PALESTINA/Stampa Usa condizionata

Los Angeles TimeA proposito di obiettività ed equidistanza dell’informazione giornalistica, credo valga la pena meditare su questo articolo del collega Robert Fisk pubblicato dal Los Angeles Times, tradotto in italiano per Megachip ( http://www.megachip.info/ ) da Federico Guerrini e pubblicato da Medioriente.net ( www.medioriente.net ) il 4 gennaio 2006.
Pino Nicotri (Senza Bavaglio, Consigliere generale INPGI)

Mi sono accorto per la prima volta dell’enorme pressione sui giornalisti americani in Medio Oriente qualche anno fa, quando mi sono recato a salutare un collega del Boston Globe.

Gli ho espresso il mio rammarico che stesse lasciando una regione in cui aveva chiaramente amato fare l’inviato. Potevo risparmiarmi il dispiacere per qualcun altro, mi disse. Una delle gioie della partenza era che non avrebbe più dovuto alterare la verità per accontentare i lettori più sbraitanti del suo giornale.” Ero solito appellare il partito israeliano del Likud come ‘di destra’ – mi ha detto”. “Ma, di recente, i miei redattori mi hanno detto di non usare quella frase”.

Un sacco di nostri lettori protestavano. E allora, adesso come fate? ho chiesto. “Non lo definiamo più di destra”. Caspita. Sapevo che quei lettori erano visti dal suo giornale come amici di Israele, ma sapevo pure che il Likud sotto Benjamin Netanyahu era di destra come non mai.
Questa è solo la punta dell’iceberg semantico in cui si è scontrato il giornalismo americano nel Medio Oriente. Insediamenti illegali per ebrei e solo per essi, su terra araba sono chiaramente delle “colonie”, ed è così che le chiamavamo. Non so dire quando abbiamo iniziato a usare la parola “insediamenti”. Ma ricordo il momento, circa due anni fa, in cui la parola “insediamenti” ha cominciato ad essere sostituita da “quartieri ebraici” – o anche, in certi casi, “avamposti”.

Allo stesso modo, il territorio palestinese “occupato” è stato ammorbidito in molti resoconti dei media americani, in territorio palestinese “conteso” – subito dopo che l’allora segretario di Stato Colin Powell, nel 2001, aveva dato istruzioni alle ambasciate Usa in Medio Oriente di riferirsi alla Zona Ovest come a un territorio “conteso”, anziché “occupato”. Poi c’è il “muro”, la massiccia barriera di cemento armato il cui scopo, secondo le autorità israeliane, è quello di impedire ai terroristi suicidi palestinesi di uccidere israeliani innocenti. In questo, sembra aver avuto un qualche successo.
Ma esso non segue la linea del confine israeliano del 1967 e entra in profondità in territorio arabo. E fin troppo di frequente in questi giorni, i giornalisti lo chiamano una “staccionata” invece che un “muro”. O una “barriera di sicurezza”, che è come Israele preferisce che lo chiamino. Per parte della sua lunghezza, ci dicono, non è affatto un muro – così che non lo possiamo definire un “muro”, anche se l’ampio serpente di cemento e acciaio che corre a est di Gerusalemme è più alto del vecchio muro di Berlino. L’effetto semantico di questo offuscamento giornalistico è chiaro. Se il territorio palestinese non è occupato, ma semplicemente parte di una disputa legale che potrebbe essere risolta nelle aule di tribunale o negli incontri informali, allora un ragazzo palestinese che scaglia una pietra su un soldato israeliano che sta sul suo territorio si sta chiaramente comportando come un pazzo.

Se una colonia ebraica costruita illegalmente su territorio arabo è solo un grazioso e amichevole “quartiere”, qualsiasi palestinese che lo attacchi deve star compiendo un folle atto terroristico. E di certo non c’è alcuna ragione di protestare contro una “staccionata” o “una barriera di sicurezza” – parole che mescolano insieme il recinto attorno a un giardino e la sbarra all’ingresso di un complesso residenziale privato. Protestare violentemente da parte dei palestinesi contro uno qualsiasi di questi circostanze li contrassegna così come un popolo complessivamente immorale. Col nostro uso del linguaggio, li condanniamo.

Seguiamo queste regole non scritte anche altrove nella regione. I giornalisti americani usavano spesso le parole dei funzionari Usa nei primi tempi dell’insurrezione irachena, riferendosi a coloro che attaccavano le truppe americane come a “ribelli” o “terroristi” o “residui” del precedente regime. Il linguaggio del secondo proconsole Usa in Iraq, L. Paul Bremer III, era così assunto obbedientemente – e in maniera grottesca – dai giornalisti americani. Le televisioni americane, intanto, continuano a presentare la guerra come un’incruenta buca di sabbia in cui gli orrori del conflitto – i corpi mutilati delle vittime dei bombardamenti aerei, smembrati nel deserto dai cani selvatici – sono tenuti fuori dallo schermo. Gli editori di New York e Londra si assicurano che la “sensibilità” degli spettatori non ne soffra, che non si indulga nella “pornografia” della morte (che è proprio quello di cui è fatta la guerra) o non siano “disonorati” i morti che abbiamo appena ucciso.

La nostra pruriginosa copertura video rende più facile sostenere la guerra, e da tempo i giornalisti sono diventati complici dei governi nel rendere il conflitto e la morte più accettabili dagli spettatori. Il giornalismo televisivo è diventato così un letale corollario della guerra. Ai vecchi tempi, credevamo – non è vero? – che i giornalisti dovessero “dire le cose come stanno”. Leggete il grande giornalismo della seconda guerra mondiale e capirete cosa intendo. Gli Ed Murrows e Richard Dimblebys, i Howard K. Smiths e gli Alan Moorheads non moderavano i termini o cambiavano le descrizioni o fuggivano con contorsioni verbali dalla verità solo perché i loro ascoltatori o i loro lettori non volevano sapere o preferivano una versione diversa.

Perciò, chiamiamo colonia una colonia, chiamiamo l’occupazione con il suo nome, chiamiamo muro un muro. E magari esprimiamo la realtà della guerra mostrando che non rappresenta, prima di tutto, una vittoria o una sconfitta, ma il totale fallimento dello spirito umano.

di Robert Fisk
da Los Angeles Times