Published On: gio, Apr 5th, 2007

Mamme premiate? Sì ma non le giornaliste

Avvertenza: I personaggi e i fatti riportati nelle pagine del “Diario di Piero” sono immaginari ma autentica è la realtà che li produce.

Milano, 5 aprile – Ieri, a una conferenza stampa, ho incontrato Lea, una vecchia compagna del corso di preparazione all’esame di Stato di giornalismo che scrive per un noto femminile. Non la vedevo da anni. Mi ha raccontato di avere avuto un bambino e di essere rientrata dalla maternità da pochi mesi. Purtroppo, mi ha spiegato, la sua situazione  professionale, nell’arco di un anno, si è “ribaltata”.

Da punto di riferimento per i “capi” della redazione, si ritrova adesso quasi isolata e privata di alcune delle responsabilità conquistate negli anni (che alla sua assenza sono stati ripartite fra gli altri colleghi della redazione).

“Non c’è che dire: è dura la vita della neomamma che lavora”, si è sfogata con un riso amaro. “Ma è ancora più dura se fai la giornalista. Perché il lato grottesco di questa situazione è che passiamo il tempo a scrivere articoli su articoli sui problemi che sono costrette ad affrontare le mamme che lavorano e che rivendicano il diritto di trattamenti e condizioni lavorative migliori. E poi ti ritrovi tu stessa emarginata, a essere guardata (e trattata) con distacco perché adesso hai un bambino e meno tempo a disposizione per dedicarti anima e corpo al lavoro”.

“Risultato: vivi ai margini della tua professione. Perché non sei più disponibile 24 ore su 24, perché non puoi più fare tardi la sera, perché magari un giorno devi assentarti se tuo figlio sta male. Insomma: su di te non si può più contare. Figuriamoci aspirare a un salto di carriera o ad acquisire maggiori responsabilità.

L’avanzamento è riservato soltanto alle giornaliste single e workaholic (dipendenti cronici dal lavoro), o che comunque non hanno legami o impegni di altro genere. Lo so, è una situazione comune a tante, tantissime mamme italiane. Ma non è inquietante scoprire che succede anche nella redazione di una rivista femminile, cioè dove si lavora per far sì che tutto questo sistema cambi?”.

Non ho avuto modo di replicare allo sfogo di Lea, una persona solitamente solare che adesso appare un po’ offuscata. Nel salutarla mi sono ricordato di aver letto una volta un suo articolo sul tema del lavoro, intitolato qualcosa tipo “Le aziende italiane che premiano le mamme”. Mi aveva colpito molto il fatto che nel mondo dell’editoria non ve ne fosse neanche una.

È tutto per oggi

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