Published On: mer, Mar 25th, 2009

INCIUCIO

INCIUCIO - Peter Gomez e Marco Travagliodi Peter Gomez e Marco Travaglio

Ecco un estratto dal nuovo libro di Marco Travaglio e Peter Gomez, “Inciucio”. E’ il pezzo in cui viene fornito un quadro della situazione delle televisioni in Europa, di come vengono gestite e del loro rapporto con la politica. Un ottimo lavoro.

Senza Bavaglio ha presentato alla FNSI una richiesta perchè sia formata una commissione di saggi di altissimo livello che studi una legge, con tanto di articoli, da proporre alle forze politiche prima delle elezioni. Occorre esercitare una forte pressione per sottrarre la Rai dalle mani delle politica.

Come diciamo noi, si deve capire che la commissione parlamentare di controllo sulla Rai è una contradizione in termini. Non è la politica che deve controllare la Rai. Al contrario è la Rai (e l’informazione in genere) che deve controllare la politica.


Viva Zapatero (e non solo)

La Spagna di José Luís Rodriguez Zapatero è soltanto l’ultimo fra i grandi paesi europei a svincolare almeno parzialmente la televisione pubblica dal controllo diretto dei partiti e/o del governo.
Da anni, da decenni l’aveva fatto quasi tutto il resto d’Europa. Sarebbe lungo descrivere nei particolari il funzionamento dei vari sistemi
televisivi continentali. Ma qualche cenno riassuntivo può aiutare a capire perché il caso italiano fa tanto scandalo all’estero (e poco in Italia).

Spagna. Fino a pochi mesi fa, il consiglio di amministrazione di Rtve, che irradia Tve1 e Tve2, era nominato dal Parlamento (con maggioranza dei due terzi) e il direttore generale dal governo. E duravano in carica 4 anni, tanti quanti il governo. Come in Italia, mutavano colore col cambiare del governo. Poi è arrivato Zapatero, in un clima di crescente insofferenza dell’opinione pubblica contro la tv pubblica politicizzata, che aveva

nascosto le grandi manifestazioni di piazza contro Aznar (ma non era riuscita a mascherare le bugie del premier conservatore uscente sugli attentati di Al Qaeda a Madrid). Appena insediato, Zapatero ha messo a capo della Rtve una docente universitaria di comunicazioni, molto prestigiosa e non iscritta ad alcun partito, che ha iniziato a ripulire i teleschermi dalla telebasura, cioè della tv spazzatura dei reality e del trash. Poi ha nominato una commissione di cinque saggi super partes, presieduta dal filosofo Emilio Lledó e formata da massmediologi e intellettuali (compreso un docente di etica) per riscrivere la legge sull’emittenza. Nel giugno 2005 la riforma è diventata legge.

Il caposaldo è la drastica modifica del sistema di elezione dei vertici di Rtve. Il direttore generale sarà eletto dal Cda, non più dal governo, con  maggioranza dei due terzi, ed esclusivamente fra i partecipanti a un concorso pubblico. Il Cda avrà un mandato di 6 anni per non coincidere con le scadenze delle legislature, e sarà composto da 2 membri eletti dal Senato e 2 dal Congresso (sempre con i due terzi dei voti); 2 scelti dai sindacati e 2 dal Consiglio audiovisivo (che regola frequenze, costi, flussi pubblicitari). Un’Authority indipendente, il Consejo de información vigilerà sul pluralismo e sulle scelte del Cda, e avrà il potere di bloccare il direttore generale. Intanto Zapatero ha aperto il mercato delle frequenze a nuovi soggetti privati.

Prima la tv commerciale era monopolizzata dalla berlusconiana Telecinco e da Antena3, che fa capo a De Agostini e a Maurizio
Carlotti (ex dirigente Fininvest). Ora arriveranno anche la Prisa di Jesús Polanco (già proprietario di «El País» e della radio Cadena Ser) e almeno un altro gruppo ancora. Fra le proteste dei rappresentanti spagnoli di Mediaset, che al solo rischio di un po’ di concorrenza hanno gridato al «golpe».

Gran Bretagna. È il modello più celebre al mondo: la Bbc, fondata nel 1927, comprende 10 canali televisivi interattivi, 10 network radiofonici, più di 50 emittenti tv. È affidata al Board of Governors: cioè il Consiglio dei 12 «governatori». Questi vengono nominati dalla Regina su proposta del primo ministro e scelti fra personalità di grande autonomia e competenza, dopo una rigida procedura di selezione. I posti vacanti vengono pubblicizzati sui maggiori quotidiani e periodici e sui siti web del governo e del Dcms, il Dipartimento per la cultura, i media e lo sport. I candidati preselezionati sostengono colloqui formali con rappresentanti del Dcms e con soggetti indipendenti.

I migliori vengono proposti al premier che, attenendosi alle raccomandazioni dell’Ocpa (Ufficio del commissario per le nomine pubbliche), comunica i nomi dei prescelti alla Regina.

Quattro dei governatori rappresentano le nazioni che compongono la Gran Bretagna: Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord. I governatori rimangono in carica per 5 anni, ma non cambiano colore a seconda dei governi perché non vengono nominati tutti insieme, in blocco: sono «sfasati» (come i membri della nostra Corte costituzionale) e quando uno decade viene sostituito. Il loro compito – secondo il Royal Charter – è «far sì che la Bbc rimanga indipendente da interferenze politiche o commerciali e che sia gestita esclusivamente nell’interesse dei telespettatori e degli ascoltatori». Celebre la frase di Margaret Thatcher: «La Bbc non mi piace ma non ci posso fare niente».

Anche Tony Blair ha avuto scontri epici con la tv pubblica: ma, quando ha contestato lo scoop di Andrew Gilligan sulla guerra in Irak, s’è dovuto rivolgere a un giurì super partes, affidato a un ex giudice, Lord Hutton. Gilligan si era fidato di una fonte, lo scienziato David Kelly, che si era rivelata corretta: l’Irak di Saddam, contrariamente a quel che sosteneva Blair, non possedeva armi di distruzione di massa. Lord Hutton stabilì però la buona fede di Blair e condannò Gilligan per averlo accusato di malafede, cioè di aver reso più accattivante («sexed up») il rapporto sulle armi di Saddam per convincere l’opinione pubblica a sostenere la guerra. Gilligan lasciò la Bbc, come pure il direttore generale Greg Dyke. Intanto l’entourage blairiano diede in pasto alla stampa il nome di Kelly, che si suicidò.

Molte polemiche ha suscitato anche la proposta della ministra per le Telecomunicazioni e la Cultura Tessa Jowell (moglie dell’avvocato David Mills, coimputato di Berlusconi al processo per i diritti Mediaset) per il nuovo Royal Charter, che prevede l’abolizione dei governatori e la loro sostituzione con una fondazione, nonché il dirottamento di una parte del canone alle tv private (cioè a Rupert Murdoch, amico di Blair).

Germania. I canali pubblici sono ben 13 (con il 45% degli ascolti), accessibili al 95% della popolazione. I più noti sono la prima rete Ard e la seconda Zdf. L’alto numero di reti pubbliche è consentito dal cablaggio di quasi tutto il Paese. L’Ard ha una struttura federale ed è retta da un «coordinatore». I palinsesti sono prodotti nelle sedi regionali in totale utonomia, garantendo un grande pluralismo. Ciascuna delle 9 reti regionali è gestita da un Consiglio eletto al 30% dal Parlamento locale, in rappresentanza di maggioranza e minoranza; il restante 70% è distribuito fra i rappresentanti della società civile: sindacati, istituzioni religiose, università. Un sistema che impedisce di fatto ogni controllo del governo nazionale, anche perché i Consigli durano in carica 6 anni, contro i 4 delle legislature parlamentari.

Ora sette reti ex regionali del circuito Ard trasmettono su scala nazionale. Ard poi, in collaborazione con Zdf, ha dato vita a una rete per bambini, il Kinderkanal, senza pubblicità: il successo è stato tale da costringere i canali privati per l’infanzia, farciti di spot, a chiudere per mancanza di pubblico. Altre reti nazionali gratuite sono Phönix (notizie ed eventi speciali di Ard) e due canali internazionali: Arte, in condominio con la tv francese, e 3Sat, in collaborazione con le tv di Svizzera e Austria.

La spina nel fianco di politici e potenti sono i politmagazine dell’Ard, una serie di reportage investigativi in onda quasi ogni giorno in prime time. Hanno scoperchiato molti scandali, hanno tendenze politiche diverse, e non fanno sconti a nessuno: altrimenti verrebbero scavalcati dal magazine concorrente.

La Zdf, il secondo canale statale, è un ente federale nato da un accordo dei Länder (le regioni). È governato da un direttore (Intendant) eletto dal Consiglio per la televisione, un parlamentino di 77 membri: un rappresentante per ciascuna delle 16 regioni, 3 per il governo nazionale, 12 per i partiti e ben 46 rappresentanti per la società civile: università, sindacati e istituzioni religiose (cattolici, protestanti ed ebrei). Il Consiglio elegge la maggioranza dei membri del Cda della Zdf ed è responsabile della linea editoriale. Anche la Zdf ha un politmagazin di giornalismo investigativo, il Frontal.

Francia. Le reti pubbliche sono tre: due generaliste, France2 e France3 (che sua volta dispone di 13 stazioni regionali); e una culturale, France5. Poi c’è la franco-tedesca Arte. Sul sistema delle telecomunicazioni, nonché sulla correttezza dei contenuti dell’informazione, vigila una super-Authority, il Conseil Supérieur de l’Audivisuel (Csa): 9 membri, eletti 3 per ciascuno dai presidenti della Repubblica, della Camera e del Senato.

La holding delle reti pubbliche, che ne definisce le strategie e le risorse (in parte finanziate dal canone, in parte dalla pubblicità), è France Télévision. Il suo Cda è formato da 15 membri: 6 (fra cui il § presidente-direttore generale) nominati dal Csa, 5 dallo Stato cioè dal governo, 2 dal Parlamento, 2 dai dipendenti delle tv. Il presidente-dg nomina i direttori delle singole reti, ciascuna delle quali è governata da un Cda di 8 elementi: 2 scelti dal Csa, 2 dal Parlamento, 2 dallo Stato (ministeri della Cultura e delle Finanze), 2 dai lavoratori. Insomma, in entrambi gli organismi che gestiscono direttamente le tv pubbliche, hanno voce in capitolo coloro che ci lavorano.

Norvegia. La tv pubblica Nrk è gestita da un consiglio d’amministrazione di 9 membri: 6 eletti dal Parlamento e ben 3 dai lavoratori della stessa televisione.

Olanda. Le due reti pubbliche Nos e Nob sono rette da un Cda di 33 componenti, in parte nominati dal governo in proporzione alle varie forze parlamentari, in parte dai sindacati dei lavoratori.

Danimarca. La Dr è governata da un consiglio di 11 elementi: 9 espressi dal Parlamento, uno dal ministro della Cultura, uno dai lavoratori dell’azienda radiotelevisiva.

Austria. La Orf ha un Cda di 35 membri: 15 indicati dal Parlamento, 6 dall’organo di rappresentanza dei teleutenti, 5 dalla commissione interna, 9 dai governi dei vari Länder. C’è poi un organo di garanzia che rappresenta i telespettatori, nominato dai sindacati, dalle chiese cattolica e protestanti e dal cancelliere federale.

Belgio. Anche qui vige una struttura televisiva pubblica marcatamente federale, con tre emittenti legate alle tre comunità linguistiche: una per i francofoni, una per i fiamminghi, una per i tedeschi. I consigli culturali parlamentari di ciascuna comunità eleggono i vertici delle rispettive tv.

Gli altri. In Lussemburgo non c’è televisione pubblica. I paesi in cui il controllo politico sulla tv pubblica è più stretto sono la Svezia e la
Finlandia (nomine che riflettono le foze parlamentari), la Grecia e il Portogallo (nomine esclusivamente governative). Ma le prime due hanno tradizioni democratiche tali da mettere le tv al riparo da eccessive invadenze partitocratiche, mentre la terza e il quarto sono democrazie relativamente recenti. In nessun paese d’Europa, comunque, il capo del governo possiede televisioni, essendo i conflitti d’interessi severamente vietati dappertutto. E il pluralismo televisivo, ora più ora meno, è garantito dalla presenza sul mercato di varie emittenti private.

Peter Gomez e Marco Travaglio

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