo forse il Presidente della Repubblica con la nomina del Governatore.

Il Governatore e il Direttorio hanno carta bianca sulle attività di tipo pubblicistico. Potremmo chiederci: è giusto che la banca centrale goda di una simile autonomia dal governo? A parere di chi scrive sì, perché la gestione della moneta e la vigilanza bancaria devono essere lasciate fuori dalla lotta politica: ci pensate se l’allegra coppia Berlusconi – Tremonti avesse avuto la possibilità di stampare moneta? Mi viene un brivido alla schiena solo a pensarci. Tra l’altro oggi la questione di fondo sul ruolo è diventata, in Italia, in buona parte oziosa, almeno per quanto riguarda la politica monetaria, dato che compete alla Bce, quindi se mai la discussione va portata in Europa, anche se comunque il governatore siede nel consiglio della Bce.

Essendo questo il quadro complessivo, la presenza delle banche nel capitale della Bit direi che ha solo una funzione simbolica, di equilibrio dei poteri e quindi, a parere di chi scrive, dovrebbe avere un valore economico altrettanto simbolico, per esempio di un euro, altro che miliardi. Invece non solo detta partecipazione è stata rivaluta per legge, ma finora sono stati anche corrisposti, e se ne prevedono di maggiori in futuro, dividendi. Dividendi che derivano in ultima analisi dall’attività di “signoraggio” (presente e passata) della banca centrale, cioè dal suo essere monopolista nella stampa di moneta, e che non hanno alcuna giustificazione realmente economica: la loro distribuzione è pura e semplice stampa di moneta. Cosa c’entrino in tutto questo le banche lo sanno solo i nostri governanti. C’è poi la questione dell’oro. Veramente Letta e C. credono che l’oro posseduto dalla Bit sia di proprietà dei suoi azionisti? Che i banchieri possono disporne? Devono essersi bevuti il cervello per pensarlo. Mi viene in mente quanto ebbe a dire Trichet, allora presidente Bce, al fantasioso Tremonti, il quale aveva chiesto alla Bit di rivalutare l’oro in modo da poter tassare la plusvalenza: “siete sicuri che l’oro appartenga alla Banca d’Italia, e non al popolo italiano?”. Che vergogna! Ce lo doveva ricordare uno straniero!!! Quell’oro è il frutto dell’intraprendenza dell’imprenditoria italiana e del sudore dei lavoratori italiani che negli anni ’50 e ’60 hanno lavorato con bassi salari per incrementare le nostre esportazioni, e consolidare l’indipendenza della giovane Repubblica Italiana, nessun privato può mettere le mani sopra.

Nel bilancio della Bit l’oro incide per circa 20 mld sul patrimonio netto (99 mld di valore, meno la posta rettificativa di propria pertinenza dei “conti di rivalutazione” posti al passivo pari a 79 mld), pertanto senza di esso il patrimonio netto contabile sarebbe di poco superiore a 5 mld, cioè i due terzi di quanto attribuito alle banche azioniste (dati tratti dal bil. 2012, ultimo approvato). E allora? Si sono ripartiti anche una parte dell’oro? Ma siamo matti? Tutto questo vergognoso giochetto è stato fatto: a) per consentire alle banche di rivalutare in bilancio la loro partecipazione e migliorare così il ratio mezzi propri/attivo; 2) tassare la plusvalenza in capo alle banche per rimediare un miliardino di imposte; 3) autorizzare in futuro un versamento più corposo di dividendi dalla Bit alle banche azioniste.

Dov’è Draghi, il quale andò negli Usa a dire che “il modello sociale europeo è morto” mentre ora ritiene vivo e vegeto il sistema italiano del “gioco delle tre carte”? Perché non impara dal suo predecessore Trichet? Dov’è Monti che faceva il “rigoroso” solo quando c’era da menar le mani ai lavoratori e pensionati? Dove sono Visco (Ignazio) e Saccomanni che hanno sempre dato lezioni sull’autonomia della Bit e ora consentono che se ne faccia mercimonio? Dov’è Renzi, il quale se cercava un “coup de theatre” questo era quello giusto, anche per togliere un argomento forte a Grillo? E dov’è, ci permettiamo di chiedere, il Presidente della Repubblica, il quale deve essere sempre il garante ultimo dell’autonomia e del prestigio di tutte le autorità politicamente neutre? Possibile che al Quirinale non abbia un economista che lo abbia messo in guardia, visto che finora non ho letto di nessun economista serio che abbia benedetto l’operazione? E invece sembra che si siano messi tutti d’accordo a lasciare la questione solo in mano a Grillo. Vedete, cari amici, sono queste le cose che all’estero non capiscono dell’Italia. Questi giochetti che divertono tanto gli stranieri quando li vedono nei film di Alberto Sordi, ma che li lasciano interdetti quando vedono che essi fanno parte del costume addirittura istituzionale del nostro paese … Tanto poi diamo la colpa alla Germania.

Cordialmente. Alla prossima.

Giovanni La Torre