CONTRATTO/”No” a questa ipotesi d’accordo

Intervento di Corrado Giustiniani (consigliere naz. Fnsi e Cdr Messaggero) al Direttivo dell’Associazione stampa
romana sul contratto, 30 marzo 2009

Con questo contratto perdiamo identità e autonomia

Cari colleghi,
noi del Cdr del Messaggero abbiamo definito “contratto di resa” quello di cui la segreteria della Fnsi ha siglato speriamo soltanto l’ipotesi, nella notte tra giovedì e venerdì. Non siamo soli e soprattutto non siamo dei massimalisti, come qualcuno che è improvvisamente salito sul carro della segreteria Fnsi cerca di liquidarci.

Siamo, al contrario, dei colleghi che tentano di fare accordi, e non di rado ci riescono con la proprietà più intransigente che figuri nel panorama editoriale, quella che, ancorché sia soltanto al terzo posto per ordine di grandezza nel paese, ha nettamente ispirato la linea della Fieg e del suo ambasciatore Donati al tavolo delle trattative, quella che oggi brinda e dice “avete visto?” a tutti gli altri editori i quali, secondo notizie che abbiamo raccolto in altre parti del paese, appaiono felicemente increduli.

Con la Caltagirone editore siamo abituati a scambiare: ci danno sempre cose dannatamente a termine, persino l’aggiornamento professionale dura un anno soltanto, e ci chiedono sempre qualcosa come contropartita.

Il nostro tentativo costante di Cdr è di far sì che la contropartita sia decente, dignitosa.   Non possiamo stravincere, vincere è difficile, cerchiamo sempre di pareggiare, attraverso trattative lunghe, sfibranti, in cui non di rado si cambiano le carte in tavola. Ecco, è proprio il meccanismo dello scambio che in questo contratto è saltato: abbiamo ceduto tanto, troppo, per avere poco. Non c’è proporzione, non c’è equivalenza tra quanto poco abbiamo ricevuto e quanto invece abbiamo dato, dopo quattro anni di attesa e 18 giorni di sciopero.

Per questo è stato un contratto di resa. Per questo si poteva, e si doveva, resistere ancora, smascherando il finto bau-bau, come egregiamente ha fatto con un dettagliato scritto il Presidente Fabio Morabito, del ritorno al
contratto del 1959.

Per questo non ci si doveva limitare a un mormorio quando a gennaio la Fieg si è rifiutata di adeguare l’indennità di vacanza contrattuale, ammesso che un mormorio ci sia stato, ma al contrario chiamare la categoria alla mobilitazione, suggerire nuove forme di lotta dopo aver pagato tanto con gli scioperi.

Ma niente di tutto questo è accaduto in un anno e passa di nebbiosa trattativa. Segno che tutto andava bene. Erano forse gli editori molto più di noi che avevano bisogno del nuovo contratto, per far partire le ristrutturazioni.

Ma non è l’aspetto meramente quantitativo, che ci fa parlare di resa. Sapevamo bene che non si poteva ottenere molto, in questi tempi di crisi. Con questo contratto, piuttosto, la nostra professione lascia sul campo la
sua identità e la sua autonomia, diventa miseramente subalterna.

Per dirla con le parole stesse dell’ipotesi d’accordo: non siamo più “giornalisti” ma “personale giornalistico”. E un altro terribile segnale di resa, è che persino il lavoro in affitto entri a fare parte del nostro mondo, camuffato nella sua esatta dizione di tecnica di “lavoro somministrato”. Sì, il lavoro in affitto, quello dei call center e delle
imprese di pulizia.

Il baluardo dell’autonomia era rappresentato dal meccanismo degli scatti di anzianità, che garantisce un dignitoso avanzamento retributivo a tutti, anche a chi scrive fuori dal coro. La mutilazione che è stata imposta, la
doppia moviola per dirla in termini più pacati, triennalizzazione e congelamento, fa perdere il 40 per cento, rispetto allo stipendio di fine a carriera, ai più giovani che si volevano tutelare, e il 20 per cento della pensione a tutti.

Se difendere il sistema era impossibile, si poteva tener duro su una soluzione più onorevole e più dalla parte dei giovani: i primi sette scatti biennali e il resto triennale, tutto con l’attuale meccanismo di calcolo. Il rallentamento del 50 per cento sulle retribuzioni più elevate avrebbe consentito agli editori dei risparmi enormi. Ma la Fnsi allarga le braccia: siamo gli unici ad avere gli scatti. Non ce li hanno i bancari, non i metallurgici, né i tessili, né gli edili…Che pretende mai “il personale giornalistico”?

Va bene, anzi va male. Abbiamo scambiato gli scatti con gli aumenti. Ma con che cosa abbiamo scambiato i distacchi, che trasformano in pacchi postali i giornalisti, specie i più scomodi e magari i più anziani, per forzare il
loro prepensionamento?   Ti mando a centinaia di chilometri per due anni e non puoi rifiutarti se no ti licenzio. Doveva essere applicata in modo così becero la legge Biagi? E può funzionare con professionisti che maneggiano una merce così sensibile in una società democratica come l’informazione? Quali paletti sono stati messi?

E con che cosa abbiamo scambiato la multimedialità e il multitestata libero e senza limiti che trasforma il giornalista nello Charlot di Tempi moderni? Con che cosa abbiamo scambiato la licenziabilità dei vicedirettori, che fa perdere la loro autonomia, staccandoli del tutto dalla redazione e consegnandoli ai voleri dell’azienda? Con che cosa abbiamo scambiato la rottamazione dei cinquantanovenni, visto che non c’è il minimo impegno degli editori ad assumerne altri come articoli 1, neppure nella proporzione uno su tre, o uno su quattro che se ne vanno, e visto che al contrario altre norme contrattuali, come quella che aumenta l’orario del part-time, si mettono al servizio della flessibilità più totale, anziché favorire nuova occupazione?

Cosa dobbiamo intendere per “stato di crisi”? Quali puntelli avete messo per impedire che aziende sane che stanno benissimo sul mercato, non ne approfittino per licenziare?   La mina vagante delle “unità organizzative di
redazione”, guidate da un direttore di testata, che verranno fra di noi a fare non si sa bene cosa, con che l’avete scambiata? E che dire della videoimpaginazione, sorpresa dell’ultima ora, un cadeau senza contropartita che svuota i contratti integrativi di uno dei pochi, possibili nuovi contenuti e quindi indebolisce ulteriormente i Cdr, che da questo contratto escono con le ossa rotte?

Io sono membro di diritto di questo Direttivo, in quanto consigliere nazionale della Fnsi, ma non posso votare. Vi chiedo di rileggere i 12 punti di quel documento che avete approvato all’unanimità alcune settimane fa e di vedere se il contratto li rispecchia.

Siate coerenti e coraggiosi. Un “no” a quest’ipotesi d’accordo non indebolisce la categoria, ma le restituisce orgoglio, la rafforza, e darebbe nuova energia alla Fnsi, riportandola al tavolo delle trattative.