L’Ordine, le riforme volute da Monti e le idee di Senza Bavaglio

Con l’avvento del governo Monti torna di attualità il pacchetto di riforme sulle liberalizzazioni. Così, a cinque anni di distanza, era il 2006, torna di attualità anche il manifesto elaborato da Senza Bavaglio.

ORDINE/Senza Bavaglio va alle elezioni. Fare pulizia ora per sostituire il vecchio baraccone con un’Authority che difenda il giornalismo e non i giornalisti.

Luigi Einaiudi il 12 novembre 1945 scriveva contro l’istituzione dell’Ordine: “Giornalisti sono tutti coloro che hanno qualcosa da dire o si sentono di esprimere la stessa idea che gli altri dicono o presentano male. L’albo è un comico non senso. Non esiste un albo di poeti e non può esistere un albo di giornalisti”. Quel giornalista, che sarebbe poi diventato presidente della Repubblica, si domandava in sostanza se fosse giusto che, per esercitare un mestiere essenziale per il corretto sviluppo democratico e sociale, occorresse superare un esame e essere sottoposto al controllo di un organismo. La legge varata nel 1963 riprende, con poche varianti, la bozza pensata da Mussolini nel 1925.

All’estero – è stato detto fino alla nausea – non esiste l’Ordine e spesso neppure il valore legale del titolo di studio. Da noi per fare il giornalista si vogliono rafforzare i controlli. Tutti laureati dunque, come se una laurea garantisse a priori una serie di qualità che ritengo essenziali per un giornalista e che un diploma universitario non sarà mai in grado di dare: dalla curiosità, all’essere espansivo per mettere a proprio agio le fonti che ti devono dare le notizie, al saper costruire con intelligenza una agenda telefonica, ad avere la faccia tosta necessaria a costringere i familiari di un morto ammazzato un’ora prima a consegnare la sua fotografia, a tener a bada un direttore che ti chiede di violare la deontologia professionale, al saper montare un telefono satellitare o un apparecchio per connettersi a internet  quando non hai a disposizione nessuna rete fissa o cellulare.

C’è chi difende l’Ordine e l’obbligo della laurea con una passione e una partecipazione entusiastica cui sinceramente diamo atto. Tra l’altro costoro assicurano che l’Ordine e la laurea servono ad impedire che gli editori assumano chi vogliono. Beh, questa affermazione è palesemente sciocca. L’Ordine – nato tra l’altro, secondo i suoi sostenitori, per limitare lo strapotere degli editori – esiste dal 1963 e finora non ha limitato né  impedito un bel niente e l’introduzione della laurea, come ha ben spiegato Ivo Caizzi in un suo intervento sul Corriere della Sera, ripreso sull’e-group di Senza Bavaglio (messaggio numero 3157 http://it.groups.yahoo.com/group/senzabavaglio/message/3157), non toglie agli editori il diritto di scegliersi i suoi giornalisti. Al massimo gli restringe il bacino di nomi tra cui pescare. Non è certo una laurea che ferma le assunzioni raccomandate e indirizzate.

L’obbligo della laurea serve come alibi a chi sostiene in questo modo di aver risolto i problemi dell’accesso alla professione che invece passa per altre riforme, prima di tutto quella del Paese che deve imparare a scegliere non gli amici, i raccomandati o i fedeli, ma i bravi, i preparati, i volenterosi e gli entusiasti.

Una curiosità. Per i concorsi delle Nazioni Unite, dove è richiesta la laurea, il diploma preso al prestigioso MIT ha lo stesso valore di quello conseguito all’università di Nairobi. Forse, ma occorre controllare, hanno ugual efficacia e anche quelli sanmarinesi di Stefano Ricucci e di Anna Falchi.

DIMISSIONI A CATENA

In un intervento di qualche mese fa su questi e-group, Alessandra Fava ricordava come all’estero i colleghi siano molto più preparati di noi e che sono tutti laureati e con un master in giornalismo. Ha ragione, ma negli altri Paesi per esercitare il mestiere di giornalista non si richiede nessuna laurea, anche se poi i corrispondenti dall’estero, quasi tutti ce l’hanno. Non i corrispondenti di provincia, né i fotografi o i cameraman, né i redattori della miriade di piccoli giornali della campagna americana. In Francia, Austria, Germania e in parte la Spagna la situazione è più o meno come la nostra dal punto di vista dell’accesso alla professione: nepotismo e raccomandazioni, anche politiche.

Diverso il caso dei giornali britannici e americani. Ma attenzione: la meritocrazia vale per quei giornalisti che lavorano nei grandi media. Per il resto la stampa della provincia è una desolazione, prona ai poteri locali. Il Secolo XIX di Genova o il Gazzettino di Venezia non hanno niente da imparare dal Philadelphia Enquirer o dal San Francisco Chronicle. Nei Paesi anglosassoni giornali piccolissimi, spesso fatti da giornalisti senza laurea, sono invece vivacissimi.

Purtroppo anche nei grandi media americani si sta verificando un’inversione di tendenza. Al grido di: “più sei telegenica/o e più vai in video”, la Cnn sta perdendo la sua credibilità. Quindi guardiamo in faccia anche gli altri: i mali di cui soffre il giornalismo non sono solo italiani.

Dalla CNN, come ha spiegato al convegno di Senza Bavaglio il nostro amico Robert Wiener, mitico ex senior producer dell’emittente di Atlanta, si sono dimessi parecchi colleghi che non hanno voluto piegarsi ai diktat della direzione: uno per tutti, Mike Hanna, sudafricano corrispondente da Gerusalemme. Vedeva censurati i suoi servizi. E’ passato ad Al Jazeera International, che da poco ha cominciato a trasmettere in inglese. Qualche anno fa il corrispondente del Times di Londra, Sam Kiley, si è dimesso da corrispondente da Gerusalemme per lo stesso motivo. E alcune settimane fa stessa decisione è stata presa da due producer della Fox Tv, Serene Sabbagh e Jomana Karadsheh. Nella loro lettera di dimissioni hanno scritto: “Non possiamo più lavorare per una organizzazione che sostiene di essere libera e equilibrata, mentre è assai lontana da questa impostazione” (“We can no longer work with a news organization that claims to be fair and balanced when you are so far from that”).

Al convegno di Senza Bavaglio era stata invitata un’altra giornalista dalla CNN. All’ultimo momento non è venuta temendo ritorsioni dalla sua direzione: “Noi dobbiamo sempre chiedere il permesso prima di partecipare a convegni, conferenze e dibattiti – ha spiegato -. E siccome ci sarebbe stata Giuliana Sgrena e Eason Jordan (l’ex direttore della news della CNN, silurato pochi mesi prima, ndr), questo permesso non me l’avrebbero dato”. In Italia, per fortuna, controlli di questo genere finora non ci pare che esistano.

UNA CONDIZIONE PIU’ CHE UNA PROFESSIONE

Il tanto sbandierato prestigio della stampa americana si basa fondamentalmente su tre quotidiani New York Times, Washington Post e Los Angeles Times. In Gran Bretagna l’Independent rischia di chiudere ma c’è sempre il pilastro della BBC, costretta comunque, è bene ricordarlo, a chiedere scusa a Blair sulle armi di distruzione di massa. Scuse imposte, poiché non c’era nulla di cui scusarsi. Poi c’è l’Economist, in pratica l’unico newsmagazine del Paese, dove gli articoli non sono firmati. Un settimanale assai autorevole proprio per questo. Pensate che in un’Italia piena di primedonne possa trovare spazio un giornale così, senza firme? Noi, in tutta onestà, crediamo proprio di no.

Nel mondo anglosassone il giornalismo viene considerato più una condizione professionale che una professione. Una condizione da cui si esce e si entra, senza nessun controllo e senza lacci o laccioli e, soprattutto, senza l’obbligo di nessun titolo, né di alcun esame, se non quello di un direttore e di un editore che ti assumono – a tempo pieno o come freelance a progetto – e ti fanno lavorare. E’ un “titolo”, però, che si perde quando si smette di esercitare il mestiere di giornalista. E’ un titolo che non ti dà privilegi o prebende. Naturalmente la condizione professionale viene persa ancor di più da colui che passa dal giornalismo alla politica. Un signore che dicesse “io sono deputato e faccio il giornalista” verrebbe preso a calci nel sedere. Per altro un deputato che non viene più eletto perde la sua condizione di deputato, mentre nel nostro Paese continua a essere chiamato onorevole, a dispetto di una mansione ormai svanita..

CITIZEN JOURNALIST

Nel giornalismo si va diffondendo sempre di più la figura del Citizen Journalist,  cioè il cittadino che diventa reporter. Per esempio le immagini riprese con i telefonini dai passeggeri che viaggiavano sulla metropolitana di Londra il 7 luglio 2005, giorno degli attentati, hanno fatto il giro del mondo. Chissà quanto sono state pagate! La BBC, e ora anche SKY in Italia, lancia in continuazione appelli ai suoi spettatori, ascoltatori e lettori: “Mandate le vostre testimonianze, i vostri video e le vostre foto”! Certo il giornalista in redazione vaglia, giudica e decide cosa è pubblicabile. Ma il ruolo di testimone dei fatti, tanto caro ai sostenitori del nostro Ordine, si va espandendo a macchia d’olio. Ora vediamo immagini e fruiamo di testimonianze eccezionali, non solo grazie a quelli che lavorano come giornalisti ma anche grazie a giornalisti improvvisati.

Il mondo del web poi è pieno di notizie messe in rete da gente che giornalista non è. Bisogna impedire questa proliferazione? Qualcuno potrebbe sostenere che sì, occorre bloccare la diffusione di notizie false e tendenziose. Ebbene a costoro rispondo che, con questo criterio, andrebbero chiuse decine di testate, gestite da giornalisti (tali solo perché iscritti all’Ordine) che ogni giorno ci forniscono, per iscritto o attraverso radio e teleschermi, notizie false e tendenziose.

Già, perché uno dei problemi è proprio questo. L’Ordine dovrebbe garantire un’informazione decente, invece non garantisce un bel niente. Anzi costituisce semplicemente un alibi. “Noi italiani siamo più bravi perché abbiamo un Ordine che vigila”. Ma cosa vigila quando permette che un vicepresidente del Consiglio possa fregiarsi del titolo di giornalista? La politica e il giornalismo sono e devono essere incompatibili. E’ un principio deontologico banale, eppure sembra che nessuno nel nostro Ordine ce l’abbia in testa. Pino Nicotri, qualche tempo fa, ha ben spiegato come, oltretutto, i politici/giornalisti gravino in maniera esagerata sull’INPGI, il nostro sistema previdenziale. Ma questo è un altro capitolo.

UN LACCIO IN PIU’: LA LAUREA

La questione focale, dunque, non è la laurea ma l’Ordine. In un Paese democratico nessuno deve avere il diritto di decidere chi può fare il giornalista e chi no.

E poi. Non è un po’ strano che l’Ordine della Lombardia in poco meno di 50 anni di esistenza abbia avuto solo due (ripetiamo due) presidenti, Carlo De Martino e Franco Abruzzo?

In realtà non è facile abolire l’Ordine perché al nostro “ente supremo” sono legati a cascata l’INPGI, la Casagit e perfino il Fondo Complementare. Dunque contestualmente all’abolizione di questo istituto vecchio e anacronistico (dove gli esami si fanno con la macchina da scrivere e molti degli esaminatori non sanno mandare neppure una mail!) occorre riformare profondamente anche gli altri enti di categoria, tenendo conto delle differenti condizioni che si verrebbero a creare con l’abolizione dell’Ordine.

Teniamo presente che chi smette di esercitare il mestiere, non deve essere più ritenuto giornalista ma ex giornalista. Il giornalismo, nel mondo moderno, lo ripetiamo, deve essere considerato una condizione non una professione. Potete immaginare cosa comporta una rivoluzione copernicana come questa in termini di voti, posti di potere, prebende e cattedre? E cosa succederebbe a quanti  si fregiano di questo titolo e non hanno mai scritto una riga, fatto un titolo, passato un pezzo (ahimè, penso in particolare alla Rai) e costretti a rinunciare a uno status symbol (sic!) ancora prestigioso?

EQUIVOCI MAI CHIARITI

L’Ordine vive un equivoco che si può chiarire solo con la sua abolizione, a dispetto di chi vuol impedire a chiunque di pubblicare un giornale e di scrivere articoli. Baldoni era un pubblicitario ma quando viene ucciso diventa giornalista. Se non fosse morto tutti l’avrebbero snobbato. Da morto il titolo di giornalista lo nobilita, da vivo l’Ordine avrebbe potuto perseguirlo per esercizio abusivo della professione. E’ paradossale. E Raffaele Ciriello o Miran Hrovatin? In Italia giornalisti post mortem. All’estero giornalisti a pieno titolo! Che vergogna per i baroni dell’Ordine.

Sui giornali italiani – e chi si occupa di estero lo sa – si possono leggere parecchi articoli copiati, tradotti pari pari da giornali stranieri. La cosa non mi scandalizzerebbe se si citasse la fonte e si pagassero le royalties. Ma poiché parecchi colleghi mettono la loro firma e si impadroniscono del lavoro degli altri accaparrandosene i meriti  – e prendendo, tra l’altro  in giro i lettori – la cosa mi secca un po’. Che razza di giornalismo è mai questo? E l’Ordine che fa? Vigila, richiama, espelle?

SCUOLE E ORDINE: UNA COMMISTIONE DANNOSA

Il tipo di normative che abbiano in Italia affida all’Ordine anche la gestione dell’accesso alla professione. I risultati disastrosi sono sotto gli occhi di tutti. Nelle scuole di giornalismo ci sono evidenti commistioni tra consiglieri degli ordini che fanno gli insegnanti nelle scuole che loro stessi hanno contribuito a riconoscere. Un vero e proprio scandalo che non riguarda i singoli, bensì l’istituzione stessa. Senza Bavaglio ha chiesto ripetutamente i nomi dei Consiglieri degli Ordini che sono anche insegnanti nelle scuole di giornalismo. Ovviamente non c’è stata alcuna risposta.

I danni provocati dall’Ordine, quindi, sono nettamente superiori ai meriti per i quali l’Ordine stesso è stato creato.

NON ORDINE MA AUTHORITY

Senza Bavaglio chiede che l’Ordine debba essere sostituito da una Authority, assolutamente indipendente e che non ricordi neppure lontanamente l’Ordine attuale e tanto meno ne rivendichi una parentela. Come ha scritto Renato Ferraro occorre un’Authority (un ente lo chiama) “preposta alla difesa del giornalismo professionale e alla difesa dei lettori e dei cittadini, un ente distinto dal sindacato, che invece si deve occupare della difesa dei giornalisti (difesa dei giornalisti e difesa del giornalismo e del pubblico sono cose diverse e talora in contrasto)”.

Un organismo di questo tipo potrebbe riportare un po’ d’ordine e di etica a questa professione. A due condizioni: che non sia gestito da giornalisti e che non sia un altro carrozzone burocratico, centro di potere con una forte influenza sul sindacato.

L’abolizione resta comunque un punto necessario, contestualmente, quindi, alla istituzione di un’Authority. Cane non mangia cane. La tutela della deontologia, della correttezza e dell’onestà di un giornalista non può essere affidata ad altri giornalisti. Solo le corporazioni si difendono così. Chi siede nel consiglio di un ordine regionale non è psicologicamente indipendente e padrone di sé per giudicare con indipendenza il suo direttore o il collega che in redazione gli si siede affianco. Per non parlare delle vere e proprie pressioni, sollecitazioni e spinte indebite.

L’Authority dovrebbe avere compiti di tutela della deontologia, della etica e dell’onestà dell’informazione, tenere un elenco di giornalisti (cioè di quanti esercitano la professione) e infliggere sanzioni.

In questo senso proponiamo di aggiungere tra le regole rivolte alla tutela del lettore che l’editore sia considerato responsabile in solido con il direttore e il giornalista. Se l’editore assume un reporter poco preparato (così può pagarlo poco e male) o un fedelissimo ma stupido, ne paghi almeno le conseguenze. Non è forse questo un modo per tentare di fare emergere le professionalità?

LE PROSSIME ELEZIONI

Qualcuno chiede se queste posizioni sono compatibili con una presentazione di Senza Bavaglio alle prossime elezioni. La risposta naturalmente è positiva. In Gran Bretagna esiste un partito repubblicano che si presenta regolarmente alle parlamentari (tempo fa ha avuto anche un eletto) e in Italia, dopo la guerra, per anni alle Camere c’è stata un’assidua presenza di monarchici.

Noi dunque ci presenteremo alle elezioni nel segno del rinnovamento profondo di quest’istituto. I nostri eletti, per esempio, si impegneranno da subito a rendere pubblico l’elenco di coloro che siedono nei Consigli Regionali e nel Consiglio Nazionale e hanno incarichi retribuiti nelle scuole di giornalismo. Chiederemo che si dimettano, in nome dell’etica e del buon gusto. Combatteremo le marchette di qualunque segno. Lotteremo contro combriccole e consorterie. Cercheremo di rendere tutto il più trasparente possibile, chiedendo a ciascuno di assumersi la sua responsabilità quando si debba votare su casi spinosi come quello che ha coinvolto l’agente Betulla. L’Ordine casa di vetro sarà la nostra parola d’ordine (il bisticcio è voluto).

Preferiremmo l’Authority ma, finché non c’è, vi assicuriamo che lotteremo almeno per dare una bella ripulita all’Ordine esistente e per favorire il passaggio a un istituto di controllo e garanzia dei lettori non corporativo.

Senza Bavaglio