MESSAGGERO/ La crisi, i precari e le colpe del sindacato

ll Messaggero è in una gravissima crisi. L’editore ha chiesto il prepensionamento di 26 colleghi, che si aggiungono a quelli allontanati dalla redazione lo scorso anno durante l’ultimo stato di crisi.

Il declino della gloriosa testata capitolina comincia diversi anni fa. Si fa acuta nel 2009, quando, in occasione dello stato di crisi, il Cdr “duro” viene di fatto sfiduciato dalla redazione. Subentra un Cdr più accomodante, che firma un accordo in cui l’azienda dichiara, e il Cdr ne prende atto, che avrebbe considerato esuberi e messo immediatamente in cassa integrazione i giornalisti collaboratori che avessero vinto una causa e il giudice avesse ordinato l’assunzione come redattori del giornale a pieno titolo. *)

Quell’accordo fu oscenamente controfirmato dall’Associazione Stampa Romana (il segretario Paolo Butturini), dall’Assostampa Umbra e dalla Fnsi, cui abbiamo sempre rimproverato questo cedimento. Dopo tante contestazioni, se non altro Gigi Ronsisvalle, che controfirmò nel 2009 per il sindacato nazionale, ha ammesso onestamente che è stato un errore e ha promesso che non avrebbe mai più firmato una cosa del genere.

Questa volta però ha fatto peggio: nel nuovo accordo raggiunto in questi giorni, non c’è la clausola affonda-collaboratori-che-fanno-causa , ma si prevede la cassa integrazione per 24 mesi per 5 collaboratori che hanno il contratto articolo 2 a tempo indeterminato. Due anni in cassa integrazione, una bella botta per loro e anche per l’Inpgi.

Siccome non c’è scritto testualmente la parola “licenziamento”, la FNSI ha firmato. Nonostante il direttore generale del Messaggero abbia spiegato, se non altro onestamente, che fine l’azienda intende far fare a questi colleghi: dopo due anni di cassa integrazione, licenziarli. Ma non è finito: quest’ultimo accordo precarizza il lavoro, perché sull’organico a regime di 137 giornalisti articolo 1, la proprietà ha detto ha detto chiaramente che intende anche i contratti a tempo determinato (ex articolo 3 del contratto), e che non voleva specificare “a tempo indeterminato”.

Morale: i più deboli sono abbandonati da tutti. L’unico membro del CdR a difenderli fino alla fine è stato Fabio Morabito, ma ha solo potuto condividere la loro solitudine e non ha firmato l’accordo.

Racconta un collega del Messaggero: “Fabio ha lasciato la riunione finale consegnando un biglietto destinato agli altri membri del CdR. Non so cosa ci fosse scritto. E’ andato via senza stringere la mano a nessuno”.

G. A.

*) L’accordo del 2009 era su 38 esuberi dopo una richiesta iniziale di 48, ma siccome molti colleghi lasciarono il giornale con il famigerato articolo 33 del contratto (quello che dice che l’azienda può far cessare il rapporto di lavoro, in caso di determinati requisiti: 35 anni di contributi e 59 anni nel 2009, 60 nel 2010 e così via), alla fine le uscite furono 54, più 5 che erano già usciti dall’inizio della richiesta dello stato di crisi alla firma del ministero del Lavoro. Riepilogando: richiesta iniziale 48, uscite effettive 54 più 5, uguale 59. Undici uscite in più rispetto alla richiesta dell’azienda.

 

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