CONTRATTO/La pugnalata dei Cdr Rai

Ci ho messo un po’ a riprendermi dall’amarezza e anche dalla rabbia di quel venerdì 3 aprile all’Ergife. Amarezza per un contratto indecente che nessuna crisi economica avrebbe mai potuto giustificare, perché smantella molte garanzie normative, rabbia perché l’imprimatur è stato dato da una conferenza dei Cdr in cui sono saltati i meccanismi di democrazia sindacale.

Questo contratto è passato con il “sì” massiccio dei Cdr della Rai, anche se i colleghi della radio e della tv pubblica sono salvi dalle sue implicazioni più drammatiche. La Rai, infatti, è un’azienda televisiva, e quindi non le può essere applicata la legge 416 con la cassa integrazione straordinaria e i prepensionamenti. Ed è anche svincolata dall’articolo 33 che ci rende pensionati di anzianità a vita, senza che nessuno di noi che lavoriamo nei giornali possa più raggiungere la pensione di vecchiaia. In caso di crisi, infatti, Siddi e Natale si sono accordati che, prima dei prepensionamenti, si facciano i pensionamenti forzati d’anzianità, quelli da 59 anni e 35 anni di contributi (60 anni l’anno prossimo ecc. ecc.). E  ottenere la crisi che dà via libera alla cacciata degli anziani non sarà difficile: basterà che gli indicatori di settore (pubblicità, vendite o altro) volgano verso il basso. Svuotare il bacino di chi ha già i requisiti è oltretutto gratis per gli editori mentre, per mandare a casa chi non li ha ancora, le aziende dovrebbero sborsare il 30 per cento del costo dei prepensionamenti. I colleghi della Rai potranno continuare tranquillamente a lavorare fino a 65 anni. 

Se avessi potuto parlare prima delle 17, quando invece, con 19 interventi ancora da svolgere, è stato messo ai voti il sì al contratto, avrei fatto il seguente appello ai colleghi della Rai: “Non vi chiediamo di respingere il contratto, per solidarietà con tutti noi, ma almeno di astenervi, questo sì. Perché la 416 non vi sfiora nemmeno, e su altri parti mostruose del contratto avete la possibilità, con la vostra contrattazione, di rimettere le cose a posto. Come nel 2001, quando ad esempio neutralizzaste gli inviati “a tempo”, che sancivano la morte dell’inviato speciale”.

Carlo Verna, il segretario dell’Usigrai, che ha parlato prima delle 17, si era spinto già molto avanti – dobbiamo ammetterlo – nel raccomandare ai colleghi di votare “secondo coscienza”. Lui, e altri della Rai (per esempio Di Trapani) avevano posto il problema di un sindacato diverso, che rappresentasse interessi e problematiche televisive che la Fnsi non ha toccato. Ma questa riflessione non avrebbe dovuto portare a un appello all’astensione, anziché a dare una pugnalata ai colleghi della carta stampata?

Al contrario i Cdr della Rai si sono mossi militarmente a sostegno di Siddi. Erano ben 34 all’Ergife, che significano circa cento colleghi su 235 che hanno partecipato al voto sul contratto. Un vero esercito. Non dico che senza di loro avrebbero certamente prevalso i “no”, che sono stati 57, contro 158 sì e altri 20 astenuti. Ma è chiaro che la Consulta dei Cdr ne sarebbe uscita spaccata, e la mozione presentata dai Cdr dei quotidiani, che apprezzava il lavoro della Fnsi ma chiedeva alla delegazione di tornare al tavolo delle trattative, per migliorare il contratto, avrebbe avuto una ragione in più per essere seguita da Siddi e Natale.

Mi sembra poi un paradosso istituzionale, una mancanza di democrazia e di buon senso, il fatto che poche sedi Rai, magari le più piccole e perferiche, possano contare quanto e più dei grandi quotidiani nazionali.  Questi non sono stati difesi e nemmeno rappresentati  al tavolo negoziale, e ne è uscito il disastro.

La Rai appare scarsamente coinvolta, almeno allo stato attuale, rispetto a un’altra norma letteralmente mostruosa del contratto, quella sui distacchi, fino a due anni e ripetuti, senza che il giornalista possa opporsi (e nemmeno il suo Cdr)  pena il licenziamento. Si è detto che questa era niente altro che l’applicazione della “legge Biagi”. Ora, chiariamo subito. Punto primo, la Biagi non è stata pensata specificamente per i giornalisti, ma per i lavoratori dei comparti manifatturieri, della grande distribuzione e altro. Secondo, non scatta immediatamente, altrimenti sarebbe già stata applicata nel nostro settore: ma se, quando e in quanto viene recepita dai contratti, e con gli specifici adattamenti pattuiti dalle parti. Vi faccio un esempio. Mi risulta che gli editori abbiano chiesto anche la cassa integrazione ordinaria. E’ prevista normativamente dal nostro sistema? Certamente sì, come risposta in caso di crisi non strutturale ma temporanea. E’ stata loro accordata dal ministero del Lavoro? No.

Ma la legge Biagi è stata peggiorata, e non migliorata. Il distacco viene concepito infatti per esigenze temporanee, e noi l’abbiamo trasformato in un’eternità, due anni ripetibili. Sono rimasto sbalordito nell’ascoltare il collega Mazzarino, della Gazzetta del Mezzogiorno, che tesseva l’elogio dell’accordo, perché considerava un miglioramento della Biagi l’aver previsto i due anni, mentre la legge resta senza una precisa definizione temporanea. Facciamo allora un caso concreto. Il collega Antonio Fiorino, nome di fantasia, della redazione del Mattino di Caserta, due figli che fanno la quarta elementare e la prima media, una moglie che ha appena trovato lavoro in un negozio aperto da un’amica, viene distaccato alla redazione di Treviso, dove c’è un vuoto in organico. Antonio non può permettersi di tenere due case per due anni: deve sradicare moglie e figli e portarseli a Treviso. E dopo due anni, ci sarà un’altra bella sorpresa…

Questa non è la legge Biagi, questo significa soltanto regalare all’azienda i presupposti per fare mobbing, per trasferire le “teste calde” o magari i più anziani, inducendoli ad andarsene via senza nemmeno ricorrere allo stato di crisi.  Migliorare la legge voleva dire, al contrario, imporre un distacco di 6 mesi al massimo e non ripetibile, pagando vitto e alloggio al collega distaccato. Gli incentivi accordati sono irrisori, non risolvono il problema del nuovo affitto da pagare e di fatto impongono il trasferimento dell’intera famiglia.

Avrei voluto dire anche questo, se avessi potuto parlare prima del voto finale. Ma in che modo è stata approvata la mozione che chiedeva il voto sul contratto entro le ore 17, per permettere ai colleghi venuti da lontano di riprendere l’aereo? (stesso trucchetto, mi dicono, adottato per il contratto del 2001) Non per alzata di mano, o anzi del cartellino arancione che ci era stato consegnato, con conseguente conteggio dei voti ma, per così dire, a voce. A un certo punto della mattinata  il segretario generale Franco Siddi ha comunicato: <E’ arrivata una mozione che chiede di votare entro le cinque, siete d’accordo?>  Dalla sala è arrivato un “sììì!”, che è stato felicemente acquisito. Nel pomeriggio, in prossimità delle 17, Siddi ha ricordato la mozione. Stefano Ferrante, del Cdr di La 7, ha correttamente sostenuto che in questo modo si strozzava il dibattito, e ha proposto, con una mozione, di votare invece a scrutinio segreto rendendo disponibili immediatamente le urne: chi doveva andarsene, avrebbe depositato subito il suo voto.

Stavolta si è proceduto con i cartellini arancioni e hanno prevalso i nostalgici della mozione delle 17.  Così, dopo quattro anni di attesa e 18 giorni di sciopero era l’Alitalia a decidere l’ordine dei lavori. O forse nemmeno quella, visto che la proposta Ferrante avrebbe garantito anche chi abitava più lontano.

Si passava allora a votare i due documenti pervenuti sul contratto. Il primo in ordine di tempo era quello dei grandi quotidiani, prima firmataria Rossella Lama del “Messaggero”, che chiedeva il ritorno al tavolo delle trattative. Ma Siddi metteva in votazione prima quello sul “sì” al contratto. A questo punto mi sono alzato e ho chiesto di rispettare la priorità temporale. <Giustiniani pone un problema burocratico>  ha commentato ironicamente il Segretario. Il documento è stato così letto per primo, ma Siddi non ha rincunciato a chiosarne a voce alta un passaggio. Il documento osservava infatti come l’ipotesi raggiunta con la Fnsi fosse stata respinta dall’Ordine dei giornalisti, organismo chiamato a firmare poi il contratto, ma il Segretario ha negato che l’Ordine dovesse sottoscriverlo, nonostante quello attualmente in vigore sia stato firmato da ben cinque consiglieri dell’Ordine. Il documento è stato bocciato dalla Consulta dei Cdr, con 159 no, 59  sì e 9 astenuti. I votanti sono stati una dozzina in meno rispetto a quello successivo, per il “sì” al contratto, primo firmatario Carlon.

Così, inevitabilmente, tutti gli interventi successivi al voto sarebbero stati svuotati di peso. Un collega della Nuova Venezia ha fatto notare che in questo modo si stava votando senza neppure ascoltare la controreplica del Segretario generale alle tante obiezioni della mattinata, in cui l’equilibrio tra interventi contrari e interventi a favore era parso molto maggiore. Ma niente. Era stato fra l’altro ammesso al microfono, per uno degli interventi più importanti, quello che ha chiuso i lavori della mattinata, un collega che non avrebbe dovuto parlare, Paolo Butturini, segretario  dell’Associazione romana della stampa, il quale s’è ritenuto in diritto di andare al microfono in quanto “vecchio militante”.

Ma altre cose alquanto anomale sono accadute. Il collega Lo Russo, del Comitato di redazione di Repubblica, ha tessuto lodi sperticate all’ipotesi di accordo, ancorché l’assemblea di redazione di Repubblica, con una maggioranza straordinariamente netta, avesse dato mandato ai suoi rappresentanti sindacali di votare “no” al contratto. Lo Russo non ha nemmeno avvertito il bisogno di citare il voto della sua assemblea, quasi facesse parte di una casta separata dalla base, mentre altri membri del Cdr avevano comunicato l’intenzione di astenersi. Ora, io non voglio dare lezioni a nessuno, ma se un’assemblea mi dice di votare “no”, io voto “no” e poi magari mi dimetto, se avevo idee diverse. Il voto individuale dei membri del Cdr, in questo caso, non conta nulla, perché c’è la base che mi ha eletto a vincolarmi.

Ultima notazione. Avevamo disegnato, la collega Giorgia Cardini dell’Adige e il sottoscritto, tre dazebao gialli, appesi alle pareti dello stanzone d’ingresso alla sala del dibattito. Mani ignote li hanno poi staccati.

Il primo aveva per titolo: IL PATTO GENERAZIONALE NON ESISTE, e si articolava nei seguenti paragrafi:
-l’aumento di 265 euro poteva finire molto di più nelle tasche dei praticanti, che non riescono a pagare l’affitto, che in quelle dei capiredattori;
-il blocco degli scatti biennali penalizza i giovani; un sistema di otto scatti biennali non congelati, più il resto triennale, avrebbe consentito alle aziende enormi risparmi;
-le rottamazioni NON sono state scambiate con nuovi posti di lavoro;
-i buchi d’organico saranno coperti dai colleghi distaccati; contratti a termine a vita, alternando i soldati di un enorme esercito di riserva.

Il secondo dazebao annunciava: UN CONTRATTO CHE INDEBOLISCE IL SINDACATO.      E spiegava:
-le unità organizzative redazionali possono diventare una redazione parallela di fedelissimi all’azienda, che rompe l’unità redazionale e potrà far uscire il giornale in caso di sciopero; -la videoimpaginazione concessa gratis svuota gli integrativi;
-nessun parere sui licenziamenti di direttore e vicedirettori, che diventano manager; -nessun parere per i licenziamenti per giusta causa definita dagli editori;
-semplice informazione sul multimediale.

L’ultimo dei nostri poster titolava invece: UN ANNO DI UTILI IN CALO GIUSTIFICA FORSE ROTTAMAZIONI E MASSACRI IN REDAZIONE A VITA?
Si fornivano cinque esempi, sui bilanci del 2008.
-Mediaset, 459 milioni di utile;
-Mondadori 97 milioni,
-Rcs 38;
-L’Espresso 30,6;
-Caltagirone editore meno 10,9, (ma più 61,2 nel 2007).

Conclusione:  il cuore del potere economico ringrazia.

E io ringrazio voi, che avete avuto la pazienza di leggere sino alla fine.

Corrado Giustiniani

Cdr “Il Messaggero”